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9.5/10
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C'era un tempo in cui si guardava alla Natura con timore reverenziale e con senso di riscatto, non solo con odio. Una riflessione leopardiana ci riporta all'epoca in cui i vegani abitavano una stella lontana, e l'Uomo viveva ancora il suo ambiente come una frontiera da conquistare. In fede a questo contesto anche gli shonen e gli spokon si nutrivano del modello io vs rivale, laddove il rivale è l'altro indefinito da battere; sia un animale cui dare la caccia o una montagna da scalare... la Natura nella sua vastità come avversario, ma non come un nemico. Un'opera che rientra in questo schema è "Sampei".

Tratto dal manga di Takao Yaguchi (che vi inserì elementi autobiografici) del 1973, "Sanpei" (come vorrebbe la corretta forma) è la storia di un ragazzino che vive con suo nonno nel Giappone di provincia, lontano dalle metropoli futuristiche, dove la tradizione lascia un segno più forte sulla modernità. Secondo il topos narrativo dei giovani protagonisti manga/anime del secondo Dopoguerra, rigorosamente orfano, il giovane trova una sua identità, il suo riscatto, nell'attività che risulta virtuosismo, nonché modus vivendi: la pesca. Come gioco, come sport, come lavoro, come stile di vita, per il ragazzo tutti questi aspetti si riassumono e si sommano. In fede a questo, Sampei Nihira è l'enfant prodige di turno che fa del passatempo un'arte. Forte degli insegnamenti, dei trucchi e della "saggezza dei vecchi" del nonno, il protagonista vive la sua infanzia in un'eterna scoperta del Mondo, attraverso l'idillio di una nuova avventura dietro l'angolo. Quell'avventura che vive nell'eterno bambino che è in tutti noi, quella sete di orizzonti che Hemingway sentiva dalle colline dell'Africa richiamarlo alle imprese di Huckleberry Finn. Come lui, Sampei è chiamato a conoscere, ad esplorare, a vivere nuove esperienze, viaggiando, come Ulisse, per soddisfare quella parte di noi che non vuole trovare mai sosta. E anche per conoscere sé stesso, trasformando alla fine l'avventura nella ricerca del padre scomparso, chiudendo così, novello Telemaco, il ciclo omerico.

La sua crescita si espleta in un continuo confronto. Con i suoi amici; la coetanea Yurin e la spalla Shoji. Con i suoi mentori; il nonno Ippei in primis ma soprattutto Gyoshin, pescatore professionista, figura solitaria e ombrosa, nonché padre surrogato per il protagonista. Con i suoi rivali; tutte maschere che ad ogni puntata propongono una loro narrazione, alternativa, estranea, da studiare e da assimilare secondo la logica della sfida sportiva. E naturalmente il confronto per eccellenza, quello con la Natura, con gli elementi, con gli animali, forieri di esperienze e insegnamenti tanto quanto gli esseri umani.

Una narrazione, quella di "Sampei", che vive nel solco del romanzo di formazione, inteso anche come strumento educativo per lo spettatore, che viene istruito con gli occhi del protagonista attraverso digressioni, commenti, parentesi narrative che si adattano perfettamente alla trama. Trucchi, accorgimenti, dettagli tecnici, strategie, informazioni storiche e di costume sono la norma nelle puntate dell'anime. Il senso didattico non ha però particolari pretese, se non quelle di fornire allo spettatore una coscienza che cominciava allora per la prima volta a definirsi ecologica. Chiara è in tal senso la posizione degli autori: l'Uomo deve riconsiderare il suo posto nell'ambiente e trovare un suo equilibrio, pena la rottura di quell'armonia che dai tempi antichi permette la sopravvivenza di tutti. Un'armonia che nel mondo agreste, nella tipica contrapposizione con la Civitas, è intesa come una sorta di Pax deorum, che vede nelle leggi naturali un ordine divino. Emblematica in tal senso la figura del nonno Ippei, che, portavoce delle antiche tradizioni giapponesi, shintoiste e buddiste, veglia e consiglia tutti sull'importanza di tale sacro equilibrio. Il progressismo militante e ignorante corrisponde alla rottura di quell'equilibrio. Il messaggio ecologista di "Sampei" non risulta mai pedante o forzato, perché inserito in un contesto narrativo che ha una sua architettura.

La perizia con cui è realizzato l'anime permette di cogliere tutti i dettagli del disegno, rispettando lo stile del mangaka. Gli accorgimenti tecnici esaltano tanto gli sfondi (che suggeriscono la tecnica a stampa e l'acquerello) quanto le animazioni e i personaggi, campiti da un tratto netto ma sinuoso, e nervoso nelle scene d'azione, dando agli slanci e agli effetti visivi una forza espressiva che ricorda le opere di Sanpei Shirato. L'animazione è resa ancor più efficace dalla regia che col sapiente uso della trama riesce a mantenere alto il livello della tensione. Tensione magistralmente sostenuta dalle musiche di Hiroyuki Yamamoto e Komei Sone che usano con astuzia le note, dando ad ogni scena la sua collocazione emotiva, per poi esplodere in un crescendo, con effetti sonori che hanno sapore cinematografico.

Il regista Yoshikata Nitta ha infatti confezionato un piccolo gioiello che ha la sua forza nelle scene d'azione. Lo spokon giapponese medio, infatti, può godere di un'enfasi, figlia dello stile teatrale, che lo trasforma in una sorta di poema epico dove le emozioni, le percezioni e soprattutto l'azione sembrano avere vita propria, sciogliendosi completamente dalle esigenze della logica e ritagliandosi un quadro personale, come le illustrazioni di un libro o la splash page di un fumetto. E in "Sampei" questo stile potrebbe fare scuola. La forza assoluta dell'opera è resa tutta in quel climax, che in ogni puntata blocca la trama (spesso con fermi immagine o effetto rallenty) in quel nodo (narrativo o scenico) che focalizza tutta l'attenzione. Il risultato è tale, che l'anime trova un valore aggiunto. Il richiamo a temi come l'ecologia non impedisce di condire il tutto anche con sfumature avventurose o addirittura, grazie al richiamo delle tradizioni antiche, con toni da folklore tendenti al mistery, al soprannaturale e all'horror. Quello di "Sampei" dunque diventa un incontro/confronto con realtà che non possono essere completamente dominate dall'Uomo. Il cacciatore/pescatore deve sottomettere la sua cerca a leggi più grandi di lui. Il tema dello scontro con la Natura conferisce così all'opera maggiore spessore, svincolandola dai rigidi schemi di genere avventura, sport, ecc. I temi, il ritmo, l'azione permettono a "Sampei" di essere un po' "Lo Squalo", un po' "Il Vecchio e il Mare", un po' "Capitani Coraggiosi", un po' "Moby Dick". Uscendo dai soliti canoni, risulta così un'opera completa, che soddisfa più interessi, godibile anche per chi non sa o non vuol sapere nulla della pesca.

Uno scorcio di passato prossimo (quando erano meno comuni buonismi e ambiguità) nel quale erano però già in nuce tutte le complicazioni del presente, annidate sotto la superficie dell'acqua, pronte a guizzare fuori e a tirare la lenza con la forza che trascina via i tempi in cui bastava "un cappello giallo in testa, sotto il sole e sotto la tempesta".