Nuovo appuntamento con la rubrica dedicata alle recensioni su anime e manga, realizzate degli utenti di AnimeClick.it.
Se volete farne parte anche voi... rimboccatevi le maniche e recensite!

Ricordiamo che questa rubrica non vuole essere un modo per giudicare in maniera perentoria i titoli in esame, ma un semplice contesto in cui proporre delle analisi che forniscano, indipendentemente dal loro voto finale, spunti interessanti per la nascita di discussioni, si auspica, costruttive per l'utenza.

Per saperne di più continuate a leggere.

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Ed eccomi a recensire l'anime che sembra assurgere a diventare la sorpresa della stagione autounno/inverno 2022 dell'animazione: "Bocchi the Rock!".
L’adattamento della omonima serie manga ha debuttato a inizio ottobre di quest'anno ed è appena terminata. Prima di entrare nel merito della mia recensione, mi pare doveroso evidenziare che da quanto ho appreso in rete, oggettivamente "Bocchi the Rock!" si è rivelata essere una delle serie più popolari della stagione invernale e le recensioni già pubblicate nonché i commenti agli episodi presenti sul sito sembrano proprio avvalorare la sensazione delle valutazione a dir poco "entusiastiche". Sul sito AnimeClick.it nell'ultima classifica pubblicata degli anime in base ai pollici assegnati dal 19 al 25 dicembre 2022 si è classificato al primo posto, sopravanzando i più blasonati "Spy x family" e "Chainsaw man", "Mob Psyco 100 III" e "Blue Lock" solo per citarne alcuni...
E così la serie, che ha esordito un po' "in sordina", ha poi raccolto molti consensi diventando un po' una sorta di "blockbuster" alla stregua di "Lycoris Recoil" per la stagione estiva.
Ma rispetto a quest'ultima, "Bocchi the Rock!" a mio avviso ha qualche pregio in più...
Non mi permetto di sostenere che sia la miglior serie in assoluto della stagione (non essendo un divoratore seriale di anime e non avendo un background culturale tale da poter esprimere giudizi così assoluti) ma tra quelle che ho visto fino ad oggi posso confermare che è quella che con "Raven of the inner palace" mi è piaciuta maggiormente.

"Bocchi the Rock!" è incentrato sulla narrazione delle gesta di Hitori Goto - soprannominata in corso dell'anime come "Bocchi-chan" (presumo che significhi "solitaria" o "tutta sola"), per il carattere molto introverso e schivo perché affetta dal disturbo di che potrei definire simile a quello di Shoko Komi, protagonista di "Komi can't communicate": l'ansia (o meglio fobia) sociale, ossia la paura o il disagio più o meno marcato che un individuo sperimenta in situazioni di interazione "sociale" nelle quali teme di essere giudicato dagli altri, apparendo, a torto, imbarazzato, ridicolo con il timore poi di essere umiliato di fronte agli altri. Un disturbo che porta all'incapacità di relazionarsi con le persone e al conseguente isolamento.
Hitori, a causa di questo problema, trascorre le sue giornate, oltre alla scuola, isolata in casa e ha trovato come unico hobby di interesse esibirsi sui social con la vecchia chitarra elettrica del padre dopo aver imparato a suonarla piuttosto bene. E sui social, con il nickname di "Guitarhero" (sarà una citazione casuale?) riscuote un grande successo visto il numero di commenti dei suoi numerosissimi follower...

In fondo, sembrando un po' una hikikomori, Hitori vede, nel suonare la chitarra elettrica, l'unico modo per lei possibile per cercare di cambiare il suo destino per una nuova vita fatta di fama e successo.
E invece l'evento che rappresenterà il punto di svolta della sua esistenza (e dell'anime) sarà l'incontro con Nijika Ijichi che, essendo la batterista di una band che era alla ricerca di una chitarrista, la convince a provare ad unirsi al suo gruppo.
Da qui inizia il percorso di cambiamento e di crescita della protagonista, mirabilmente raccontato da questo anime slice of life, scolastico e musicale con uno stile piuttosto originale, ironico e simpatico sullo spaccato di vita quotidiana delle componenti del gruppo, dove la musica, sebbene presente e anche di una discreta qualità, non è il leit motiv dell'anime.
Infatti non sono molti i momenti in cui l'anime mostra il gruppo suonare; quando lo fa è comunque molto piacevole e dimostra il talento e la bravura di Hitori.
La storia è invece incentrata sul rapporto di amicizia e complicità che si instaura tra le componenti del gruppo che porteranno progressivamente Hitori a evolvere e a superare (parzialmente) la sua fobia, rivelandosi in alcune circostanze in modo divertente come la vera anima talentuosa e trascinatrice del gruppo.
Non c'è (per fortuna) alcun accenno di romanticismo e nessun ragazzo o uomo degno di nota nella trama: solo ragazze che, tra alti e bassi della vita scolastica e, soprattutto, di quella al di fuori della scuola (finalmente) cercano di ritagliarsi il loro momento di gloria per dimostrare il loro talento vivendolo però con gli occhi delle adolescenti sognatrici e piene di entusiasmo che non si fermano davanti a nessun ostacolo pur di realizzare il loro sogno.

E a riguardo della fobia sociale di Hitori, l'anime non scade nella parodia demenziale e un po' stucchevole di "Komi can't communicate". In quest'ultimo, il disturbo viene utilizzato come generatore di gag piuttosto puerili in cui, a parte Tadano, gli altri personaggi utilizzano come scusa per star vicino alla ragazza più bella della scuola.
In "Bocchi The Rock!" si vede invece come in modo diverso le tre amiche della band si accorgono del problema e cercano di stimolare Hitori a superarlo con tolleranza e ironia ben valorizzata da uno stile espositivo un po' diverso dal solito "deformed" dei visi. E' il mix tra i trip mentali di Hitori e i commenti più o meno "caustici" tra il serio e il faceto delle amiche con uno stile grafico molto particolare a generare un contrasto molto divertente che tuttavia non umilia né il personaggio che è affetto dal disturbo né l'intelligenza delle persone che guardano l'anime. Chi non vorrebbe un amico che sorride benevolmente dei tuoi difetti e riesce ad aiutarti tendendoti una mano cercando sempre di sdrammatizzare e incoraggiandoti?
Proprio l’animazione dei momenti di "crisi" di Hitori rappresenta uno dei suoi punti di forza dell'anime: le scena vengono rappresentate in modo diverso dal solito già visto, in modi che mi hanno richiamato alla memoria lo stile di Anno in "Le situazioni di lui e lei" in cui si mixano disegni e immagini fisse con altre animate o con fermi immagine e altri espedienti che valorizzano enormemente in modo ironico e appropriato (e non demenziale) i momenti di trip di Hitori. Non vi dico le risate che mi sono fatto alla scena della sua reazione all'ingresso nel negozio di chitarre o quando ha improvvisato sul palco in occasione del concerto al festival scolastico, incluso il tentativo di "stage diving".

Di musica non ce n'è molta, ma quella presente mi è sembrata di qualità. Non sono un estimatore del J-rock ma alcuni passaggi strumentali non solo di chitarra ma anche di basso mi sono sembrati non proprio male, denotando una cura non indifferente da parte della Cloverworks anche a questo aspetto... Valide sia l'opening “Seishun Complex” sia l'ending “Distortion”.
Per concludere e non diventare ripetitivo, consiglio la visione di questo anime spensierato e leggero senza sottovalutarlo e ponendo attenzione ai minimi particolari e ai riferimenti più o meno latenti che rendono quest'opera qualcosa di "nuovo" nel recente panorama dell'animazione.

8.0/10
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“Da giovane, tra amici, chiamavamo “Blue Giant” i jazzisti che brillavano di più al mondo. Sono enormi stelle, il cui calore è talmente intenso da travalicare il colore rosso e risplendere di una tonalità blu.
Sono note come giganti blu”.


Il blu, spesso indicato come colore della malinconia, è da sempre vettore creativo nel mondo, fortemente presente in tutte le declinazioni artistiche: da “Blue Velvet” di David Lynch al gruppo rock nostrano “Bluvertigo”.
Senza uscire troppo dal seminato, rimanendo in ambito manga/anime, abbiamo una sfilza di opere nel cui titolo è presente questo colore: dal “demoniaco” “Blue Exorcist”, al survival spokon “Blue Lock”, passando per lo slice of life scolastico “Blue Period”, fino al caposaldo dell’animazione giapponese “Perfect Blue” di Satoshi Kon, che, oltre al sopraccitato “Blue Velvet”, ha ispirato, per usare un eufemismo, “Il cigno nero” di Aronofsky.

Day Miyamoto è un liceale iscritto al club del basket della propria scuola, tuttavia la sua vocazione è il jazz, e lo capisce dal colpo di fulmine che lo attraversa al primo concerto a cui assiste.
Suo fratello maggiore (il protagonista ha anche una sorellina) decide di comprargli il sassofono più costoso in circolazione, per fargli coltivare al meglio questa ardente passione. Il ragazzo diventa presto un tutt’uno col suo strumento, e pur mancando nei rudimenti basici, non sa leggere uno spartito né scegliere la corretta diteggiatura, dimostra da subito un esplosivo talento cristallino.
Finito il percorso da autodidatta, fatto di nottate post-lavoro trascorse a suonare agli argini del fiume Hirose, divenuto nel tempo una sorta di seconda casa, per colmare le lacune tecniche Dai decide di affidarsi alle lezioni private del maestro Yui, un esperto musico che rivede nel ragazzo il se stesso da giovane. Dopo essersi fatto le ossa lungo le strade di Sendai, Dai si trasferisce a Tokyo per fare il salto di qualità artistico, luogo di ritrovo di un’infinità di jazzisti, dove arriverà a formare una band: i Jass.

«Dalla carta non escono i suoni lo sai?»

«Certo… ma se li sbatti, i libri fanno rumore»

Che le note potessero uscire dalla carta sotto forma di emozioni i manga ce lo avevano già ampiamente dimostrato con opere come: “Beck”, “Nana”, “Jammin’ Apollon”, “Nodame Cantabile”, e “Solanin” da cui “Blue Giant” prende spunto per i connotati slice of life agrodolci, e specialmente in termini di vibes trasmesse (pur non avendo il nichilismo di Asano).
Shinichi Ishizuka, autore già noto grazie alla pubblicazione di “Gaku” (il suo manga d’esordio sull’alpinismo purtroppo in Italia interrotto al quarto volume), prende la “tenacia sportiva” degli spokon e la trasforma in flusso musicale, mostrandoci l’abnegazione, i sacrifici e la determinazione di un ragazzo che soffia i sentimenti dentro il suo sassofono. Similmente a quanto avviene nei manga sportivi il protagonista canalizza tutte le energie nella sua viscerale passione, arrivando anche a svolgere due lavori contemporaneamente come il cameriere e l’operaio pur di continuare a coltivare il suo sogno.

Il jazz si è sedimentato in Giappone grazie alla contaminazione culturale dovuta alla dispotica egemonia americana post seconda guerra mondiale. L’amore di Shinichi Ishizuka verso questo genere musicale sembra strabordare dalle pagine, pregne di citazioni e atti di lode. John Coltrane, Johnny Griffin, Miles Davis, Charlie Parker, Bill Evans, Dexter Gordon, Louis Armstrong sono solo alcune delle numerosissime reference fatte dall’autore in quest’opera, che risulta essere un passionale tributo alla musica jazz. I capitoli sono tutti titoli di canzoni od album storici che hanno in qualche modo segnato il percorso artistico del mangaka, da “Blue Sunset” a “Blue Train”, tanto per restare in tema blu. Brillante l’idea relativa ai capitoli extra, denominati “bonus track”, in cui vediamo i personaggi secondari proiettati in flash-forward rispondere a mo' di intervista alle domande sui protagonisti, fornendo aneddoti e approfondimenti interessanti, tra cui spoiler sull’ascesa musicale di Dai.
“Le sue note stanno diventando sempre più blu”.

Il susseguirsi delle vicende è sapientemente intermezzato da alcuni flashback che danno tridimensionalità ad un incedere narrativo che altrimenti sarebbe fin troppo lineare, data anche la totale assenza di villains. Non mancano i siparietti comici, intelligentemente centellinati per non risultare invasivi. Interessante il personaggio di Yukinori Sawabe, il pianista della band, la cui tecnica finissima forgiata su anni di studio intensivo si completa con il talento grezzo e la capacità d’improvvisazione di Dai, creando insieme tappeti musicali che diventano dei veri e propri cerchi simbiotici. La musica dà colore alle emozioni, e lo dimostra il primo brano interamente composto da Dai “Burhnam love”, a seguito della morte di Burhnam, un cane a cui il ragazzo si era molto legato.

Notevole il tratto di Ishizuka, un compromesso tra realismo ed espressività che si rifà alla scuola di Naoki Urasawa. Il disegno raggiunge il suo apogeo durante lo svolgimento dei concerti, in cui più che leggere un fumetto sembra di assistere ad autentiche esibizioni musicali. La musica è vibrante, comunicativa, esce dalle pagine penetrando l’anima. Le movenze dei musicisti sul palco, la sinergia con i propri strumenti, i primi piani, l’atmosfera da brividi nei locali, le inquadrature al pubblico, il tutto studiato a tavolino e magnificamente immortalato su carta per immergerci a pieno nel clima dei live. Resta impressa la scena in cui Dai smonta il suo sassofono per pulirlo, passando con estremo zelo del cotton fioc per spolverarne le forature, grazie alla minuzia nei dettagli e all’impostazione registica delle tavole, Ishizuka trasforma un normale gesto in un vero e proprio atto d’amore.

Ottima l’edizione J-Pop con sovraccoperta e pagine a colori: un formato deluxe da collezione che accorpa in un albo 2 volumi del formato tankōbon standard giapponese. Piccolo appunto: carta eccessivamente trasparente.
Come dichiarato dall’autore nella postfazione “Blue Giant” continua con “Blue Giant Supreme”, conclusosi in Giappone nel 2020 e succeduto a sua volta da “Blue Giant Explorer” tuttora in corso in patria. Recentemente è stato annunciato anche l’attesissimo adattamento animato che vedrà la luce verso il concludersi del 2023.

Che sia sotto il rovente sole estivo, o dentro una galleria buia per ripararsi dalle gelide piogge invernali, Dai continua a suonare il suo sax tenore, fino ad avere tutte le ance consumate, perché più un sogno è grande più bisogna sacrificarsi per portarlo a compimento.
“Blue Giant” è un giro di blues sul tappeto della notte, un manga quasi da ascoltare, sicuramente da leggere, magari con John Coltrane in sottofondo.

“Non mi importa di quante centinaia, migliaia o anche decine di migliaia di ore di esercizio mi ci vorranno… andrò a Tokyo, a New York… ci andrò senza dubbio! Perché io… diventerò il più grande jazzista del mondo! Ne sono certo!”

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Le idol di sicuro non mancano sulla scena anime. Se da un lato ogni anno c’è quasi sempre un “Love Live!” a fare da apripista, e magari anche a rubare tutta la scena, dall’altro non mancano anche altre produzioni che provano ad inseguire il successo ottenuto dalle ragazze della Sunrise. Tra le serie più recenti di questo filone ecco che troviamo anche il qui presente “Selection Project”, che prova a dare un taglio un po’ più calato a questa parte del mondo dello spettacolo giapponese.

La storia ci proietta direttamente al momento delle finali regionali di un concorso per nuovi talenti, per l’appunto il Selection Project che dà il titolo all’opera, ove tutto è pronto per selezionare le nove candidate che parteciperanno alla fase finale nazionale. E alla fine le vincitrici Rena, Hiromi, Mako, Ao, Shiori, Nagisa, Uta, Nodoka, e poi anche Suzune con qualche patema, vengono portate in un attrezzato resort dove varie prove le attendono. Sarà il voto social, lo “Yell”, dei followers a determinare chi andrà avanti e invece chi andrà a casa...

Praticamente viene trasposto in anime un reality show musicale come potrebbe essere un “Amici di Maria...” o un “X Factor” delle nostre parti. Non che io segua questi due show, però ho trovato comunque positiva questa impostazione della storia, che non ci mette solo della fantasia, ma che strizza un occhio anche alla realtà e a cosa e come avviene nello specifico settore.
Ma in queste opere ciò che più è importante sono le protagoniste e il comparto musicale.
Quanto alle prime il gruppo è quantomeno assortito. C’è quella più “cool” e tsundere (Rena), quella più grande con l’aura materna (Mako), la sportiva (Ao), la oujou-sama (Shiori), la loli (Uta), la simil gyaru (Hiromi), quella che viene da Hokkaido e mangia per tre (Nodoka), quella pimpante di base (Nagisa) e la protagonista dall’anima candida e con un gran talento vocale (Suzune). Nel complesso la compagnia funziona bene e tutte le ragazze risultano simpatiche, anche se, per motivi di tempo e anche legati alla storia, alcune rimarranno più sullo sfondo e altre rimarranno partecipi solo in modo sufficiente. Menzionerei anche il personaggio collaterale di Seira, rivale a tempo di Suzune, bello assai esteticamente e anche caratterialmente.
Più che apprezzabile il lato musicale, con brani molto pop e molto da idol. Si formeranno anche delle interessanti unità tra le partecipanti con il duo Suzune/Rena che punta sul vocal e sul fascino, il quartetto molto sbarazzino Hiromi/Nagisa/Nodoka/Ao e il trio Mako/Uta/Shiori inaspettatamente rock.

Il concorso del Selection Project costituirà l’ossatura sulla quale si appoggerà la storia delle ragazze che aspirano ad arrivare al successo, e in particolare quella di Suzune e Rena, che sarà una vicenda sola unita dagli imprevedibili scherzi del destino. L’idea del reality show è buona e si sviluppa anche bene, almeno fino a un turning point che arriva ai tre quarti della serie, colpevole, a mio dire, di spezzare il ritmo nel preparare un nuovo inizio, arrivando poi a una conclusione anche troppo morbida. Magari si poteva insistere di più sul discorso del reality.
Bene poi anche il cast delle doppiatrici, quasi tutte esordienti, o quasi, per le protagoniste, con l’aggiunta in ruoli di supporto di alcuni nomi più veterani come Saori Oonishi e Saori Hayami.

In conclusione, “Selection Project” è una buonissima serie, specie per chi è alla ricerca di altri titoli sulle idol oltre a “Love Live!”, ma che avrebbe potuto dare qualcosa di più specie sotto il profilo della storia.