Recensione
Il castello invisibile
7.5/10
"La voce silenziosa della sofferenza di vivere adolescenziale"
L'animazione giapponese manifesta spesso una spiccata propensione a esplorare il periodo dell'adolescenza (forse perché poi l'ingresso nel mondo adulto diventa meno delicato e spontaneo...) ma raramente lo fa con il tatto, il simbolismo e la crudezza emotiva che dimostra il film in recensione.
"Il castello invisibile" ("Kagami no Kojō"), diretto da Keiichi Hara ("Un'estate con Coo", "Colorful" e "Sarusuberi: Miss Hokusai - Mirto Crespo") e animato dalla A-1 Pictures, adatta in animazione l'omonimo romanzo di Mizuki Tsujimura offrendo allo spettatore una fiaba moderna che è, al contempo, un rifugio e un tribunale.
Questo film fortunatamente non è il solito isekai escapista: il mondo parallelo, in questo film, è uno specchio che costringe a guardare in faccia i propri traumi, a riconoscerli e se possibile a superarli.
"Il castello invisibile" offre allo spettatore un ritratto metaforico ma anche tremendamente crudo e realistico della fragilità adolescenziale. La protagonista, Kokoro, non è un'eroina che nel mondo parallelo diventa overpowered nei soliti deliri otaku: è una ragazza "violentata" nel suo io dal bullismo e di conseguenza afflitta da quel fenomeno noto in Giappone come "futōkō" (l'nabilità psicologica ed emotiva a frequentare la scuola).
Per una volta ho trovato un'opera che non spettacolarizza il dolore ma lo mostra nella sua dimensione più realistica e cruda, ossia attraverso le sue manifestazioni e conseguenze sul corpo e lo spirito di chi lo patisce: i dolori psicosomatici allo stomaco, il terrore al suono di un campanello, l'incapacità di esternare la propria sofferenza ai genitori per un misto di vergogna dovuto all'incapacità di comprendere e superare quanto subito e un profondo senso di colpa e inadeguatezza ad essere ascoltati ed accettati per quello che si prova.
Insieme a lei, nel castello vengono convocati altri sei ragazzi. Ognuno di loro porta sulle spalle il peso delle brutture dell'esistenza: c'è chi fugge dall'emarginazione sociale, chi da una violenza domestica taciuta, chi da aspettative familiari schiaccianti.
Il film dipinge la difficoltà di questi ragazzi non solo nel capire se stessi, ma nel trovare le parole per esprimere ciò che sono realmente. L'unico rimedio per tutelarsi dalla sofferenza che resta loro (anche il più semplice… ) è l'isolamento.
Una "soul cage" che in definitiva diventa una prigione costruita per proteggersi dai predatori esterni, ma che finisce alla lunga per soffocare chi vi è rinchiuso.
Ma a Kokoro e agli altri sei ragazzi viene offerta una possibile via di salvezza rappresentata da un mondo fantasy raggiungibile attraverso e oltre uno specchio.
Ammetto di non essere un fan sfegatato del genere fantasy tout court, anzi, ma ammetto senza tanti giri di parole che l'aver impostato l'architettura narrativa del film su metafore fiabesche che vengono decostruite e riadattate al contesto psicologico dei protagonisti mi è sembrata una buona idea: l'approccio di Keiichi Hara (già apprezzato in "Colourful") a questi elementi è carico di significato, ben al di là dell'elemento fantasy che risulta solo un mezzo e non un fine narrativo.
E così, ad esempio, lo specchio, via di accesso al castello "invisibile", è un confine: non è un invito all'avventura, ma una valvola di sfogo o meglio un rifugio. È una barriera non solo metaforicamente fisica ma più psicologica, che divide l'angoscia del reale dall'apparente tranquillità del castello. Oltrepassare lo specchio significa entrare in uno spazio sicuro, un limbo dove le gerarchie familiari e sociali del mondo reale si annullano e dove si può, lentamente, tornare a respirare ed essere se stessi senza il giudizio e l'oppressione altrui.
Anche la fiaba de "Il Lupo e i sette capretti" sembra l'allegoria portante del film, presa in prestito dalla fiaba dei Fratelli Grimm. I sette adolescenti sono i capretti, rifugiati in casa (il "castello") per sfuggire al lupo predatore, non è un'invenzione di fantasia, ma un'entità multi-soggettiva quanto mai reale: la società esterna, i bulli, i genitori abusanti, il sistema scolastico simil caserma che non comprende.
Anche la ricerca della chiave non è altro che un escamotage narrativo in cui la vera utilità della chiave non è l'espressione del desiderio, ma il percorso affrontato per trovarla in cui i ragazzi sono costretti a interagire per empatizzare tra loro e a salvarsi a vicenda.
E arrivo alle prime note dolenti del film. Dopo la sua visione ho avuto la sensazione che l'adattamento in un unico film di una storia che mi è sembrata piuttosto psicologica su ben sette adolescenti con evidenti problemi con il contesto in cui vivono abbia richiesto dei compromessi.
Il film li attua con tutta evidenza limitandosi alla narrazione delle vicende di Kokoro: solo a lei è dedicata la costruzione più o meno meticolosa delle interazioni con la professoressa comprensiva e con gli altri ragazzi. Questa scelta porta, inevitabilmente, alla marginalizzazione degli altri ragazzi relegandoli al ruolo di meri comprimari, offrendo solo qualche flash sulle sofferenze patite dagli altri come le dinamiche disturbanti di violenza familiare che affliggono Aki, tendendo a smussarne la violenza visiva con brevi accenni significativi.
Anche il ritmo narrativo non è uno dei punti di forza dell'opera: la prima metà è molto, forse troppo, lenta e rende in un certo senso giustizia allo stallo psicologico della protagonista Kokoro, ma costringe la seconda parte ad una corsa contro il tempo per giungere ad un finale soddisfacente. L'escamotage con cui Kokoro al raggiungimento dello scopo della sua missione scopre tutti i traumi dei compagni del castello è frettoloso e poco coinvolgente per lo spettatore.
Dulcis in fundo, concludo che lo Studio A-1 Pictures ha realizzato un'opera visivamente altalenante, capace di picchi più poetici che qualitativi, segno che probabilmente il budget non era forse all'altezza delle ambizioni iniziali.
"Il castello invisibile" è un'opera non perfetta ma capace di trasmettere una speranza: la solitudine non è una condanna irreversibile e che, a volte, condividere le proprie cicatrici è il primo fondamentale passo per reagire. Il vero coraggio in fondo non risiede tanto nello sconfiggere il "mostro" ma riuscire a dichiarare di aver bisogno di aiuto.
L'animazione giapponese manifesta spesso una spiccata propensione a esplorare il periodo dell'adolescenza (forse perché poi l'ingresso nel mondo adulto diventa meno delicato e spontaneo...) ma raramente lo fa con il tatto, il simbolismo e la crudezza emotiva che dimostra il film in recensione.
"Il castello invisibile" ("Kagami no Kojō"), diretto da Keiichi Hara ("Un'estate con Coo", "Colorful" e "Sarusuberi: Miss Hokusai - Mirto Crespo") e animato dalla A-1 Pictures, adatta in animazione l'omonimo romanzo di Mizuki Tsujimura offrendo allo spettatore una fiaba moderna che è, al contempo, un rifugio e un tribunale.
Questo film fortunatamente non è il solito isekai escapista: il mondo parallelo, in questo film, è uno specchio che costringe a guardare in faccia i propri traumi, a riconoscerli e se possibile a superarli.
"Il castello invisibile" offre allo spettatore un ritratto metaforico ma anche tremendamente crudo e realistico della fragilità adolescenziale. La protagonista, Kokoro, non è un'eroina che nel mondo parallelo diventa overpowered nei soliti deliri otaku: è una ragazza "violentata" nel suo io dal bullismo e di conseguenza afflitta da quel fenomeno noto in Giappone come "futōkō" (l'nabilità psicologica ed emotiva a frequentare la scuola).
Per una volta ho trovato un'opera che non spettacolarizza il dolore ma lo mostra nella sua dimensione più realistica e cruda, ossia attraverso le sue manifestazioni e conseguenze sul corpo e lo spirito di chi lo patisce: i dolori psicosomatici allo stomaco, il terrore al suono di un campanello, l'incapacità di esternare la propria sofferenza ai genitori per un misto di vergogna dovuto all'incapacità di comprendere e superare quanto subito e un profondo senso di colpa e inadeguatezza ad essere ascoltati ed accettati per quello che si prova.
Insieme a lei, nel castello vengono convocati altri sei ragazzi. Ognuno di loro porta sulle spalle il peso delle brutture dell'esistenza: c'è chi fugge dall'emarginazione sociale, chi da una violenza domestica taciuta, chi da aspettative familiari schiaccianti.
Il film dipinge la difficoltà di questi ragazzi non solo nel capire se stessi, ma nel trovare le parole per esprimere ciò che sono realmente. L'unico rimedio per tutelarsi dalla sofferenza che resta loro (anche il più semplice… ) è l'isolamento.
Una "soul cage" che in definitiva diventa una prigione costruita per proteggersi dai predatori esterni, ma che finisce alla lunga per soffocare chi vi è rinchiuso.
Ma a Kokoro e agli altri sei ragazzi viene offerta una possibile via di salvezza rappresentata da un mondo fantasy raggiungibile attraverso e oltre uno specchio.
Ammetto di non essere un fan sfegatato del genere fantasy tout court, anzi, ma ammetto senza tanti giri di parole che l'aver impostato l'architettura narrativa del film su metafore fiabesche che vengono decostruite e riadattate al contesto psicologico dei protagonisti mi è sembrata una buona idea: l'approccio di Keiichi Hara (già apprezzato in "Colourful") a questi elementi è carico di significato, ben al di là dell'elemento fantasy che risulta solo un mezzo e non un fine narrativo.
E così, ad esempio, lo specchio, via di accesso al castello "invisibile", è un confine: non è un invito all'avventura, ma una valvola di sfogo o meglio un rifugio. È una barriera non solo metaforicamente fisica ma più psicologica, che divide l'angoscia del reale dall'apparente tranquillità del castello. Oltrepassare lo specchio significa entrare in uno spazio sicuro, un limbo dove le gerarchie familiari e sociali del mondo reale si annullano e dove si può, lentamente, tornare a respirare ed essere se stessi senza il giudizio e l'oppressione altrui.
Anche la fiaba de "Il Lupo e i sette capretti" sembra l'allegoria portante del film, presa in prestito dalla fiaba dei Fratelli Grimm. I sette adolescenti sono i capretti, rifugiati in casa (il "castello") per sfuggire al lupo predatore, non è un'invenzione di fantasia, ma un'entità multi-soggettiva quanto mai reale: la società esterna, i bulli, i genitori abusanti, il sistema scolastico simil caserma che non comprende.
Anche la ricerca della chiave non è altro che un escamotage narrativo in cui la vera utilità della chiave non è l'espressione del desiderio, ma il percorso affrontato per trovarla in cui i ragazzi sono costretti a interagire per empatizzare tra loro e a salvarsi a vicenda.
E arrivo alle prime note dolenti del film. Dopo la sua visione ho avuto la sensazione che l'adattamento in un unico film di una storia che mi è sembrata piuttosto psicologica su ben sette adolescenti con evidenti problemi con il contesto in cui vivono abbia richiesto dei compromessi.
Il film li attua con tutta evidenza limitandosi alla narrazione delle vicende di Kokoro: solo a lei è dedicata la costruzione più o meno meticolosa delle interazioni con la professoressa comprensiva e con gli altri ragazzi. Questa scelta porta, inevitabilmente, alla marginalizzazione degli altri ragazzi relegandoli al ruolo di meri comprimari, offrendo solo qualche flash sulle sofferenze patite dagli altri come le dinamiche disturbanti di violenza familiare che affliggono Aki, tendendo a smussarne la violenza visiva con brevi accenni significativi.
Anche il ritmo narrativo non è uno dei punti di forza dell'opera: la prima metà è molto, forse troppo, lenta e rende in un certo senso giustizia allo stallo psicologico della protagonista Kokoro, ma costringe la seconda parte ad una corsa contro il tempo per giungere ad un finale soddisfacente. L'escamotage con cui Kokoro al raggiungimento dello scopo della sua missione scopre tutti i traumi dei compagni del castello è frettoloso e poco coinvolgente per lo spettatore.
Dulcis in fundo, concludo che lo Studio A-1 Pictures ha realizzato un'opera visivamente altalenante, capace di picchi più poetici che qualitativi, segno che probabilmente il budget non era forse all'altezza delle ambizioni iniziali.
"Il castello invisibile" è un'opera non perfetta ma capace di trasmettere una speranza: la solitudine non è una condanna irreversibile e che, a volte, condividere le proprie cicatrici è il primo fondamentale passo per reagire. Il vero coraggio in fondo non risiede tanto nello sconfiggere il "mostro" ma riuscire a dichiarare di aver bisogno di aiuto.