River's Edge (Kyoko Okazaki)
La decomposizione dei corpi e del paesaggio (e il germe della purezza) in River’s Edge di Kyoko Okazaki
C’è una forza quasi sgradevole, e per questo ipnotica, nel modo in cui Kyoko Okazaki racconta la gioventù. Ritrovarla finalmente in un’edizione italiana — dopo averne apprezzato titoli storici come Helter Skelter e Pink — permette di chiudere un cerchio su un’autrice d’avanguardia che per troppo tempo è rimasta ingiustamente isolata nei ricordi di qualche vecchio catalogo. E proprio River’s Edge, tra le tre opere, si rivela per me la più potente, la più compiuta, quella capace di imprimersi con maggior violenza nella memoria.
Al centro di tutto c’è un senso quasi tangibile di putridume: una marcescenza che è psicologica prima ancora che fisica, ma che trova nel corpo e nella materia la sua espressione più cruda. I protagonisti sono figure torbide, patologiche, drammaticamente smarrite, prive di un qualsiasi centro di gravità esistenziale. Questa mostruosità strisciante rispecchia in tutto e per tutto la torbidezza del fiume che attraversa la loro cittadina, un corso d’acqua che soffoca negli scarichi fognari e industriali, dove i liquami della modernità vanno di pari passo con i fluidi corporei dei personaggi. Sangue, seme, urina, feci: il putridume vivo dei giovani si mescola a quello morto del cadavere nascosto tra le erbacce, in un corto circuito visivo dove i liquidi marcescenti della decomposizione fanno il paio con quelli seminali dei vivi.
Ciò che rende River’s Edge ancora più affascinante rispetto alle altre opere di Okazaki è la sua straordinaria ambientazione. C’è una mescolanza quasi "londinese" tra rurale e urbano, uno scenario periferico e suburbano che fa da specchio perfetto all'umanità "subumana" che lo popola. Quel ponte, la cittadina sciatta, il paesaggio industriale decadente immerso nei malinconici e disillusi anni ’90 sono l’elemento a io parere più riuscito e tangibile dell’intera opera. Un contesto da cui emerge anche una sottile vena di mistero, quasi da dramma rurale riletto in chiave metropolitana.
A sostenere questo abisso c’è il tratto inconfondibile dell'autrice. Un disegno che sa essere volutamente "brutto", sgraziato, falsamente abbozzato e persino sciatto, ma che si rivela in realtà un espressionismo grafico calibratissimo. È un tratto che sfigura e scava i volti, rendendoli apatici, mostruosi o improvvisamente disperati, accendendo e spegnendo i personaggi in un'atmosfera a tratti impercettibilmente psichedelica.
Eppure, proprio nel mezzo di tanto degrado e di questa "marcia gioventù", come avviene nelle migliori manifestazioni dell'espressionismo, dal fondo dell'abisso si apre improvvisamente uno squarcio di inaspettata purezza. In un contesto di abbandono suburbano e in mezzo alla decomposizione morale del mondo adulto, questi giovani protagonisti combattono, anche senza rendersene conto, per liberarsi dalla marcescenza del corpo e dello spirito. È una ricerca disperata: proprio attraversando l'esperienza del liquame e toccando il punto più basso della piaga urbana, essi finiscono per cogliere ciò che è rimasto di ancora incontaminato dalle radiazioni nocive della cittadina in cui vivono, di autentico e salvifico all'interno di sé stessi. La gioventù, per Okazaki, non è solo corrotta dal fango, ma è l'unica forza capace di risplendere per contrasto sopra di esso.
River’s Edge non cerca di piacere né di consolarsi: travolge il lettore con le sue ondate di melma e alienazione, offrendo il ritratto spietato di una generazione sommersa dai propri stessi umori: ma per restituirgli, proprio attraverso quel degrado, la forma più viscerale, dolorosa e autentica della purezza giovanile.
Spero sempre nell'arrivo di qualche altra opera di Kyoko Okazaki, insieme ad altre appartenenti a un genere josei più antico, e più coraggioso di tanto noiosamente rassicurante josei contemporaneo.
C’è una forza quasi sgradevole, e per questo ipnotica, nel modo in cui Kyoko Okazaki racconta la gioventù. Ritrovarla finalmente in un’edizione italiana — dopo averne apprezzato titoli storici come Helter Skelter e Pink — permette di chiudere un cerchio su un’autrice d’avanguardia che per troppo tempo è rimasta ingiustamente isolata nei ricordi di qualche vecchio catalogo. E proprio River’s Edge, tra le tre opere, si rivela per me la più potente, la più compiuta, quella capace di imprimersi con maggior violenza nella memoria.
Al centro di tutto c’è un senso quasi tangibile di putridume: una marcescenza che è psicologica prima ancora che fisica, ma che trova nel corpo e nella materia la sua espressione più cruda. I protagonisti sono figure torbide, patologiche, drammaticamente smarrite, prive di un qualsiasi centro di gravità esistenziale. Questa mostruosità strisciante rispecchia in tutto e per tutto la torbidezza del fiume che attraversa la loro cittadina, un corso d’acqua che soffoca negli scarichi fognari e industriali, dove i liquami della modernità vanno di pari passo con i fluidi corporei dei personaggi. Sangue, seme, urina, feci: il putridume vivo dei giovani si mescola a quello morto del cadavere nascosto tra le erbacce, in un corto circuito visivo dove i liquidi marcescenti della decomposizione fanno il paio con quelli seminali dei vivi.
Ciò che rende River’s Edge ancora più affascinante rispetto alle altre opere di Okazaki è la sua straordinaria ambientazione. C’è una mescolanza quasi "londinese" tra rurale e urbano, uno scenario periferico e suburbano che fa da specchio perfetto all'umanità "subumana" che lo popola. Quel ponte, la cittadina sciatta, il paesaggio industriale decadente immerso nei malinconici e disillusi anni ’90 sono l’elemento a io parere più riuscito e tangibile dell’intera opera. Un contesto da cui emerge anche una sottile vena di mistero, quasi da dramma rurale riletto in chiave metropolitana.
A sostenere questo abisso c’è il tratto inconfondibile dell'autrice. Un disegno che sa essere volutamente "brutto", sgraziato, falsamente abbozzato e persino sciatto, ma che si rivela in realtà un espressionismo grafico calibratissimo. È un tratto che sfigura e scava i volti, rendendoli apatici, mostruosi o improvvisamente disperati, accendendo e spegnendo i personaggi in un'atmosfera a tratti impercettibilmente psichedelica.
Eppure, proprio nel mezzo di tanto degrado e di questa "marcia gioventù", come avviene nelle migliori manifestazioni dell'espressionismo, dal fondo dell'abisso si apre improvvisamente uno squarcio di inaspettata purezza. In un contesto di abbandono suburbano e in mezzo alla decomposizione morale del mondo adulto, questi giovani protagonisti combattono, anche senza rendersene conto, per liberarsi dalla marcescenza del corpo e dello spirito. È una ricerca disperata: proprio attraversando l'esperienza del liquame e toccando il punto più basso della piaga urbana, essi finiscono per cogliere ciò che è rimasto di ancora incontaminato dalle radiazioni nocive della cittadina in cui vivono, di autentico e salvifico all'interno di sé stessi. La gioventù, per Okazaki, non è solo corrotta dal fango, ma è l'unica forza capace di risplendere per contrasto sopra di esso.
River’s Edge non cerca di piacere né di consolarsi: travolge il lettore con le sue ondate di melma e alienazione, offrendo il ritratto spietato di una generazione sommersa dai propri stessi umori: ma per restituirgli, proprio attraverso quel degrado, la forma più viscerale, dolorosa e autentica della purezza giovanile.
Spero sempre nell'arrivo di qualche altra opera di Kyoko Okazaki, insieme ad altre appartenenti a un genere josei più antico, e più coraggioso di tanto noiosamente rassicurante josei contemporaneo.
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