Nuovo appuntamento con la rubrica dedicata alle recensioni su anime e manga, realizzate degli utenti di AnimeClick.it.
Se volete farne parte anche voi... rimboccatevi le maniche e recensite!

Ricordiamo che questa rubrica non vuole essere un modo per giudicare in maniera perentoria i titoli in esame, ma un semplice contesto in cui proporre delle analisi che forniscano, indipendentemente dal loro voto finale, spunti interessanti per la nascita di discussioni, si auspica, costruttive per l'utenza.

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Gli isekai sono diventati sempre più numerosi, quindi, per sopravvivere nel mercato, l'unica soluzione è stata cercare sempre nuovi punti di vista. C'è chi si differenzia con l'umorismo, chi con le capacità particolari del protagonista, chi con gli ammiccamenti conturbanti, chi dando il ruolo principale al cattivo, chi passando all'ambientazione pseudo-storica, chi cambiando le modalità degli scontri ecc. "Quella volta che mi reincarnai in una melma" non sfugge a questa regola. L'anime parte da un'idea davvero simpatica: prendere uno slime, praticamente il più classico tra i nemici di partenza nei JRPG, e renderlo una bestia potentissima.

A voler essere corretti, gli slime non sono necessariamente nemici infimi, vi sono varietà più avanzate e con abilità dignitose. Alcune sono molto sfuggenti, altre discretamente versatili sia combattivamente che magicamente, altre ancora mangiando o unendosi possono generare una creatura più potente, e raramente vi sono state versioni di taglia colossale utilizzate come mid-boss. Se poi usciamo dall'ambientazione medievale e andiamo in quella moderna, non è troppo raro vedere esempi di combattive versioni umanizzate a far da waifu. Insomma, che li si chiami slime, poring, gelatine, melme, blob, puyo, unchiku o in altro modo, possono risultare, a dispetto della loro fama, quantomeno una bella seccatura.

La storia narra di Satoru, alias Limur Tempest, un vergine trentasettenne dall'aria simpatica che, per fare il senpai eroico, viene pugnalato da uno squilibrato (che deve aver rubato il coltello a Rambo), le cui motivazioni non sono state rese note, anche se è ipotizzabile un eccesso di fanatismo, come nel caso che colpì la povera idol Mayu Tomita nel 2016. Ovviamente, una vita solitaria come quella del protagonista inevitabilmente lascia qualche rimpianto, quindi quale scusa migliore per dare alla sua anima una seconda possibilità in un mondo alternativo? Come al solito, il concetto di rinascita verrà interpretato a proprio piacimento, quindi il nostro impiegatuccio non solo manterrà i ricordi, ma non sarà nemmeno più umano. Appigliandosi alla crudele battuta/leggenda che, in certe condizioni, si possa diventare degli stregoni, il tapino riceverà anche abilità passive che gli permetteranno di espandere pian piano il numero delle sue abilità e, come se non bastasse, farà subito un incontro amichevole che lo potenzierà ulteriormente. Non è ben chiaro però perché prima di morire abbia acquisito una sorta di entità compagna, dall'orribile impostazione robotica, e sia passato a livello "saggio", senza manco aver toccato i quaranta ipotizzati. Comunque, inizia così la nuova vita invertebrata di Limur Tempest, che fondamentalmente si rivelerà la versione buona, meno avvantaggiata, ma anche meno carismatica, del più noto "Ainz Ooal Gown" di "Overlord". Come lo scheletrico litch di Nazarik, il rinato slime metterà in piedi un temibile, piccolo regno, avrà al servizio servitori molto forti e di varie specie, sarà amato e idolatrato da tutti, in particolare dalle donne, che non vedranno l'ora di tenerlo in braccio o di farci il bagno assieme e, sempre come Ainz (e altri protagonisti isekai), sarà schifosamente forte.

La prima cosa evidenziata di questo mondo alternativo è che, a parte umani, elfi e nani, nessuno, per quanto senziente e civilizzato, abbia uno straccio di nome e, se lo riceve, si evolve manco fosse un pokemon. Il concetto di "bestia" è molto largo e il tutto risulta un po'... ridicolo. La seconda è che il cambiamento, per quanto avvertibile in termini di forza, si nota soprattutto a livello estetico. Considerando l'iconografia sballata, in cui i nani sono alti e tutte le creature sono molto poco mostruose d'aspetto, potrebbe essere davvero utile per correre ai ripari, ma in ottica commerciale viene piuttosto usata per danneggiare l'atmosfera. Se i maschi partiranno da un aspetto debole, diventeranno versioni muscolose, oppure subiranno piccole aggiunte, tipo corni o ali, mentre quelli con un compromesso di partenza più accettabile verranno rovinati con versioni più "biscione". Le donzelle, che ve lo dico a fare, saranno invece sia di partenza che di evoluzione solo ed esclusivamente tramutate da carine a bellone, con occasionale aumento del seno e con una incomprensibile cancellazione dei pochi elementi mostruosi che erano loro concessi, ad esempio il colorito pelle, segni sul volto, addirittura nel caso delle femmine lucertola esse cambieranno del tutto conformazione della testa. Il menefreghismo per i canoni estetici fantasy è qualcosa che, finché era circoscritto ai goblin, mi faceva pure simpatia, mi ricordava alcune serie anni '80, ma, con l'andare delle puntate, questo elemento mi è piaciuto sempre meno. Nel migliore dei casi, il character design si potrà definire solo un sufficiente compitino, e non si può dire che vada bene nemmeno col protagonista. Se, come slime, l'aggiunta di poteri da dopplegӓnger risulta una trovata 'sgrava', dal punto di vista narrativo, fargli assumere l'aspetto di una ragazzetta è stata una scelta infelice, e nemmeno giustificata, dato che potrebbe dichiaratamente modificarsi. Quel suo volto innocente e sorridente rende poco quando Limur vorrà esternare un'emozione, e gli farà avere pure un'aria poco simpatica. Francamente, rendeva meglio da salaryman, ma per fortuna starà più nella forma di globo gelatinoso, che in quella umana.

In termini di personaggio, Limur non si avverte particolarmente definito. E' tendenzialmente pacifico, cerca di fare meno vittime possibili, ma non svetta per acume strategico rispetto ad altri protagonisti isekai. Si è abituato subito alla sua condizione, a divorare e uccidere, senza scusanti caratteriali. Certo, ci viene detto più volte che passano settimane e mesi tra gli avvenimenti, ma non si avverte lo scorrere del tempo. Per quanto poi abbia palesemente un cervello maschile e dei sentimenti, non si capisce se sia il suo corpo ad alleviare la sua libido, perché non mostra desideri degni di nota: si limita a qualche arrossamento, ma anche quello col tempo avviene sempre meno. Limur, fondamentalmente, si fa travolgere dagli eventi e dai suoi sottoposti, sempre alla Ainz Ooal Gown, ma senza lo stesso effetto comico. Per quanto riguarda gli attendenti, pochi sono quelli che si fanno notare, nel bene o nel male: il lupo Ranga (che pare uscito da "Monster Rancher") col suo misto di cagnolone e badass; il banalissimo kijin-"sakuke" Sohei; il piccolo Gobta, che si stava rivelando un buon personaggio, prima di finire oscurato e parzialmente rimpiazzato da Gabil; e... basta, gli altri aiutano, magari sono forti più di alcuni nominati, ma, a parte la loro introduzione, diventano più elementi per far numero, che altro. Nessuna donna si salva? Beh, una è quantomeno rilevante, ma resta sorprendentemente poco, e le restanti servono più a giocare con l'acqua delle terme. Ah, già, non è proprio un sottoposto, ma ci sarebbe Milim... purtroppo. Dico purtroppo, perché ha segnato, dal sedicesimo episodio, il declino definitivo della stagione.

Il più grave difetto della serie credo sia la gestione dei tempi, aggravata dall'impostazione del protagonista e dei nemici. Visto il buon numero di episodi, gli autori si sono presi tempo con una narrazione lenta, per delineare la crescente ampliazione del villaggio in città multietnica. La gente spunta, si unisce, ma i progressi in termini di trama, a parte Shizu, sono pochi. Più o meno dal decimo episodio cominciano a spuntare nemici forti, ma i combattimenti non mantengono le aspettative sperate, da una parte per l'eccessiva forza crescente di Limur, dall'altra per come sono impiegati i nemici davvero potenti, i cosiddetti "Re Demoni", che tutto fanno tranne mostrare i denti. L'unico interessante è Kleiman, che almeno trama qualcosa di grosso, ma richiederà tempo ulteriore, mentre la peggiore di loro sarà Milim, una lolitina dal design orrendo, che verso fine serie si arpionerà al gruppo principale giusto per schifare quanto più possibile gli episodi restanti, con la sua banalità e carico ulteriore di forza esagerata.

Alla fine, "Tensei Shitara Slime Datta Ken" non è risultata una serie brutta, ma sicuramente di scarso carattere e non gestita a dovere, in quanto mancante degli intrighi necessari a nascondere la lentezza e squilibrata nell'impiego dei suoi attori. Buona parte degli episodi hanno una metà accettabile e l'altra perdibile, inoltre l'atmosfera da "volemose bene", in cui ogni attaccabrighe capisce i propri errori, cambia carattere o perdona l'ex nemico magicamente, pure se gli hanno ammazzato il padre, senza provare mai un briciolo di rancore, fa piangere. Meglio non va con le motivazioni dello stesso Limur verso Shizu e Leon, che sono poco interessanti come obiettivo finale e, a dirla tutta, è più una volontà mentale che reale. Insomma, questa serie è un bel galleggiante che, nonostante la buona partenza e l'idea di base (che adoravo), alla fine sfiora la noia a più riprese.

4.0/10
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Shin Wolford, la Promessa dell'Impero, il Nipote dell'Eroe e della Guru, il ragazzo prodigio dal potenziale magico assurdo e in grado di creare degli incantesimi mai formulati prima da nessun mago.
Onestamente è davvero raro constatare quanta importanza sia stata attribuita al protagonista della serie, un'importanza tale da rendere non solo i combattimenti a senso unico e noiosi, ma di eclissare qualsiasi altro tipo di personaggio! Non esiste una concettualizzazione narrativa e psicologica di nessun carattere, è come se a ognuno di esso fossero stati assegnati i classici e tipici tratti di personalità stereotipati di fabbrica, senza poi approfondirli ulteriormente e aprire a possibili evoluzioni o cambiamenti.

Anche la trama segue il copione piatto e statico dei personaggi: un individuo ordinario muore a causa di un incidente stradale e rinasce all'interno di un mondo parallelo dove si trova ad affrontare un potente nemico che minaccia la salvaguardia di un impero o del mondo intero (classico degli isekai). La narrazione non deve far solo i conti con una scarsa originalità, ma incontra delle grandi complicazioni anche nella esternalizzazione delle vicende, cioè il ritmo narrativo non è sempre scorrevole e di conseguenza alcuni scenari banali hanno gradualmente offuscato e sostituito la storyline principale. Episodi su episodi dedicati agli allenamenti o a futili cerimonie, si è arrivati a fine stagione con lo spettatore che deve ancora comprendere quello che l'autore e la trama abbiano voluto trasmettere.

Il comparto grafico mi è sembrato poco incisivo nel complesso: le fisionomie dei personaggi sono troppo asciutte e scarsamente dettagliate, i combattimenti praticamente inesistenti; l'unica cosa che ho apprezzato è l'ottimo utilizzo della CGI per i cerchi e i poteri magici durante gli esigui scontri tra maghi. Le OST non mi sono piaciute per niente, soprattutto l'opening, infantile e banale come tutto il resto; doppiaggio nella norma.

Dovendo tirare le somme su "Kenja no Mago", siamo davvero arrivati a livelli più infimi del genere isekai. Una trama quasi del tutto inesistente e in quei brevi tratti piatta, dei personaggi che sono stati sfiorati solo superficialmente nella loro caratterizzazione per lasciare libero sfogo a un egocentrismo senza misura della figura del protagonista. Personalmente non ho mai avuto la percezione che i demoni potessero in qualche maniera impensierire le forze del bene: giustamente, quando devi affrontare dei potenti demoni, invece di inviare i maghi più forti dell'impero, facciamo combattere un branco di ragazzini che hanno appena iniziato a frequentare l'accademia magica, per rendere il tutto più avvincente e soprattutto più credibile.
La ciliegina sulla torta è servita con lo scandalo del "riciclaggio grafico" delle abitazioni e della intera topografia della città di Earlshide, riprese clamorosamente da un altro prodotto dell'animazione giapponese "Kono Subarashii Sekai ni Shukufuku wo!". Addirittura l'abitazione in questione è stata presentata in tre situazioni differenti (primo e nono episodio), la cui unica differenza è riscontrabile nella differente colorazione del tetto, persino l'ambiente circostante è rimasto invariato.
L'unico aspetto originale che sono riuscito a cogliere riguarda le relazioni amorose: almeno l'autore è andato dritto al punto, senza voler prolungare la questione e negare eccessivamente l'evidenza. Credo di non aver mai visto all'interno di una serie anime la presenza di così tante coppiette fidanzate. Si potrebbe partire da un elemento simile, ad esempio, per creare qualcosa di genuino e originale, evitando di sfociare sempre nella solita solfa.
Per il resto, sconsiglio vivamente la visione dell'anime, non ha senso guardarlo quando poi ci sono decine e decine di opere dello stesso target che riescono a trasmettere quel poco di phatos e suspense in più, da rendere perlomeno la serie leggermente più godibile e interessante.
Il mio voto finale è 4.

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Come ultimamente troppo spesso accade nell'animazione del Sol Levante, ci ritroviamo di fronte al solito meccanismo di riciclo di storie che producono un successo spropositato, creano un trend e vengono riproposte a ripetizione, in chiavi leggermente diverse, per stagioni e stagioni ("Sword Art Online" ne è un esempio lampante). La base di "Re:ZERO" è quella del solito fantasy in cui il protagonista terrestre si ritrova senza ragione alcuna nel mondo dei propri sogni, popolato da cavalieri, streghe, draghi e spiriti. Come da copione, Subaru non sta troppo a rimuginare sul motivo per cui si trovi improvvisamente in un mondo che non gli appartiene, figurarsi il cercare in qualche modo di tornare a casa. In effetti, sebbene sia a tutti gli effetti il protagonista della vicenda, della vera identità di Subaru sappiamo poco e niente per tutta la durata della storia. Ciò che scopriamo sul suo conto traspare unicamente dai lati del suo carattere: un inutile, capriccioso, egoista, inetto e arrogante ragazzo. Insomma, tutto il necessario per creare un personaggio da odiare senza rimorsi. Subaru fa sempre la voce grossa e non si fa remore a mancare di rispetto, insultare e a volte addirittura a mettere le mani addosso ai poveri personaggi secondari per raggiungere i suoi scopi, ma effettivamente non ha la minima abilità per combinare nulla. A differenza di altri anime dello stesso filone, nei quali il protagonista si rende conto dei suoi limiti e prova a crescere in termini di forza e di saggezza, Subaru rimane inesorabilmente un incapace a tutto tondo. Questo fino all'ultimo arco narrativo, nel quale dopo uno sfogo di quindici minuti diventa improvvisamente un carismatico oratore capace di negoziare con i sovrani e le personalità dei ranghi più alti. A dirla tutta, Subaru una buona abilità la possiede, ovvero la trovata che avrebbe potuto permettere agli autori di conferire un carattere distintivo e originale alla serie: ogni volta che muore, infatti, egli viene ri-catapultato indietro nel tempo, come si trattasse di un vero e proprio check-point per ritentare una strada differente; in questo modo ottiene informazioni riguardanti il futuro con le quali spuntarla e sopravvivere. Purtroppo, invece di sfruttare questa caratteristica per creare intrecci resi possibili unicamente da una trama di questo tipo, il "ritorno alla morte" è un mero mezzo per dare vita a scene di puro splatter e trash-gore, accontentando così i fan più sadici e accaniti.

Ogni volta che Subaru muore e ritorna in vita, la sua personalità ne risente, conferendogli mutazioni psicologiche continue e spesso incoerenti, e di conseguenza non credibili, ridicole: da simpatico sbruffone arrogante alla Naruto Uzumaki dei tempi d'oro, Subaru passa a uno stato di vittimismo psicologico con più paranoie di Shinki Ikari, entrando poi in uno stato di catalessi e di passività che produce non poco nervoso, e venendo infine invaso da una rabbia cieca e folle che potrebbe ricordare la Yuno Gasai durante suoi picchi più alti. In tutto questo Subaru non si fa remore a trattare a pesci in faccia qualsiasi altro personaggio, rivelandosi sempre più patetico e litigando con la persona (oggetto del suo amore incondizionato) che lo spinge a compiere ogni azione: Emilia, la mezz'elfa dai capelli argentati che vuole prendere il trono ma che tutti discriminano per assomigliare alla "strega gelosa", mistico nemico di cui non sapremo mai nulla, ma di cui ci verranno rivelati alcuni seguaci. Infine Subaru ritorna il solito vittimista impotente, esplodendo nell'episodio 18 con un monologo che dura tutta la puntata, in cui si sfoga in preda al delirio con l'unica persona che lo ha sempre amato e sostenuto nonostante tutto e che sarà soltanto una vittima in più dell'egoismo del protagonista. Dopo il monologo, come già detto, Subaru guarisce, e nel giro di pochissimi episodi il tutto si risolve nella più banale delle ipotesi, a prova di diabete anche per i più resistenti.

Come forse sarà trasparito, i grandissimi problemi di "Re:ZERO" sono due: i personaggi, approfonditi pochissimo e trattati quasi tutti con estrema superficialità, e la storia, che vista da tutti i punti di vista sembra non avere alcuna importanza, in quanto trattata con immensa leggerezza. Scopriamo quindi che c'è un nemico di cui tutti hanno paura e con il quale entrambi i protagonisti sembrano in qualche modo legati, ma nemmeno loro si faranno mai una singola domanda su chi possa davvero essere (sebbene venga citato in ogni occasione possibile). Scopriamo che gli adepti di questo nemico sono in qualche modo incarnazioni dei sette peccati capitali (riferimenti "nascosti" a "Full Metal Alchemist"?), ma vengono per lo più accennati, sebbene siano gli antagonisti di tutta la serie. Scopriamo che esiste un "Dio" che dovrebbe essere un drago, da cui dovrebbe discendere una ragazza che viene proposta contro la sua volontà come prossima regina, ma anche qui la cosa non verrà mai portata avanti. Troppa carne viene messa al fuoco: personaggi che, Rem prima tra tutti, svolgono o sembrano dover svolgere un ruolo fondamentale per la storia spariscono a un certo punto per non essere mai più mostrati. E si potrebbe continuare all'infinito. I personaggi sono invece tutti stereotipati al massimo: dal protagonista sbruffone con la testa calda alla protagonista timida e gentile con tutti, dall'eccentrico proprietario del castello alle due maid incarnanti perfettamente gli stereotipi yandere e tsundere. Dal rivale belloccio e fiero (con il quale il rapporto cambia insensatamente e improvvisamente, come mera conseguenza della "guarigione" di Subaru) al vecchio combattente nobile e fortissimo non ancora in pensione per un antico conto in sospeso. Anche in questo caso si potrebbe continuare all'infinito. Inoltre quasi tutti i personaggi non sono minimamente approfonditi, per la maggior parte di essi (protagonisti compresi) viene tralasciata la parte più importante, quella del passato, che nello storytelling ha proprio la funzione di far comprendere la vera identità del personaggio e di creare un rapporto di affetto ed empatia unicamente con lo spettatore che ne fruisce. La serie finisce e noi, pubblico, di quasi tutti i personaggi principali non ne conosciamo che gli stereotipi, i lati del carattere costanti e trasversalmente uguali, senza fruire delle sfumature che potrebbero invece renderli unici e originali.

Di contro un'animazione sempre buona, una colonna sonora grandiosa e la presenza di innumerevoli climax e cliffhanger riescono da soli a tenere insieme tutti i pezzi della barcollante struttura di "Re:ZERO", e forse qua vi è la spiegazione del successo spropositato che ha ottenuto. Senza dubbio una gran bella operazione di marketing, ma, almeno secondo il mio punto di vista, non un'opera completa. A mio parere non raggiunge la sufficienza, sebbene avesse del potenziale in partenza, ma non ne sconsiglio comunque la visione. Dai presupposti forniti mi auguro una seconda stagione, sperando in un tentativo di rimediare agli errori commessi.