Recensione
Astro Boy
9.0/10
“Il suo nome è Atom, l’impareggiabile Astro Boy!”
Quando seppi della ristampa italiana di “Astro Boy”, decisi immediatamente che i volumi pubblicati da JPOP sarebbero entrati a far parte della mia collezione. Allo stesso tempo, presi una decisione inusuale per un lettore di manga: avrei prima comprato tutto il fumetto e poi lo avrei letto, così da non perdermi nella pubblicazione bimestrale della casa editrice italiana. Come molti di voi ben sanno, questa rischia sempre di essere un’arma a doppio taglio, perché a collezione completata c’è il pericolo, solitamente, di ritrovarsi in mano la serie intera di un manga che ci annoia al primo volume. Con “Astro Boy” del dio dei manga Osamu Tezuka, però, sapevo, anzi ero certo di andare sul sicuro e, infatti, l’opera non mi ha assolutamente deluso.
Gli anni Cinquanta erano appena iniziati e il giovane Osamu Tezuka aveva già pubblicato diversi successi – tra cui “Metropolis” e “Kimba - Il leone bianco” – quand’ecco che la passione per la fantascienza e il desiderio di raccontare storie che parlassero a tutti lo portarono a creare un personaggio destinato a diventare un’icona: Atom. Il piccolo androide dai grandi poteri che è divento un ambasciatore mondiale di manga e anime. Tra lotte per i diritti dei robot, invasioni aliene, tragiche sfide e buffi incidenti, le avventure di Atom e dei suoi compagni continuano ad essere popolarissime ancora oggi con mille nuove incarnazioni e riscritture.
In un mondo futuristico dove i robot convivono con gli esseri umani, Astro Boy – conosciuto anche come Atom – è un bambino meccanico dai sentimenti e dall’intelligenza umani, creato dal dottor Tenma con le sembianze di suo figlio rimasto vittima di un incidente mortale. In quanto sostituto del figlio morto, lo scienziato lo tratta inizialmente come il proprio erede biologico ma ben presto si rende conto che un robot non può colmare il vuoto prodotto dalla scomparsa del vero figlio, tanto più che Atom non può crescere. Deluso, Tenma lo vende al proprietario di un circo. Dopo qualche tempo, il nuovo capo del ministero della scienza s'accorge casualmente del robot mentre questi si esibisce durante uno spettacolo e lo convince a seguirlo. Dopo averlo preso con sé, il professor Ochanomizu diviene il tutore legale di Arom. Avendo poteri e capacità superiori a quelli della media umana, Atom diviene un difensore della giustizia contro la criminalità e i mali del mondo: la maggior parte dei suoi avversari sono esseri umani che odiano gli esseri meccanici, robot impazziti oppure invasori alieni. Finisce così con l'acquisire una famiglia di robot, frequentare la scuola come un bambino vero e lottare contro molti nemici per difendere la Terra.
“È proprio vero, non c’è posto al mondo più confortevole delle ginocchia della mamma.”
Il tratto distintivo di “Astro Boy” è, senza ombra di dubbio, la sua natura di manga a capitoli autoconclusivi che soltanto verso la fine si concede uno strappo alla regola. Questa caratteristica rientra sicuramente tra quelle che maggiormente mi hanno fatto godere la lettura del manga di Osamu Tezuka. Eppure, rappresenta anche il motivo del perché il personaggio di Atom e le sue vicende non mi siano entrate completamente nel cuore. Da un lato, la presenza di capitoli scollegati l’uno dall’altro mi ha facilitato enormemente nella lettura e nella conclusione del manga. Questo perché, trovandomi in un periodo piuttosto impegnativo e frenetico della mia vita, non sempre alla sera riesco a trovare molto tempo da dedicare alla lettura, anzi a volte non ne trovo affatto. Per tale ragione, spesso mi sono ritrovato a benedire quel sant’uomo di Tezuka e la sua idea di fare di “Astro Boy” un manga a capitoli autoconclusivi, il più lungo dei quali della durata di poco più di cento pagine. D’altro canto, servendosi di questa struttura, Tezuka ha fatto di “Astro Boy” un’opera che non ha una vera e propria storia, ma piuttosto un sottile filo conduttore che attraversa tutte le pagine del manga. Per questo motivo, mi è stato difficile affezionarmi sinceramente alle vicende di Atom, il che, ci tengo a ribadirlo, non ha nulla a che fare con la penna di Tezuka – che non sono assolutamente in grado di “giudicare” – bensì con il mio gusto personale e soggettivo. Tendenzialmente, riesco ad immedesimarmi maggiormente nelle opere a capitoli o episodi non autoconclusivi, unica eccezione “Cowboy Bebop” di Shin'ichirō Watanabe.
Dunque, alla domanda “ti è piaciuto Astro Boy?” risponderei con un deciso segno d’assenso, mentre a quella “ti ha fatto impazzire la lettura del manga di Tezuka” risponderei negativamente. Uno dei motivi riguarda sicuramente la densità di alcuni capitoli brevi, che ho trovato, per presenza invasiva di balloon – alcuni anche troppo verbosi, più pesanti e impegnativi da leggere di quelli lunghi cento pagine ed oltre. Esteticamente, però, “Astro Boy” è uno dei manga migliori che abbia letto in vita mia: Tezuka ha fatto dono al mondo intero di alcune tavole stupende e, soprattutto, ha fatto scuola per quel che riguarda la metanarrazione nel fumetto. Raramente mi è capitato di leggere un manga in cui veniva rotta così spesso e con una tale naturalezza la famosa quarta parete. Diverse volte la lettura di “Astro Boy” mi ha strappato una risata, ma ancora più spesso ha stimolato in me riflessioni di una certa profondità, merito dei temi trattati da Tezuka nel suo capolavoro.
“I robot godono degli stessi diritti degli esseri umani.”
Questa frase introduce al tema più importante di “Astro Boy”, ovvero la discriminazione nei confronti dei robot che, seppur in diversi contesti – come quello scolastico – godano degli stessi diritti degli umani, allo stesso tempo devono sottostare a dei divieti imposti dall’alto e che riguardano esclusivamente loro. Un esempio tangibile è dato dal fatto che i robot non possono colpire o ferire in alcun modo gli esseri umani, pena la disattivazione del loro cervello elettronico. Negli ultimi capitoli, quelli in cui Tezuka imbastisce un mini-arco narrativo, questa disparità civile, che spesso assume i tratti della discriminazione, esplode in aperto conflitto tra umani e robot, da cui, però, rischia di non uscire nessun vincitore e unicamente vinti; d’altronde, tra i temi trattati da Tezuka c’è anche la guerra e il suo più sincero ripudio, e non potrebbe essere altrimenti pe un uomo che ha vissuto gli orrori della Seconda guerra mondiale nel Giappone degli anni ‘40. La grandezza di Tezuka sta nel parlare di questa discriminazione con profonda umanità e incredibile realismo e di farlo in un’epoca insospettabile per un argomento del genere, perché “Astro Boy” è e rimane un manga degli anni ‘50.
In quanto tale, l’opera del dio dei manga risente dell’influsso artistico del periodo, fosse anche solo per la disposizione delle vignette, le espressioni dei personaggi e l'uso copioso di onomatopee ma, al tempo stesso, si concede uno sguardo sul futuro, quello in cui continua a godere di un successo planetario.
Quando seppi della ristampa italiana di “Astro Boy”, decisi immediatamente che i volumi pubblicati da JPOP sarebbero entrati a far parte della mia collezione. Allo stesso tempo, presi una decisione inusuale per un lettore di manga: avrei prima comprato tutto il fumetto e poi lo avrei letto, così da non perdermi nella pubblicazione bimestrale della casa editrice italiana. Come molti di voi ben sanno, questa rischia sempre di essere un’arma a doppio taglio, perché a collezione completata c’è il pericolo, solitamente, di ritrovarsi in mano la serie intera di un manga che ci annoia al primo volume. Con “Astro Boy” del dio dei manga Osamu Tezuka, però, sapevo, anzi ero certo di andare sul sicuro e, infatti, l’opera non mi ha assolutamente deluso.
Gli anni Cinquanta erano appena iniziati e il giovane Osamu Tezuka aveva già pubblicato diversi successi – tra cui “Metropolis” e “Kimba - Il leone bianco” – quand’ecco che la passione per la fantascienza e il desiderio di raccontare storie che parlassero a tutti lo portarono a creare un personaggio destinato a diventare un’icona: Atom. Il piccolo androide dai grandi poteri che è divento un ambasciatore mondiale di manga e anime. Tra lotte per i diritti dei robot, invasioni aliene, tragiche sfide e buffi incidenti, le avventure di Atom e dei suoi compagni continuano ad essere popolarissime ancora oggi con mille nuove incarnazioni e riscritture.
In un mondo futuristico dove i robot convivono con gli esseri umani, Astro Boy – conosciuto anche come Atom – è un bambino meccanico dai sentimenti e dall’intelligenza umani, creato dal dottor Tenma con le sembianze di suo figlio rimasto vittima di un incidente mortale. In quanto sostituto del figlio morto, lo scienziato lo tratta inizialmente come il proprio erede biologico ma ben presto si rende conto che un robot non può colmare il vuoto prodotto dalla scomparsa del vero figlio, tanto più che Atom non può crescere. Deluso, Tenma lo vende al proprietario di un circo. Dopo qualche tempo, il nuovo capo del ministero della scienza s'accorge casualmente del robot mentre questi si esibisce durante uno spettacolo e lo convince a seguirlo. Dopo averlo preso con sé, il professor Ochanomizu diviene il tutore legale di Arom. Avendo poteri e capacità superiori a quelli della media umana, Atom diviene un difensore della giustizia contro la criminalità e i mali del mondo: la maggior parte dei suoi avversari sono esseri umani che odiano gli esseri meccanici, robot impazziti oppure invasori alieni. Finisce così con l'acquisire una famiglia di robot, frequentare la scuola come un bambino vero e lottare contro molti nemici per difendere la Terra.
“È proprio vero, non c’è posto al mondo più confortevole delle ginocchia della mamma.”
Il tratto distintivo di “Astro Boy” è, senza ombra di dubbio, la sua natura di manga a capitoli autoconclusivi che soltanto verso la fine si concede uno strappo alla regola. Questa caratteristica rientra sicuramente tra quelle che maggiormente mi hanno fatto godere la lettura del manga di Osamu Tezuka. Eppure, rappresenta anche il motivo del perché il personaggio di Atom e le sue vicende non mi siano entrate completamente nel cuore. Da un lato, la presenza di capitoli scollegati l’uno dall’altro mi ha facilitato enormemente nella lettura e nella conclusione del manga. Questo perché, trovandomi in un periodo piuttosto impegnativo e frenetico della mia vita, non sempre alla sera riesco a trovare molto tempo da dedicare alla lettura, anzi a volte non ne trovo affatto. Per tale ragione, spesso mi sono ritrovato a benedire quel sant’uomo di Tezuka e la sua idea di fare di “Astro Boy” un manga a capitoli autoconclusivi, il più lungo dei quali della durata di poco più di cento pagine. D’altro canto, servendosi di questa struttura, Tezuka ha fatto di “Astro Boy” un’opera che non ha una vera e propria storia, ma piuttosto un sottile filo conduttore che attraversa tutte le pagine del manga. Per questo motivo, mi è stato difficile affezionarmi sinceramente alle vicende di Atom, il che, ci tengo a ribadirlo, non ha nulla a che fare con la penna di Tezuka – che non sono assolutamente in grado di “giudicare” – bensì con il mio gusto personale e soggettivo. Tendenzialmente, riesco ad immedesimarmi maggiormente nelle opere a capitoli o episodi non autoconclusivi, unica eccezione “Cowboy Bebop” di Shin'ichirō Watanabe.
Dunque, alla domanda “ti è piaciuto Astro Boy?” risponderei con un deciso segno d’assenso, mentre a quella “ti ha fatto impazzire la lettura del manga di Tezuka” risponderei negativamente. Uno dei motivi riguarda sicuramente la densità di alcuni capitoli brevi, che ho trovato, per presenza invasiva di balloon – alcuni anche troppo verbosi, più pesanti e impegnativi da leggere di quelli lunghi cento pagine ed oltre. Esteticamente, però, “Astro Boy” è uno dei manga migliori che abbia letto in vita mia: Tezuka ha fatto dono al mondo intero di alcune tavole stupende e, soprattutto, ha fatto scuola per quel che riguarda la metanarrazione nel fumetto. Raramente mi è capitato di leggere un manga in cui veniva rotta così spesso e con una tale naturalezza la famosa quarta parete. Diverse volte la lettura di “Astro Boy” mi ha strappato una risata, ma ancora più spesso ha stimolato in me riflessioni di una certa profondità, merito dei temi trattati da Tezuka nel suo capolavoro.
“I robot godono degli stessi diritti degli esseri umani.”
Questa frase introduce al tema più importante di “Astro Boy”, ovvero la discriminazione nei confronti dei robot che, seppur in diversi contesti – come quello scolastico – godano degli stessi diritti degli umani, allo stesso tempo devono sottostare a dei divieti imposti dall’alto e che riguardano esclusivamente loro. Un esempio tangibile è dato dal fatto che i robot non possono colpire o ferire in alcun modo gli esseri umani, pena la disattivazione del loro cervello elettronico. Negli ultimi capitoli, quelli in cui Tezuka imbastisce un mini-arco narrativo, questa disparità civile, che spesso assume i tratti della discriminazione, esplode in aperto conflitto tra umani e robot, da cui, però, rischia di non uscire nessun vincitore e unicamente vinti; d’altronde, tra i temi trattati da Tezuka c’è anche la guerra e il suo più sincero ripudio, e non potrebbe essere altrimenti pe un uomo che ha vissuto gli orrori della Seconda guerra mondiale nel Giappone degli anni ‘40. La grandezza di Tezuka sta nel parlare di questa discriminazione con profonda umanità e incredibile realismo e di farlo in un’epoca insospettabile per un argomento del genere, perché “Astro Boy” è e rimane un manga degli anni ‘50.
In quanto tale, l’opera del dio dei manga risente dell’influsso artistico del periodo, fosse anche solo per la disposizione delle vignette, le espressioni dei personaggi e l'uso copioso di onomatopee ma, al tempo stesso, si concede uno sguardo sul futuro, quello in cui continua a godere di un successo planetario.
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