Nuovo appuntamento con la rubrica dedicata alle recensioni su anime e manga, realizzate degli utenti di AnimeClick.it.
Se volete farne parte anche voi... rimboccatevi le maniche e recensite!

Ricordiamo che questa rubrica non vuole essere un modo per giudicare in maniera perentoria i titoli in esame, ma un semplice contesto in cui proporre delle analisi che forniscano, indipendentemente dal loro voto finale, spunti interessanti per la nascita di discussioni, si auspica, costruttive per l'utenza.

Per saperne di più continuate a leggere.

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"Il cane che guarda le stelle" è un'insieme di racconti, raccolti in due volumi, che si intrecciano fra loro grazie a un minimo comune denominatore, cioè il rapporto fra l'essere umano e il cane, entrambi i volumi sono opera di Takashi Murakami, editi da Jpop per l'Italia.

Parlando della storia, sorprende come con un inizio abbastanza semplice, si riuscirà a creare un'insieme di linee narrative che andranno a intrecciarsi fra loro, magari grazie al lavoro, alla semplice prossimità geografica o ancora più banalmente per il puro caso.
Se il centro di questi racconti è il rapporto tra il cane e la persona, il contorno saranno le vite dei loro padroni, che per quanto improbabile possa sembrare questa affermazione, man mano che proseguiranno i racconti, si capirà quanto il condividere il nostro percorso di vita con un cane, possa influenzare la nostra storia, fino a farla diventare un semplice sfondo, facendoci dimenticare preoccupazioni e sofferenze, rallegrandoci e spesso salvandoci da gran parte dei mali e dei problemi che la vita ci può parare davanti.

Credo che il grande punto di forza di questa storia, non sia solo l'emozionare, presentando situazioni di grande impatto emotivo, ma il riuscire a far rappresentare cosi bene cosa vuol dire avere un cane, cioè nel trasporre le azioni e le reazioni delle persone difronte a un'essere diverso da noi, non solo nella forma ma specialmente nella psiche; che spesso permettono di ribaltare il punto di vista dei nostri protagonisti, che comprendono quanto siano inermi, difronte alla vita e cambiando il loro approccio ad essa grazie al supporto, spesso non richiesto, magari goffo, ma per lo più incondizionato e proprio per questo cosi puro e limpido, che un cane da al proprio padrone e che personalmente mi ci sono ritrovato e mi ha permesso di emozionarmi tantissimo.

Cercando di distaccarmi dalla storia, capisco che tutto questo carico emotivo, sia in gran parte dovuto alla mia vita e al trascorso che ho avuto con tutti i miei animali domestici, quindi credo che al di fuori di questo, ci sia comunque un messaggio che può trasmettere "Il cane che guarda le stelle", ma che non riuscirebbe comunque ad avere il medesimo impatto, rispetto a chi abbia avuto la fortuna di condividere un pezzo della propria vita con un'animale e chi ancora non ha potuto provare questa esperienza.

Altro punto da sottolineare è la sua rappresentazione grafica, cioè un tratto molto semplice, poco dettagliato e non preciso, che per quanto possa essere abbastanza soggettivo il suo apprezzamento estetico, personalmente e principalmente posso denotare un lato positivo e uno negativo di ciò.
Come nota positività, ho apprezzato questo stile cosi "poco curato" di minuzie, cosi che mi potessi concentrare sulla storia in sé, le tavole scorrevano veloci, talmente ero preso dalla narrativa, non c'erano virtuosismi grafici da denotare o spettacolari pagine da ammirare, il primo e principale pensiero era riferito alla storia dei nostri protagonisti.
Come altro lato della medaglia di ciò però, personalmente apprezzo un disegno al limite dell'iperrealismo, che sono cosi precisi da sembrare delle fotografie, quindi questo disegno cosi "grezzo" soggettivamente non rientra nei miei gusti. Specialmente delle tavole, che rappresentavano situazioni dinamiche, mi sono risultate ben poco realistiche, cosa che ha in parte inficiato il mio coinvolgimento e non mi hanno permesso di concentrarmi a dovere su quanto stavo leggendo, pensando più al lato estetico "poco curato" piuttosto che a quello che stava cercando di trasmettere.

I due volumi editi da Jpop, sono veramente molto ben fatti, solidi, facili da sfogliare, leggeri, una carta bianca e non trasparente, le due copertina poi le ho trovate particolarmente ispirate, con i due colori predominati quali il giallo e il rosa, che mi portano a pensare ad un possibile rimando ad un'alba e un tramonto, l'inizio di una storia e la sua conclusione, con un'introduzione che ci porta una tragica fine e una conclusione che ci trasmette un radioso inizio.
Unica pecca, che però ci terrei a segnalare, è lo spiacevole gran numero di refusi e typo che ho ritrovato dentro al primo volume, che specialmente in storie come queste, cariche di emozioni, può fare un po storcere il naso continuare a leggere errori del genere, magari proprio durante il culmine del racconto.

In conclusione, nonostante sia in gran parte un'insieme di racconti, mirato per lo più a delle persone che abbiano avuto un cane, e che per forza di cose alcune sfumature potrebbero andare a perdersi nella sua lettura, per chi non ha mai avuto un'animale domestico, mentre altre siano state magari enfatizzare giustappunto per chi ha avuto un cane; non posso che promuovere questi due singoli volumi, perché con la loro semplicità e immediatezza riescono a portare tanti spaccati di vita ed in ognuno di essi, ci si può ritrovare sempre della speranza, verso una vita felice, anche nelle peggiori delle situazioni e delle condizioni, anche se in quel momento anche un briciolo di felicità può sembrare come il "poter afferrare le stelle", ma se si vive con un genuino sentimento di speranza, quel briciolo di felicità non diventerà più cosi impossibile da afferrare.

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Tutto scorre... ma, di fatto, si potrebbe dire che tutto, alla fine, resta uguale?

Si tratta di un anime all’apparenza dolce e gentile, uno slice of life visto anche con gli occhi di Daru, il piccolo felino nero che condivide l’appartamento e la vita con la sua ragazza. Con l’espediente del flashback, ci vengono raccontati l’infanzia, l’adolescenza e il difficile passaggio all’età adulta di una giovane qualunque.

Molto breve, si tratta infatti di quattro episodi da sette minuti ciascuno, sigle comprese, è in realtà la rielaborazione per la regia di Kazuya Sakamoto di un precedente lavoro in bianco e nero di Makoto Shinkai, dallo stesso titolo, ma in un unico episodio in bianco e nero di pochissimi minuti.

Già dall’opening si ha l’idea di un’atmosfera ovattata, sottolineata da un commento musicale dolce e non invadente, minimale, e dall’utilizzo di disegni morbidi dai colori tenui, pastello.

Come spesso accade, si tende a dimenticare cosa succede nei primissimi minuti di un’opera, mentre a volte è proprio nell’incipit che si nasconde la chiave di almeno una parte del suo significato. L’attenzione viene catturata da altre cose, in questo caso specifico dalla suadente voce di Shintarō Asanuma, seiyuu di lungo corso in grado di far rabbrividire un falò, che interpreta i pensieri di Daru, un micio nero ormai molto avanti negli anni.

Ci viene così raccontato che la compagna di appartamento di Miyu (la ragazza), che si sta laureando, lascia la casa, mettendola in ristrettezze economiche e costringendola a cercarsi un lavoro, che però non trova, mentre la madre la assilla per farla tornare alla dimora natale. La cosa è impensabile, perché significherebbe tornare all’infanzia, mentre l’indipendenza, intesa anche come abitazione, è la porta dell’età adulta. Dolcezza e colori soffusi, ma anche tanta tristezza ed esasperazione.

Si passa poi alla narrazione di quando Daru è entrato a far parte della famiglia. In principio la piccola Miyu ne era gelosa, arrivando fino a tentare di abbandonarlo sotto un ponte, per poi ripensarci all’ultimo momento. E sempre c’è questa spina nascosta: la dolcezza del racconto tenta, senza riuscirci, di farci dimenticare che l’inizio del loro rapporto non è stato dei migliori. Eppure, sarà proprio Daru a farle trovare finalmente un’amica. E, col passare degli anni, la relazione fra i due diventerà sempre più profonda, fatta non di compagnia continua e assillante, ma dei piccoli gesti della quotidianità: il rito della colazione al mattino, il rientro a casa della ragazza, l’ozio su un letto condiviso. Come è normale che sia per un animale, grande importanza assume per lui l’odore di Miyu. La casa profuma di lei, e lui la cerca seguendo il suo profumo.

La voce del piccolo felino ci accompagna per tutta l’opera. Lui dichiara più volte di non capire quello che dice la ragazza, ma di capire invece perfettamente quello che prova. A tratti ci si domanda se sia vero e si sorride, ma non è mai un sorriso scevro di malinconia, anzi. Il pensiero e le riflessioni del micio sulla quotidianità, i ricordi, la vecchiaia e la morte avvolgono il tutto in una cappa di dolorosa tristezza, soffusa, ma sempre malinconicamente presente. Man mano che le immagini scorrono, non si può fare a meno di immedesimarsi con la depressione di Miyu e lo sconforto di Daru che vorrebbe aiutarla e non può farlo... o forse sì?

I fortunati possessori di un piccolo felino, magari grigio come il mio, non potranno che immedesimarsi coi personaggi di questa minuscola gemma. Commuoversi nel finale non è un obbligo, è semplicemente ineluttabile. Pazientare oltre la fine dei titoli di coda, magari asciugandosi furtivamente una lacrimuccia o dieci, è altamente raccomandato: si verrà premiati con un tremulo sorriso. Il cerchio si chiude là dove Miyu e Daru avevano iniziato il loro vero rapporto. Tutto scorre. Forse.

Consigliato a chi non tema di esternare le proprie emozioni. D’altronde, è talmente breve che l’investimento in termini di tempo è veramente minimo, e si verrà ricompensati da un gioiellino dai disegni molto gradevoli, con una vicenda normalissima, ma raccontata da un punto di vista duale e insolito. Raccomandato.

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La cosa più piacevole del cercare qualcosa di poco conosciuto nel vastissimo panorama dell’animazione è che spesso e volentieri si trovano titoli davvero interessanti, che non si vedono nominare neanche dai veterani o da chi ha visto migliaia di anime.
Molti di quei titoli sconosciuti ai più possono essere ritrovati perché associati a qualche regista famoso, come nel caso di “Junkers Come Here”, diretto da Jun'ichi Satō (famoso per titoli come “Sailor Moon”, “Princess Tutu” o “Kaleido Star”).

“Junkers Come Here” è un film di meno di due ore, del 1994, e vede protagonista la piccola Hiromi, una ragazzina che vive da sola con la cameriera e l’affascinante tutore Keisuke. I suoi genitori sono costantemente lontani per lavoro, tanto che Hiromi ricorda a stento gli ultimi momenti che hanno passato tutti e tre insieme come una vera famiglia. Pur avvertendo il peso della loro lontananza, Hiromi trae forza dalla compagnia del tutore, per il quale ha una cotta, e del suo cagnolino Junkers, che, solo lei lo sa, ha l’incredibile capacità di parlare la lingua umana. Improvvisamente però la vita della bambina viene scossa da un susseguirsi di tristi notizie: da un lato, scopre che i suoi genitori sono in procinto di divorziare; dall’altro, che Keisuke non solo è fidanzato, ma sta anche per convolare a nozze. Hiromi vede la sua pacifica esistenza crollarle addosso, e decide di non esternare il proprio dolore, ma di tenerlo dentro di sé. Ed è a quel punto che Junkers si offre di esaudire tre suoi desideri... proprio come un genio della lampada.

La trama non offre niente di originale, ma, come appare ovvio, non è l’originalità a fare di un prodotto qualcosa di valido e piacevole. L’autore riesce, complici anche i disegni semplici e di basso profilo, a catturare pienamente la tragica fine della giovinezza di Hiromi, e il suo duro scontrarsi con la vita vera, mostrandone il lato più triste e difficile da superare. La trama e il suo sviluppo non si discostano molto dal filone dei film Ghibli, motivo per cui potrebbe essere facilmente apprezzato dai fan dello studio.

Interessante anche il rapporto Hiromi-Junkers. Per tutto il tempo, allo spettatore, resta il dubbio se il cane effettivamente parli ed esaudisca desideri, o se sia soltanto frutto dell’immaginazione della piccola. Tutta la vicenda è vista soltanto dal punto di vista di lei, per tutto il film c’è un continuo contrapporsi di realtà e immaginazione, e il fatto che la trama prenda una piega più seria, ponendo un muro tra l’età infantile (e quindi quella dell’immaginazione e del gioco) e quella adulta (ovvero quella della responsabilità), pone appunto il dubbio sulla magica figura di Junkers (avvalorato dalla frase che il cane è solito ripetere alla sua padroncina: “Sei tu l’artefice del miracolo”).

Il film è tutt’altro che perfetto, in effetti molti momenti sembrano “morti” o allungati inutilmente, tuttavia resta davvero piacevole da vedere, per chi vuole andare oltre i soliti nomi.