Nuovo appuntamento con la rubrica dedicata alle recensioni su anime e manga, realizzate degli utenti di AnimeClick.it.
Se volete farne parte anche voi... rimboccatevi le maniche e recensite!

Ricordiamo che questa rubrica non vuole essere un modo per giudicare in maniera perentoria i titoli in esame, ma un semplice contesto in cui proporre delle analisi che forniscano, indipendentemente dal loro voto finale, spunti interessanti per la nascita di discussioni, si auspica, costruttive per l'utenza.

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Ho seguito con molto interesse la serie anime, ritenendola uno dei prodotti più interessanti della stagione invernale 2021-2022. Dall’interesse suscitato e dall’entusiasmo riscontrato dai vari commenti sul sito, credo che a livello di successo ottenuto se la sia giocata con mostri sacri come “Attack on Titan”.
I primi episodi dell’anime sono tratti dall’omonimo manga del 2018, la cui pubblicazione è ancora in corso, e corrispondono in modo quasi fedele a quanto contenuto nei suoi primi cinque volumi.

La storia è piuttosto semplice e al tempo stesso particolare. I due protagonisti Marin Kitagawa e Wakana Gojo sono compagni di classe delle superiori e per puro caso la prima scopre che il secondo è capace di cucire e di creare vestiti, quando lo incontra nel doposcuola nell’aula di economia domestica.

I due protagonisti non possono essere più diversi come carattere e modo di comportarsi a scuola e nella vita di tutti i giorni. Marin è solare, estroversa, molto bella (è un eufemismo, credo che al lancio dell’anime e per i primi episodi siano girati migliaia di wallpaper con la sua immagine...) e pertanto molto popolare tra i compagni e a scuola, capace di trascinare chiunque con la sua verve ed entusiasmo, senza dimenticare che per mantenersi lavora come modella per photoshoot di riviste di moda. Vive da sola in un appartamento moderno. Tuttavia, ha un lato “nascosto”, una passione “molto nerd” per videogiochi, manga, anime e pertanto per i relativi personaggi, tanto da essere anche una cosplayer piuttosto attiva... È un po’ una gyaru, ma, salvo in alcune circostanze, anche “con gusto”, e la sua casa sembra uscita dalla descrizione della canzone di “Bambolina/barracuda” di Ligabue (praticamente, la sua camera è un tripudio di poster, gadget, accessori dei suoi personaggi preferiti).

Wakana è un ragazzo molto chiuso, orfano di entrambi i genitori, e vive col nonno fin da piccolo in una casa tradizionale in cui lo aiuta a produrre bambole hina, per le quali fin da piccolo ha sviluppato una grande passione, al limite dell’ossessione. A scuola è quasi un “poster”, interagisce il minino indispensabile coi compagni e, appena finisce le lezioni, “scappa” letteralmente a casa, dove si rifugia per dedicarsi al nonno e alla sua passione: il disegno dei visi delle bambole e la loro produzione, essendo il nonno un artigiano. È comunque il classico bravo ragazzo, coscienzioso, altruista, onesto, preciso e responsabile, affidabile al limite del noioso, ingenuo e tanto, ma tanto introverso e impacciato, tradizionale anche nel modo di abbigliarsi. I suoi limiti sono ancor più evidenti quando si capisce il trauma infantile vissuto per la sua passione per le bambole hina: da bambino fu pesantemente offeso per il suo interesse, e pertanto se ne guarda bene dal condividere tale passione con alcuno, eccetto ovviamente suo nonno e la famiglia. Vive nel suo mondo, estraniandosi da tutto e soprattutto dalle relazioni interpersonali sia con ragazzi sia, tanto più, con le ragazze.

Che cosa poteva risultare dalla interazione per modo di dire “forzosa” di due soggetti che più diversi non potevano essere? Un mix che alla fine risulta essere molto gradevole, simpatico, godibile e, usando un termine già ampiamente abusato dagli addetti ai lavori, “frizzantino”, nel panorama degli anime rom-com, scolastici, slice of life, per lo stile e per lo sviluppo della trama.
Invece di sfiancare lo spettatore nella solita stucchevole storia d’amore unilaterale non capita/corrisposta tra due compagni di scuola (equivoci, balbettamenti, imbarazzi, fughe, incomprensioni, ecc.), inizia una bell'amicizia nell’ambito della creazione dei costumi per cosplay, che man mano diventa sempre più dolce e intima, sfruttando l’avvenenza e il temperamento vulcanico di Marin e il contrasto con l’ingenuità e dolcezza di Wakana.

Ma qual è il “quid novi” di questo anime rispetto ad altri del genere? Pur sfruttando (ma in modo intelligente) la “fisicità” di Marin, per creare situazioni moderatamente “ecchi”, l’anime e il manga hanno il messaggio di fondo che lancia un messaggio neppure tanto “celato”: ciascuno di noi deve sentirsi libero di manifestare e vivere le proprie passioni senza vergognarsene o essere additato come “diverso”, e pertanto essere colpevolizzato ed emarginato a causa di passioni e interessi non omologati nel mainstream della società. E in Giappone credo che si tratti di un tema molto sentito e ricorrente...

Di sicuro l’evoluzione più evidente è quella del personaggio di Wakana, che grazie alla pazienza e alla dolcezza di Marin riesce pian piano a superare il suo blocco e a manifestarsi per quello che realmente è: un ragazzo non solo capace di creare dei piccoli capolavori con le bambole hina e con i vestiti da cosplay, ma anche di riuscire bene in tutto ciò in cui si applica “ex novo” con passione (vedi il trucco, le riprese fotografiche, ecc.).

Di Marin è incredibile la sua capacità di entusiasmarsi non solo per le sue passioni, senza nasconderle, ma anche e soprattutto per la sua capacità di incoraggiare, trascinare e lodare in modo anche disinteressato e onesto Wakana, rendendolo sempre più sicuro di sé... che poi lo faccia per un sentimento d’amore sempre più evidente poco importa: in fondo, pur essendo l’archetipo della ragazza molto popolare nella scuola e l’oggetto del desiderio di tutti, insiste nelle interazioni con Wakana, cercando di diventare sempre più intima con lui, assecondandolo senza forzarlo.
Pertanto, sebbene in apparenza sembri una ragazza appariscente ed estroversa all’inverosimile (e, come ho già scritto, un po’ “gyaru”), nasconde un carattere dolce, un po’ infantile e anche timido, molto più semplice di quanto si possa immaginare... si capisce chiaramente che solo con Wakana può essere "sé stessa pienamente".

C’è anche un elemento oggettivo che differenzia questo anime (più il manga, per quello che ho potuto vedere finora) dal solito genere: il mondo del cosplay. Non tanto per come vivono questa passione durante gli eventi (quasi fosse una tribù), quanto per la preparazione maniacale dalla scelta dei tessuti, dei vestiti e soprattutto degli accessori e del trucco. Nel manga si arriva a un livello di dettaglio forse anche eccessivo ai fini della trama, ma che dimostra la meticolosità e la “professionalità” nella realizzazione dei travestimenti fino all’immedesimazione dei personaggi.
Sicuramente il cosplay è un po’ la scusa per creare quel “trait d’union” tra i due, ma non viene utilizzato così in modo solo utilitaristico ai fini della storia, attribuendogli una dignità e visibilità che da noi è ancora un po’ di nicchia (forse per me...).

Dal punto di vista tecnico, nulla da eccepire, anzi: chara design molto bello e accattivante, sguardi e primi piani ricchi di dettagli, ma anche gli sfondi e le animazioni non sono da meno. Comparto musicale carino e simpatico, in linea con il genere della produzione.

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Se, così a bruciapelo, mi chiedessero di descrivere la trama di “Shikimori’s Not Just a Cutie”, serie animata targata Doka Gobo, mandata in onda nella primavera del 2022, probabilmente risponderei in questo modo: “I protagonisti della storia sono Izumi e Shikimori. Lui è un attira-guai perseguitato dalla sfortuna, lei una ragazza dai sensi di ragno alla Bruce Lee, e insieme formano una coppia atipica oltre ogni immaginazione. Sono felicemente fidanzati e, nonostante vadano alle superiori, il periodo della propria vita in cui si fa e si prova un po’ di tutto, discorso vero soprattutto per le nuove generazioni, tremano quando stanno vicini o si tengono per mano. Tanto kawaii!”.

Dopo questa, neanche tanto ironica, introduzione riesco già ad immaginare l’orrore stampato sul viso di voi lettori, quindi, per il bene della patria, cercherò di approfondire. Lui, Izumi, è la reincarnazione del brutto anatroccolo che, a differenza di quest’ultimo, però, non viene maltrattato. Sin da quando era piccolo, è perseguitato dalla sfortuna e ogni giorno viene coinvolto in incidenti spiacevoli e, talvolta, surreali. Le persone che gli stanno intorno lo sanno, ma, nonostante ciò, non lo rifuggono, anzi, cercano di stargli vicino e dargli conforto. E qui devo subito esprimere un mio parere. La scelta di non optare per il solito passato segnato da atti di bullismo l’ho trovata veramente acuta, anche perché la solita minestra riscaldata, con queste temperature estive, non l’avrei sopportata. Crescendo, la situazione non è cambiata, ma prevedere i disastri è ormai diventato più facile, al punto che può passare un giorno intero senza che gli accada nulla di spiacevole. Lei, Shikimori, è l’essenza del girl power. Passato da maschiaccio un po’ ribelle, che segue le orme del fratello, anche negli sport. Quando arriva alle superiori, però, decide di cambiare e iniziare a comportarsi come si conviene a una gentil donzella. La sua vera indole è domata, ma, ogni tanto, torna a fare la sua comparsa. Ragazza atletica, intelligente e bella, praticamente il sogno di ogni adolescente che, però, deve fare i conti con la dura realtà dei fatti: Shikimori è felicemente fidanzata con Izumi.

La perplessità è lecita, così come l’idea che quest’anime, etichettato come romcom, genere in cui i due protagonisti prima si conoscono e si corteggiano, per poi fidanzarsi, non avrà una vita felice; ma un libro non lo si giudica mai dalla copertina. Anche perché, posta in questo modo, l’idea non sembrerebbe neanche da buttare. Insomma, in fin dei conti, propone qualcosa di inusuale e fuori dagli schemi. All’inizio di questo percorso sono, quindi, partito con una buona dose di speranze e un unico grande dubbio, che mi ha assillato per tanto tempo: “Ma se questi sono già fidanzati, non è che mi aspettano dodici puntate di nulla cosmico?”. E purtroppo, cari amici miei, le mie buone aspettative sono state disattese e le paure tramutate in realtà. Izumi è un protagonista moscio, senza spina dorsale, tanto che, nei suoi momenti di assenza, la serie ne ha beneficiato. Con questo personaggio è stato fatto un lavoro talmente pessimo, che neanche i flashback in merito al suo passato sono riusciti a redimerlo un minimo. Shikimori, invece, è una vera forza della natura. Onestamente, nella coppia lei sembrava l’uomo e lui la donna. Sempre lei a fare il primo passo e a salvarlo da qualche imminente disgrazia. Per questo, l’ho definito un anime progressista. Per fortuna, grazie al sostegno di buoni comprimari, riesce a reggere questa serie vacillante. Vengono approfonditi degnamente il suo rapporto con Nekozaki, la “rivalità” con Inuzuka e il personaggio di Hachimitsu, a cui viene dedicata una delle ultime puntate della serie, nonché una delle migliori. È, infatti, verso il finale di stagione che l’anime sembra vivere un momento di fioritura, tanto bello, quanto fugace.

Insomma, il risultato complessivo non è dei migliori. Con questi presupposti, lungo tutto il cammino, si poteva fare di meglio, come introdurre un terzo incomodo realmente in grado di mettere in discussione la loro relazione. Nonostante ciò, credo che il lavoro svolto sia a metà tra il mediocre e il discreto, con una leggera inclinazione verso la seconda. Non spicca per la trama, quasi inesistente, ma le scene proposte sono quasi tutte godibili. Inoltre, si sprecano i momenti comici, e chi mi conosce sa che sono uno a cui piace ridere. Buone le musiche, soprattutto l’opening, e discrete le animazioni.

In definitiva, non un anime indimenticabile, la cui visione per molti sarà stata uno spreco di tempo. Adatto a chi cerca qualcosa di leggero e disimpegnato.
È bello, ma non balla.

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“Seishun Buta Yaro wa Bunny Girl Senpai no Yume wo Minai”, che tradotto alla buona significa “Ma i maiali (nel senso di ragazzi mascalzoni) non sognano ragazze senpai vestite da conigliette?”, sembrerà assurdo, ma è una chiara citazione che cita niente poco di meno che “Blade Runner”, in chiave ironica, poiché il celeberrimo libro di Philip K. Dick, da cui fu tratto il film super-cult, si intitolava appunto “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” Domanda lecita, se mai gli androidi avessero mai avuto bisogno di prendere sonno.
Per essere chiari, di primo acchito si potrebbe dire che ci sia ben poco di “Blade Runner” all’interno di questo anime, tuttavia dopo il primo quarto d’ora ecco che, dietro la facciata del solito prodotto inscatolato a tema sentimentale con palesi strizzate d’occhio al genere “harem”, s’intravedono i primi concetti sfuggenti, astratti, con riferimenti vagamente scientifici e più concreti riguardo varie leggende metropolitane, tutto condito da un filo conduttore che passa dall’inspiegabile sovrannaturale al quasi nonsense, accettato dai protagonisti della storia come parte integrande della loro vita quotidiana. Chiaramente, niente a che vedere con le atmosfere cupe e sci-fi punk di Roy Batty & Co.

Questo intreccio di generi, che posa saldamente su una base “scolastica” più classica possibile, dà vita a una storia banale, tuttavia per niente noiosa: Sakuta Azusagawa è un ragazzo carino, introverso e decisamente silenzioso, appena approdato alle superiori, ma che quasi tutti tendono ad evitare per dei trascorsi violenti quando era ancora alle medie. Messa così, potrebbe apparire come il solito incipit risentito decine di volte, se non fosse che un giorno, durante una visita a una affollata biblioteca in centro, s’imbatte in una bellissima ragazza vestita da coniglietta in perfetto stile playboy, che, senza alcun apparente motivo, nessuno riesce a vedere... a parte lui!
Sakuta decide di capire cosa stia accadendo, e comincia a indagare sull’attraente ragazza - il suo nome è Mai, e fra l’altro frequenta la sua stessa scuola -, cominciando a dipanare un mistero dietro l’altro; situazioni assurde al limite del paranormale (e oltre), collegate a un malessere che ha colpito, in passato, alcuni ragazzi della città, e che viene individuato come “Sindrome della pubertà”.

Dopo la prima metà dell’anime diviene chiaro che non si tratta del solito sistema narrativo da tredici episodi, bensì una sequenza di racconti suddivisa ad archi narrativi brevi, atti a seguire le vicende personali dei protagonisti che gravitano intorno al giovane Sakuta, personaggio di punta della storia, ben differente dal solito bamboccione poco prestante e totalmente imbranato nel relazionarsi al genere femminile. Sakuta è arguto ma svogliato, pigro ma attento, sempre pronto alla battuta irriverente o a doppio senso. Molto più realistico e “umano”, simile a un vero adolescente, è decisamente attratto dalle amiche di scuola senza tanti giri di parole; ben presto però la figura di Mai lo ammalierà oltre ogni immaginazione, essendo lei l’archetipo della “waifu” moderna: matura e gentile, capace di imbarazzarsi e al tempo stesso di saper affrontare ogni genere di situazione con risolutezza e decisione.
Attorno alla coppia che inizialmente crediamo essere l’unica vera protagonista della vicenda, ecco che si scoprono i segreti dei comprimari, che poi tanto secondari non sembrano essere. Ognuno vede ritagliato un angolo di trama più o meno importante, e il filo conduttore è sempre questa misteriosa e inquietante Sindrome della pubertà.

E’ un prodotto frizzante, fresco, leggero, che non annoia mai, sebbene proceda a ritmo alterno. Le gag e le battute a sfondo erotico sono talvolta chiare e dirette, e questo rende il tutto ancor più divertente e stimolante, sicuramente una chiave di narrazione migliore del solito fanservice servito sul piatto senza alcun contorno.
La componente surreale spazia sempre più, man mano che la vicenda si evolve, passando per diversi esempi che tentano di spiegare le situazioni assurde che affliggono i protagonisti: la scatola del gatto di Schrodinger, i loop temporali, dei paradossi inspiegabili, scambi di personalità e altre assurdità accadono una dietro l’altra, confondendo personaggi e spettatori.
Mai e Sakuta non sono la solita coppietta vista e rivista; creano un duo piccante, scoppiettante e divertente, ma v’è spazio per tutti i comprimari all’interno dei brevi archi narrativi che raccontano le loro avventure, follie e disagi.
I dialoghi sono senza dubbio accattivanti, v’è un tempismo perfetto per le battute e per i silenzi; spesso le pause e le sequenze animate sono gestite in modo impeccabile. Gli sceneggiatori traggono questa storia dall’omonima novel (ben più lunga della versione video, che presumibilmente vedremo finire trasposta in un lungometraggio dedicato), e la gestiscono in un modo più che discreto: si combatte il pensiero comune, la filosofia secondo la quale conviene seguire il pensiero della massa per non rimanere emarginati; si comprende che sopprimere il pensiero personale e fuori dal coro significa sopprimere la nostra originalità e, quindi, sopprimere parte di noi stessi. L’indifferenza, soprattutto nella società odierna, è uno dei mali peggiori, e, se collegata ai mali adolescenziali e alle problematiche della pubertà all’interno degli istituti scolastici, come bullismo, emarginazione e depressione, può creare un cocktail negativo di entità inimmaginabile.
Raccontando vicende paradossali e spesso assurde, si parafrasano le difficoltà e i problemi dei giovani contemporanei, cogliendone le sfumature più complicate, anche se talvolta ciò che si ottiene è una ridondanza fine a sé stessa.
V’è spazio anche per le classiche gag da storia sentimentale classica; il tira e molla di un bacio, gli equivoci più o meno imbarazzanti e via dicendo. Ad ogni modo, Sakuta rompe lo schermo più di tanti altri protagonisti, con il suo modo di fare sfacciato, tremendamente reale, sarcastico e capace di prendere in giro tanti luoghi comuni.

I disegni sono molto belli, luminosi, accattivanti. Lo studio per far apparire le giovani protagoniste più che attraenti è riuscito in modo eccellente. Le animazioni rimangono nella media, spesso anche più di quel che ci si potrebbe aspettare, mentre tutto questo ci porta velocemente verso un finale più drammatico e sofferto, capace di esprimere il proprio climax nel penultimo episodio, e di “sedersi” in modo più blando proprio sul finale, poco incisivo e, a dirla tutta, decisamente moscio. Questo non deve però trarre in inganno: la vicenda non finisce qui, bensì, come detto, continuerà nel lungometraggio finale (e chi sa se non in una serie seguente, vista la lunghezza delle novel).

Colonna sonora semplice, pertinente, che si abbina in modo gentile e perfetto alla storia. L’opening è carina, orecchiabile, ma la dimenticherete presto, mentre la ending risulta più sentita ed emozionante.

La forza di questo prodotto sono proprio i personaggi: apparentemente classici, a tratti stereotipati, ma che hanno davvero molto da raccontare. Menzione speciale per Kaede, la sorella di Sakuta, assoluta protagonista dell’arco finale.
Consigliato a chi cerca qualcosa di leggero, divertente e inaspettatamente impegnato proprio sul finale, e, perché no, che faccia riflettere un poco su alcune dinamiche spesso date per scontate o che passano in secondo piano, nel caos di tutti i giorni, fra genitori assenti, figli pieni di pensieri e sogni, spesso difficili da affrontare e soprattutto risolvere.
Quanto conta la presenza di qualcuno di importante, in quei momenti? Dire tanto è riduttivo.