Il tema dell’insegnamento è tornato prepotentemente al centro del dibattito pubblico negli ultimi anni, con notizie sempre più frequenti che raccontano la complessità crescente di un mestiere che richiede molto più di competenze disciplinari. Eppure i ragazzi, oggi come ieri, hanno bisogno di guide. Non di figure perfette o integerrime, ma di persone dal volto umano, capaci di trasmettere valori. Quei valori che sembrano spariti o superati ma che, in parte, restano necessari anche nell’epoca dei tablet e dell’intelligenza artificiale. Ed è esattamente in questo contesto che il ritorno di Onizuka acquista un senso preciso, quasi necessario.

gto-great-teacher-onizuka.jpg

La serie live action GTO: Great Teacher Onizuka 2026 è andata infatti in onda in Giappone su Fuji TV e Kansai TV a partire dal 20 luglio 2026, per poi sbarcare in simulcast su Netflix anche in Italia insieme alla serie storica ispirata al manga GTO di Tohru Fujisawa del 1998. Takashi Sorimachi, interprete del protagonista Eikichi Onizuka nella prima serie torna nei panni dell'eccentrico professore a distanza di 28 anni, insieme al regista Satoru Nakajima e allo sceneggiatore Kazuhiko Yukawa: lo stesso team di allora, per una storia che è un vero e proprio sequel delle precedenti trasposizioni, spostando però l’ambientazione dalla era Heisei alla contemporanea era Reiwa. 

Onizuka è ancora lui, eterno ragazzo sognatore alla eterna ricerca di cosa vuol dire essere un grande insegnante, con tutto quello che comporta. Solo che adesso ha 52 anni, si è persino sposato, e i sogni continuano a non pagare le bollette. Prima di approdare alla sua nuova destinazione lavorativa, la Seishin Academy, aveva già perso diversi incarichi di insegnamento a causa dei suoi metodi diretti e poco allineati con le aspettative della scuola moderna: un dettaglio che dice già tutto su quanto il mondo sia cambiato intorno a lui, mentre lui è rimasto sostanzialmente lo stesso.

La Seishin Academy è in tutto e per tutto la quintessenza della scuola del futuro, o almeno di quella che certi manager sognano: gestita direttamente da una grande azienda privata, è un posto dove gli studenti valutano i professori in forma anonima tramite app, dove tutti comunicano attraverso tablet e nessuno dice mai quello che pensa davvero. Gli insegnanti vengono classificati in tempo reale, e chi accumula valutazioni negative perde il posto. Una metafora spietata della mercificazione dell’istruzione e della cancel culture applicata all’educazione, che funziona benissimo come sfondo per la filosofia di Onizuka: diretta, umana, refrattaria a qualunque algoritmo. Del resto i problemi dei ragazzi, al netto degli schermi che li separano dal mondo, sono rimasti sostanzialmente gli stessi di sempre. Solitudine, bullismo, il senso di non trovare il proprio posto: cambiano i mezzi, non le ferite.

screen-3.jpg

Ad essere oggettivi la serie non è esente da difetti, e alcune critiche circolate online colgono nel segno. Gli studenti, soprattutto nelle prime puntate, tendono ad essere un po’ troppo stereotipati: quasi caricature del ragazzo digitale apatico, a tratti così schematici da sembrare alieni piuttosto che adolescenti reali, incapaci persino di comprendere il concetto di soprannome o di amicizia come se lo scoprissero per la prima volta. Certi espedienti narrativi sembrano pescati dall’inizio degli anni Duemila piuttosto che dal 2026. La struttura episodica, con Onizuka che conquista uno studente alla volta, è la stessa già vista nella serie storica e può risultare ripetitiva per chi cerca qualcosa di più imprevedibile sul piano narrativo. E qualcosa in più si sarebbe potuto fare sul tema dell’intelligenza artificiale, citata appena un paio di volte e poi abbandonata, quando sarebbe stato il territorio ideale per un Onizuka che ragiona col cuore in un’epoca in cui le macchine ragionano al posto di tutti.


screen-2.jpg

Puntata dopo puntata, però, proprio come Onizuka che riesce a entrare nel cuore dei suoi studenti, la serie trova il suo passo e comincia a conquistare. Merito anche di un cast secondario che ho trovato davvero calato nella parte. Mio Kashiwabara, la giovane e preparata vice-coordinatrice interpretata da Meru Nukumi, è la nuova Fuyutsuki narrativa della serie: all’inizio vorrebbe frenare Onizuka e tenerlo a bada, ma grazie a lui capirà che la sua vocazione è davvero insegnare, finendo per abbracciarne la filosofia più di quanto avrebbe mai immaginato. Il vicepreside Nakamaru, già presente nella serie del 1998 dove viveva all’ombra del leggendario Uchiyamada, è ora finalmente salito di grado. La gag ricorrente in cui Onizuka continua a chiamarlo per sbaglio col nome del predecessore è insieme comica e commovente: un omaggio affettuoso all’attore Akira Nakao, scomparso, che quel ruolo lo aveva reso iconico.

Azusa-Fuyutsuki-1.jpg

Uno degli aspetti più apprezzati dalla community è il ritorno di alcuni volti storici della serie del 1998, oggi diventati adulti esattamente come i loro personaggi. Rivederli invecchiati in tempo reale, interpretati dagli stessi attori di allora ormai ultraquarantenni o cinquantenni, è uno di quei colpi al cuore che solo le serie longeve sanno infliggere. Sono proprio loro, i vecchi “ragazzi terribili” della classe di Onizuka, a incrociare il loro ex professore all’inizio della storia, dimostrando che i suoi metodi non convenzionali hanno funzionato sul lungo periodo e li hanno trasformati in adulti capaci di stare nel mondo. Il cerchio si chiude in modo commovente. Tra i ritorni più attesi c’è ovviamente quello di Nanako Matsushima nei panni di Azusa Fuyutsuki: nella vita reale è la moglie di Sorimachi dal 2001, e i due si erano conosciuti proprio sul set della serie originale nel 1998. Rivederli insieme sullo schermo ventotto anni dopo ha un peso sentimentale che va ben oltre la finzione televisiva, e la serie lo sa, costruendoci intorno la cornice con cui si apre e si chiude la storia.

 


 

La colonna sonora fa la sua parte con intelligenza. POISON, la sigla storica cantata dallo stesso Sorimachi, torna in una versione riarrangiata con i Blue Encount che mantiene il giro di basso e il testo ribelle originale aggiungendo una sferzata di energia alt-rock moderna. Le sonorità fredde ed elettroniche per le scene burocratiche della scuola, contrapposte a chitarre calde e classiche quando Onizuka riesce a connettersi davvero con uno studente, non sono solo una trovata estetica ma un commento musicale preciso al tema della serie.

Perché il tema, alla fine, è sempre quello: una scuola che vuole formare studenti robot contro un insegnante che li richiama alla spensieratezza della propria età, all’amicizia vissuta in pieno, al diritto di essere imperfetti e umani. Cose che Onizuka non ha mai abbandonato, perché non c’è niente di più bello che fare l’insegnante per restare sempre a scuola e respirare l’aura della gioventù.

Eppure sarebbe riduttivo dipingerlo come un eterno adolescente rimasto congelato nel tempo. Onizuka è cresciuto davvero, e la serie lo mostra senza farne un punto programmatico: semplicemente lo vivi episodio dopo episodio. Era un discreto pervertito, oggi è un uomo sposato che ha imparato cosa significa costruire qualcosa con qualcuno. Era piuttosto violento, forgiato tra le bande di mototeppisti di Shonan, eppure ora è il primo a cercare soluzioni che non passino dai pugni. L’anima è rimasta quella: libera, idealista, inguaribilmente ottimista. Ma intorno a quell’anima è cresciuto un uomo che sa quando trattenersi, e questa consapevolezza nuova rende il personaggio più interessante di quanto non fosse a trent’anni. Non è la saggezza dell’età che lo ha cambiato, è l’esperienza. E c’è una differenza enorme tra le due cose.


gto-screen.jpg

 

GTO 2026 ha i suoi difetti, e non vale la pena nasconderli: certi studenti troppo caricaturali, qualche espediente narrativo datato, una nostalgia che a tratti prende il sopravvento sulla voglia di raccontare davvero il 2026. Ma nessuno di questi difetti riesce a scalfire quello che la serie sa fare meglio: farti chiudere la giornata con un sorriso, e se sei abbastanza sensibile anche con una lacrimuccia. Non per nostalgia soltanto, ma perché certi valori non invecchiano, e certi personaggi sanno ancora parlarti anche quando sono passati quasi trent’anni.
La domanda che resta in sospeso, guardando Onizuka alle prese con i ragazzi dell’era Reiwa, è se i giovani di oggi vorrebbero davvero un insegnante come lui. Forse sì, forse no: i suoi metodi restano sopra le righe, il suo linguaggio non sarebbe sempre adeguato, e la scuola di oggi non ha molto spazio per chi non si adatta ai sistemi di valutazione. Ma quello che Onizuka rappresenta, la presenza umana autentica, l’ascolto vero, la capacità di guardare un ragazzo negli occhi invece che attraverso uno schermo, è esattamente quello che manca di più. E forse è per questo che questa serie, con tutti i suoi limiti, riesce ancora a toccare qualcosa di reale. Non puoi più averlo come professore, a una certa età. Ma averlo come amico di vita, qualcuno con cui condividere quella visione ostinata e un po’ folle del mondo, sarebbe ancora una cosa meravigliosa.


 

gto 20261.jpg