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9.0/10
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Siamo di fronte a uno degli anime meno “anime” che la storia dell’animazione giapponese abbia mai esportato in Italia. Nato come romanzo, scritto dalla brava Kyoko Mizuki, trasportato in manga dalla Igarashi (anche "mamma" di Giorgie), Candy Candy arriva nel nostro paese nel 1980, trasmesso da reti locali. Perché parlo di un anime “poco anime”? Perché Candy ha più il sapore di una fiction, di una bella ed emozionante fiction televisiva per adolescenti e non. Il format non si incastra con nessuna delle produzioni animate trasmesse in Italia nei primi anni ’80. Anche se a un occhio poco allenato potrebbe sembrare “l’ennesima orfanella” Candy, come vedremo, è molto di più!

La storia è quella di Candice White, un’orfana che, in preda alle avversità e alle brutture della vita non troverà riscatto o il grande amore, ma la pace con se stessa e col mondo, che insegue per 115 puntate. A parte l’introduzione, in cui vediamo Candy bambina alla “Casa di Pony”, il resto della produzione è infatti costellato di drammi, ricatti, soprusi, morti violente e tradimenti. Quella di Candy, infatti, non è la classica vita dell’orfana in balia delle avversità, ma è la vita di una persona sfortunata. Una sfortunata con un cuore grande, ma pur sempre sfortunata. Questo suo grande cuore, questa sua solarità, il sorriso raggiante, gli occhi vivaci, le procureranno pochi (ma veri) amici e tanti nemici. Paradossalmente l’atteggiamento positivo della nostra eroina infatti attirerà quasi sempre su di sé le invidie di qualcuno che, attraverso complessi giochi di potere (un po’ esasperati se poi si pensa al fine ultimo di queste mosse), riusciranno sempre a metterla in difficoltà.

Candy subisce quindi una serie costante di umiliazioni e colpi bassi, dall’inizio alla fine, senza mai mollare la presa, restando aggrappata alla sottile corda della speranza. La speranza appunto ultima a morire, ma la speranza in cosa? Cosa cerca Candy e in cosa spera? A prima vista si potrebbe dire che la ragazza sia in cerca dell’amore di uomo e dell’affetto di una famiglia. In realtà Candy cerca se stessa. È una meravigliosa immagine dell’adolescenza e della difficoltà di crescere, in ogni contesto e in ogni situazione. Nonostante le avventure romanzate della ragazza infatti, il vero nemico di Candy, come lei stessa riconosce più volte, sono i suoi sbagli. Sbagli che però la trasformano, lentamente, dalla bambina spensierata della Casa di Pony alla raggiante studentessa del collegio britannico, alla coscienziosa infermiera di Chicago, fino alle ultime, decisive scelte della sua vita.
Ma in cosa sbaglia questa apparentemente buona e perfetta ragazzina d’inizio XX° secolo? Sbaglia nel riporre fiducia, nel credere ancora e ancora, nell’affidarsi nelle mani sempre sbagliate e sempre invidiose di qualcuno, nell’ostinarsi a non voler camminare da sola. Candy, maturando, capisce che l’unica persona sulla quale deve concentrare le proprie forze è se stessa e questa chiave di lettura introspettiva la porta a un cambiamento lento ma radicale, che la trasforma appunto da bambina in donna.

Il disegno è ben confezionato, con colori vivaci e acquerellati, chiaroscuri nitidi ed efficaci. Bene anche la key animation, considerato l’anno di produzione (1976). Le musiche sono ben collaudate sul filone tragico europeo di metà anni ’70. Sfondi chiari, spesso sfumati con scorci interessanti e, a volte, qualche caduta di stile.
In sostanza un buon prodotto, distribuito ai bambini e non per bambini questo anime appassionò molto più le madri che i figli. Uno shojo d’altri tempi, con una trama fittissima e piena di colpi di scena, accompagnata da un disegno gradevole e ben progettato. Storico. Nove.