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9.5/10
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«91 days» è una serie del 2016, originale, composta da dodici episodi, cui si sommano un episodio ricapitolativo a metà serie e uno special, uscito a serie conclusa.
USA, anni ‘20, nel (fittizio) distretto di Lawless un contabile della mafia viene ucciso insieme alla moglie e al figlio minore, mentre Angelo, il maggiore dei figli, si salva, scappa e cambia il suo nome in Avilio; sette anni dopo una lettera anonima gli rivelerà i nomi dei responsabili. I 91 giorni del titolo sono quelli che Angelo/Avilio dedicherà a partire da quella rivelazione a portare a termine la sua vendetta.

Questa serie è un prodotto decisamente peculiare, per diversi motivi: il più immediato è quello relativo all’ambientazione (ho controllato nel database di AnimeClick.it, ci sono due anime che hanno fra i tag “Proibizionismo” - l'altro è «Baccano!»), è poi da segnalare l’assenza di qualsivoglia elemento fantastico/paranormale.

Altra particolarità è il protagonista: in un panorama in cui i protagonisti, spesso e volentieri, “martellano” lo spettatore con dialoghi, linguaggio corporeo esagerato, urla, dialoghi interiori (anche a più voci), qui abbiamo un personaggi sostanzialmente muto: Angelo/Avilio parla prevalentemente con le sue azioni e le sue parole sono poche e misurate, sempre dette nella consapevolezza di essere di fronte a potenziali nemici; i suoi gesti sono altrettanto misurati, per scorgerli bisogna osservarlo attentamente. Coprotagonista, decisamente riuscito, scritto per creare contrasto con l’ombroso Angelo, è Nero: anche lui brillante e capace, ma decisamente solare d’indole. Anche gli altri personaggi godono di una buona caratterizzazione, anche quando non godono di molto spazio sulla scena.

La storia è ben scritta, dura come richiesto dall’ambientazione: non cede al buonismo, ma nel contempo non indugia sulle scene di sangue per “fanservice”, le morti sono funzionali alla storia e il focus non è certo sulle scene splatter. Non cerca nemmeno di far piangere ad ogni costo. La storia ha un finale volutamente ambiguo (o forse sarebbe più corretto dire “suggestivo”) nella forma, ma (a mio parere) netto e conclusivo nella sostanza.

In quanto italofoni, purtroppo si è nella condizione peggiore per godere di questo prodotto: i responsabili della serie infatti hanno commesso una tremenda leggerezza nella scelta dei nomi. Hanno presumibilmente aperto un dizionario e scelto dei lemmi a caso. Già, perché Angelo è uno dei pochi nomi sensati, Avilio non è in uso ma è esistente, c’è ancora Nero che è quasi un nome (Neri lo è a tutti gli effetti), ma gli altri personaggi sono spesso dotati di un solo nome (il nome proprio? Il cognome? Non si capisce) che è tutto fuorché un nome proprio: Corteo, Fango, Scusa, Cerotto. L’effetto è, talora, involontariamente comico e, sempre, parecchio fastidioso. Se non conoscessi l’italiano, avrei probabilmente valutato questa serie con un dieci, ma mezzo punto devo toglierlo per il fastidio che mi hanno arrecato quei nomi.

Al di là del problema dei nomi il comparto tecnico è impeccabile: a partire dal character design di Tomohiro Kishi («My Little Monster»), passando per la regia di Hiro Kaburagi (che quest’anno, 2020, ha curato anche, e ottimamente per «Great Pretender») fino alla direzione della fotografia affidata a Hitoshi Tamura (che altri due suoi lavori che amo sono «Durarara!!» e «L'Immortale»).
La OST è di Shogo Kaida, è marcatamente orchestrale, fa il suo lavoro aiutando la resa efficace dell’atmosfera degli USA degli anni del Proibizionismo, alterna brani da storia “noir”, qualche pezzo più brioso, passa dal sinfonico allo swing e spesso ha timbri nostalgici e struggenti. Bellissima la opening di TK (difficile non ricordare le sue opening di «Tokyo Ghoul» e «Psycho-Pass»).

In conclusione: una storia dura, tragica, pensata fin nei piccoli particolari e ben realizzata, con una ambientazione “retrò”, con belle auto d'epoca, liquori trasportati in improbabili arbanelle di vetro e ananas sciroppati in scatola (e c’è anche qualcuno che ha voglia di vedere il mare...).