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MARTEDÌ 15 SETTEMBRE 2026

Recensione


6.0/10
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“Quando la falsa primavera fiorisce sulla montagna ghiacciata… e dal sentiero coperto di neve si intravedono le luci di una casa… si è tentati di trattenersi a lungo. Ciò vale per gli animali, per gli insetti… così come per gli uomini.”

Il folklore giapponese è popolato da leggende in cui il confine tra natura e soprannaturale sembra dissolversi: volpi capaci di assumere sembianze umane, divinità tartaruga che abitano le profondità del mare, kami che si manifestano attraverso la furia dei tifoni e spiriti che, secondo antiche credenze, abitano boschi, montagne e corsi d’acqua. Sono racconti in cui il mondo naturale non è mai semplice materia organica, ma qualcosa di misterioso, insondabile e talvolta benevolo, talvolta terrificante. È proprio in questa sottile zona d’ombra, dove il reale incontra l’inspiegabile, che affonda le proprie radici “Mushishi”, un’opera che attinge all’antico immaginario nipponico per raccontare il delicato equilibrio tra l’uomo e ciò che lo circonda.

In un Giappone rurale sospeso tra realtà e leggenda, esistono esseri misteriosi chiamati Mushi, forme di vita primordiali invisibili ai più. A studiarli sono i Mushi-shi, viandanti che si occupano dei fenomeni legati alla loro presenza. Tra loro c’è Ginko, un enigmatico Mushi-shi dai capelli bianchi e dall’orbita dell’occhio sinistro vuota, che viaggia di villaggio in villaggio aiutando chiunque si trovi a fare i conti con i Mushi.

“All’inizio dell’estate ho visto danzare le lucciole. Gli insetti non volano con traiettorie lineari come gli uccelli, ma mutano direzione ad ogni istante. Credevo che non mi sarei mai stancata di osservare le loro luci che si spostavano qua e là. Ma mentre me ne tornavo verso casa, da sola, improvvisamente ho desiderato essere insieme ad altre persone. Ho la sensazione che quelle linee di luce contenessero un messaggio silenzioso, valido sia per gli insetti che per gli esseri umani.”

Yuki Urushibara è magistrale nel trasmettere attraverso le tavole un senso di pace e quiete, restituendo il lento incedere del tempo con la naturalezza di un fiume che scorre placido. È proprio in questa dimensione contemplativa che prende forma la poesia dell’ordinario, destinata a sfociare continuamente nel fantastico, dando vita ad atmosfere evocative e intrise di una delicata malinconia.

Tuttavia, il misterioso passato di Ginko perde mordente fin da subito, finendo per lasciare sullo sfondo una componente che avrebbe potuto rappresentare un importante motore narrativo. L’opera procede infatti attraverso capitoli autoconclusivi e slegati tra loro, fatta eccezione per la presenza costante di Ginko e dei Mushi, senza sviluppare un vero filo conduttore. La struttura narrativa, simile per certi versi a quella di “Ikigami”, privilegia uno sviluppo fortemente verticale, scandito da ritmi tipicamente slice of life, ma privo di quella componente di suspense capace di alimentare la curiosità e invogliare il lettore a proseguire. Il risultato è una narrazione fin troppo stagnante, che finisce per attenuare progressivamente il coinvolgimento e la voglia di scoprire cosa riserveranno le pagine successive.

Le storie risultano mediamente piuttosto tiepide e, fatta eccezione per alcuni capitoli di notevole intensità, come “l’acqua più azzurra”, “il mare d’inchiostro”, o “il materasso d’erba”, finiscono per appiattirsi su un ventaglio di emozioni eccessivamente ristretto, rischiando di annoiare. A cambiare sono i personaggi e le circostanze, ma il nucleo delle vicende rimane spesso invariato: un individuo tormentato da un Mushi, l’intervento di Ginko e, il più delle volte, una risoluzione dal tono benevolo. Gli episodi più riusciti sono proprio quelli, estremamente rari, che rinunciano al lieto fine.

Il background dell’opera è alquanto scarno: l’autrice confeziona un pot-pourri di ideologie e suggestioni, attingendo a diverse tradizioni senza però riuscire a condensarle in una mitologia realmente propria. Non vi è un vero pantheon di divinità né una cosmogonia strutturata, e nessun racconto contribuisce realmente a delineare un sistema di credenze autonomo e riconoscibile.

Ingegnosa, invece, è la gestione dei Mushi, caratterizzati da una buona varietà tanto sul piano estetico e grafico quanto nelle loro funzioni. Sebbene alcuni, con il progredire dell’opera, tendano inevitabilmente a risultare meno originali, l’idea alla base della loro concezione resta comunque una delle intuizioni più riuscite del manga.

I disegni immergono il lettore in una natura brulicante e misteriosa, ed è proprio nella realizzazione degli sfondi che l’autrice dà il meglio di sé. Il tratto tremolante si sposa bene con l’onirismo dell’opera e le copertine acquerellate, dalla resa ruvida, contribuiscono a conferire quel senso sognante di antichità. Più anonimo è invece il character design, specialmente quello dei personaggi secondari, che finiscono per somigliarsi un po’ troppo tra loro.

“Mushishi” è il Giappone che ricorda e rimpiange il suo spirito shinto; un’opera che non ricerca grossi scossoni emotivi, ma preferisce concentrarsi sulle piccole cose, come le risaie a schiera che si arrampicano dolcemente lungo i pendii e il fruscio delle foglie di un cipresso centenario, provando a mostrarci l’impercettibile: il colore dell’acqua e il profumo del buio. Priva di cliffhanger e topoi convenzionali, fa della propria natura atipica tanto la sua peculiarità quanto il suo limite: non chiede al lettore di domandarsi cosa accadrà, ma di fermarsi a osservare ciò che già esiste.

“A volte mi commuovo, senza poterne spiegare a parole la ragione. Mi succede, ad esempio, quando osservo una pattinatrice disegnare un bellissimo arco al suono della musica, o quando vedo un cavallo da corsa superare gli altri cavalli partendo dall’ultima posizione, come se volasse. Trovo strano che mi scendano le lacrime in momenti del genere, anche se ultimamente non mi capita più di piangere guardando un film. Il mondo è pieno di cose semplici e meravigliose come queste, e vorrei riuscire a raccoglierle ed esprimerle.”

— Yuki Urushibara —