Recensione
Land of the Lustrous
8.0/10
Recensione di DarkSoulRead
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“Diventare nulla… e ciò che tutti noi desideriamo”
In un lontanissimo futuro post-apocalittico, la Terra è abitata da ventotto Gemme antropomorfe, esseri immortali e asessuati dalle caratteristiche determinate dal minerale di cui sono composti. Sotto la guida del misterioso Maestro Kongō, le Gemme conducono un’esistenza in equilibrio con l’ecosistema che abitano, scandita però dalle incursioni dei Seleniti, enigmatiche entità provenienti dalla Luna che le cacciano per trasformarle in armi.
Tra le gemme spicca Phosphophyllite, detta Phos, la più giovane e fragile del gruppo. Incapace di contribuire efficacemente alla difesa della comunità e considerata pressoché inutile dalle compagne, riceve l’incarico di redigere un’enciclopedia dedicata alla storia del mondo. Inizia così un viaggio che porterà Phos a mettere in discussione le certezze su cui si fonda il suo universo, in una storia che intreccia crescita personale e ricerca della verità.
Da queste premesse, Haruko Ichikawa realizza un’opera che utilizza il fantasy e la fantascienza per ricostruire una storia dalla matrice ucronica, riscrivendo i fasti di un’umanità perduta e affrontando temi esistenziali di sorprendente profondità.
I tanti personaggi e il fatto che a tratti risultino indistinguibili, se non per i capelli di alcuni, generano da subito una certa confusione. Il tratto spigoloso e bitorzoluto dell’autrice, inoltre, non aiuta la comprensione, mentre i combattimenti sono perlopiù un coacervo di immagini sfocate che si sovrappongono senza soluzione di continuità. I disegni fortunatamente migliorano, regalandoci anche tavole poetiche ed evocative, ma le scene d’azione continueranno a risultare confuse e poco leggibili per tutta la durata del manga. Tra le qualità tecniche dell’autrice risalta invece un sapiente uso del nero, che conferisce alle tavole una forte intensità visiva e contribuisce a creare atmosfere cupe e suggestive, capaci di raccontare il silenzio dell’universo in tutta la sua oscura immensità.
Stanato l’elefante nella stanza, veniamo a quello che potrebbe essere definito l’unico vero problema narrativo di “Land of the Lustrous”. I Seleniti non riescono mai a trasmettere realmente una sensazione di pericolo e, una volta che la trama avrà percorso la sua spirale discendente, l’assenza di veri e propri antagonisti finisce per indebolire la tensione del conflitto.
Detto questo, la mangaka costruisce un world building granitico, fatto di una mitologia stratificata e di una lore complessa che non ha fretta di rivelarsi, supportato da una sceneggiatura eccezionale che, senza ricorrere a troppi spiegoni — tolta forse un’introduzione un filino macchinosa — solleva progressivamente il velo di Maya, lasciando emergere una realtà sempre più magnetica e affascinante.
L’opera riflette sull’identità, sul desiderio e sulla sofferenza attraverso un protagonista la cui evoluzione coincide, paradossalmente, con la progressiva perdita di sé. Phos desidera inizialmente soltanto trovare un posto nel mondo e sentirsi utile, ma ogni esperienza, ogni trasformazione e ogni nuova consapevolezza finiscono per allontanarlo sempre di più da ciò che era in origine. Il corpo, la memoria e persino la personalità diventano così elementi mutevoli, sollevando una domanda tanto semplice quanto inquietante: quanto può cambiare un individuo prima di smettere di essere se stesso?
A questa riflessione sull’identità si accompagna quella sul desiderio, alla base di un’esistenza in cui ottenere ciò che si vuole non conduce quasi mai alla felicità, ma genera nuovi bisogni e nuove sofferenze. Attraverso la progressiva presa di coscienza di Phos, Ichikawa mette in discussione l’idea stessa di crescita: diventare più consapevoli non significa necessariamente diventare migliori, e la conoscenza può avere un prezzo persino più alto dell’ignoranza. In questo senso, il viaggio del protagonista assume i contorni di una vera e propria spoliazione dell’io, in cui ogni passo verso la verità corrisponde alla perdita di una parte di sé.
È proprio qui che la componente buddhista dell’opera acquista particolare rilevanza, con la sofferenza e l’attaccamento che diventano elementi centrali della riflessione. “Land of the Lustrous” non cerca semplicemente una risposta alla domanda su quale sia il senso dell’esistenza, ma arriva a interrogarsi sulla possibilità che la vera liberazione risieda proprio nella capacità di lasciar andare ciò a cui siamo più profondamente legati.
A rendere ancora più sfumata la filosofia dell’opera è inoltre la concezione animistica della natura. Per l’autrice il confine tra ciò che è vivo e ciò che non lo è appare tutt’altro che netto: i protagonisti sono esseri nati dalla materia minerale, rendendo difficile considerare rocce e cristalli come semplici oggetti inanimati. La materia non costituisce quindi soltanto lo scenario in cui si svolge la vicenda, ma diventa parte integrante del ciclo della vita, mettendo in discussione la stessa distinzione tra organico e inorganico.
È una prospettiva che amplia ulteriormente la portata filosofica dell’opera: se persino ciò che siamo abituati a considerare inerte può essere percepito come una forma di esistenza, allora anche il concetto stesso di vita perde i suoi confini convenzionali.
La Spiaggia degli Inizi diventa così un grembo primordiale, il luogo in cui la materia si fa vita.
Nonostante l’opera sia piuttosto protagonista-centrica, anche le altre gemme godono perlopiù di un’ottima caratterizzazione. Tra tutte risaltano Cinnabar, Bort, Antarcticite, Ghost, Lapis Lazzuli e Amethyst, i cui percorsi incarnano il sacrificio e la rivalsa, fino a confluire nel medesimo destino. La figura più alta sul piano lirico è però il Maestro Kongo, quintessenza della solitudine e vera e propria deus ex machina narrativa. Kongo è il centro attorno a cui ruota l’intera comunità, eppure sembra incapace di condividere davvero la propria interiorità con le gemme che protegge. La sua presenza assume così un valore quasi metafisico, incarnando il paradosso di chi è destinato a prendersi cura degli altri senza poter essere realmente compreso da nessuno.
“Land of the lustrous” si presta a una lettura rapida, quasi da binge reading, e può essere tranquillamente portato a termine nell’arco di una giornata. I dialoghi non occupano mai uno spazio preponderante, lasciando alla narrazione per immagini e ai silenzi un ruolo di rilievo, sebbene in alcune fasi, quando necessario, la mangaka ricorra anche a una maggiore componente esplicativa. Il ritmo rimane così estremamente scorrevole e avvolgente.
Quando è stato pubblicato l’ultimo volume, una cometa di fosfofillite è stata avvistata anche nei nostri cieli, in un episodio che ha rotto la quarta parete rendendo Phos un simbolo di speranza e rinascita, quasi come se nel suo ultimo viaggio fosse riuscito a spingersi oltre le pagine.
“Land of the Lustrous” è, in definitiva, un diamante grezzo, una gemma nascosta che chiede di essere osservata con attenzione: più la si contempla, più le sue imperfezioni finiscono per rivelare una bellezza abbacinante.
In un lontanissimo futuro post-apocalittico, la Terra è abitata da ventotto Gemme antropomorfe, esseri immortali e asessuati dalle caratteristiche determinate dal minerale di cui sono composti. Sotto la guida del misterioso Maestro Kongō, le Gemme conducono un’esistenza in equilibrio con l’ecosistema che abitano, scandita però dalle incursioni dei Seleniti, enigmatiche entità provenienti dalla Luna che le cacciano per trasformarle in armi.
Tra le gemme spicca Phosphophyllite, detta Phos, la più giovane e fragile del gruppo. Incapace di contribuire efficacemente alla difesa della comunità e considerata pressoché inutile dalle compagne, riceve l’incarico di redigere un’enciclopedia dedicata alla storia del mondo. Inizia così un viaggio che porterà Phos a mettere in discussione le certezze su cui si fonda il suo universo, in una storia che intreccia crescita personale e ricerca della verità.
Da queste premesse, Haruko Ichikawa realizza un’opera che utilizza il fantasy e la fantascienza per ricostruire una storia dalla matrice ucronica, riscrivendo i fasti di un’umanità perduta e affrontando temi esistenziali di sorprendente profondità.
I tanti personaggi e il fatto che a tratti risultino indistinguibili, se non per i capelli di alcuni, generano da subito una certa confusione. Il tratto spigoloso e bitorzoluto dell’autrice, inoltre, non aiuta la comprensione, mentre i combattimenti sono perlopiù un coacervo di immagini sfocate che si sovrappongono senza soluzione di continuità. I disegni fortunatamente migliorano, regalandoci anche tavole poetiche ed evocative, ma le scene d’azione continueranno a risultare confuse e poco leggibili per tutta la durata del manga. Tra le qualità tecniche dell’autrice risalta invece un sapiente uso del nero, che conferisce alle tavole una forte intensità visiva e contribuisce a creare atmosfere cupe e suggestive, capaci di raccontare il silenzio dell’universo in tutta la sua oscura immensità.
Stanato l’elefante nella stanza, veniamo a quello che potrebbe essere definito l’unico vero problema narrativo di “Land of the Lustrous”. I Seleniti non riescono mai a trasmettere realmente una sensazione di pericolo e, una volta che la trama avrà percorso la sua spirale discendente, l’assenza di veri e propri antagonisti finisce per indebolire la tensione del conflitto.
Detto questo, la mangaka costruisce un world building granitico, fatto di una mitologia stratificata e di una lore complessa che non ha fretta di rivelarsi, supportato da una sceneggiatura eccezionale che, senza ricorrere a troppi spiegoni — tolta forse un’introduzione un filino macchinosa — solleva progressivamente il velo di Maya, lasciando emergere una realtà sempre più magnetica e affascinante.
L’opera riflette sull’identità, sul desiderio e sulla sofferenza attraverso un protagonista la cui evoluzione coincide, paradossalmente, con la progressiva perdita di sé. Phos desidera inizialmente soltanto trovare un posto nel mondo e sentirsi utile, ma ogni esperienza, ogni trasformazione e ogni nuova consapevolezza finiscono per allontanarlo sempre di più da ciò che era in origine. Il corpo, la memoria e persino la personalità diventano così elementi mutevoli, sollevando una domanda tanto semplice quanto inquietante: quanto può cambiare un individuo prima di smettere di essere se stesso?
A questa riflessione sull’identità si accompagna quella sul desiderio, alla base di un’esistenza in cui ottenere ciò che si vuole non conduce quasi mai alla felicità, ma genera nuovi bisogni e nuove sofferenze. Attraverso la progressiva presa di coscienza di Phos, Ichikawa mette in discussione l’idea stessa di crescita: diventare più consapevoli non significa necessariamente diventare migliori, e la conoscenza può avere un prezzo persino più alto dell’ignoranza. In questo senso, il viaggio del protagonista assume i contorni di una vera e propria spoliazione dell’io, in cui ogni passo verso la verità corrisponde alla perdita di una parte di sé.
È proprio qui che la componente buddhista dell’opera acquista particolare rilevanza, con la sofferenza e l’attaccamento che diventano elementi centrali della riflessione. “Land of the Lustrous” non cerca semplicemente una risposta alla domanda su quale sia il senso dell’esistenza, ma arriva a interrogarsi sulla possibilità che la vera liberazione risieda proprio nella capacità di lasciar andare ciò a cui siamo più profondamente legati.
A rendere ancora più sfumata la filosofia dell’opera è inoltre la concezione animistica della natura. Per l’autrice il confine tra ciò che è vivo e ciò che non lo è appare tutt’altro che netto: i protagonisti sono esseri nati dalla materia minerale, rendendo difficile considerare rocce e cristalli come semplici oggetti inanimati. La materia non costituisce quindi soltanto lo scenario in cui si svolge la vicenda, ma diventa parte integrante del ciclo della vita, mettendo in discussione la stessa distinzione tra organico e inorganico.
È una prospettiva che amplia ulteriormente la portata filosofica dell’opera: se persino ciò che siamo abituati a considerare inerte può essere percepito come una forma di esistenza, allora anche il concetto stesso di vita perde i suoi confini convenzionali.
La Spiaggia degli Inizi diventa così un grembo primordiale, il luogo in cui la materia si fa vita.
Nonostante l’opera sia piuttosto protagonista-centrica, anche le altre gemme godono perlopiù di un’ottima caratterizzazione. Tra tutte risaltano Cinnabar, Bort, Antarcticite, Ghost, Lapis Lazzuli e Amethyst, i cui percorsi incarnano il sacrificio e la rivalsa, fino a confluire nel medesimo destino. La figura più alta sul piano lirico è però il Maestro Kongo, quintessenza della solitudine e vera e propria deus ex machina narrativa. Kongo è il centro attorno a cui ruota l’intera comunità, eppure sembra incapace di condividere davvero la propria interiorità con le gemme che protegge. La sua presenza assume così un valore quasi metafisico, incarnando il paradosso di chi è destinato a prendersi cura degli altri senza poter essere realmente compreso da nessuno.
“Land of the lustrous” si presta a una lettura rapida, quasi da binge reading, e può essere tranquillamente portato a termine nell’arco di una giornata. I dialoghi non occupano mai uno spazio preponderante, lasciando alla narrazione per immagini e ai silenzi un ruolo di rilievo, sebbene in alcune fasi, quando necessario, la mangaka ricorra anche a una maggiore componente esplicativa. Il ritmo rimane così estremamente scorrevole e avvolgente.
Quando è stato pubblicato l’ultimo volume, una cometa di fosfofillite è stata avvistata anche nei nostri cieli, in un episodio che ha rotto la quarta parete rendendo Phos un simbolo di speranza e rinascita, quasi come se nel suo ultimo viaggio fosse riuscito a spingersi oltre le pagine.
“Land of the Lustrous” è, in definitiva, un diamante grezzo, una gemma nascosta che chiede di essere osservata con attenzione: più la si contempla, più le sue imperfezioni finiscono per rivelare una bellezza abbacinante.