Recensione
Black Torch
6.0/10
"Black Torch - Il gatto ha nove vite, la storia forse nemmeno una".
Con i "battle shōnen" ho maturato una certa diffidenza e indifferenza: se una serie mi propone una trama composta da percorsi di crescita delle abilità latenti, organizzazioni segrete, trasformazioni, nemici sempre più grossi e forti come se fosse un videogioco e l’immancabile discorso sul proteggere i compagni, parto già con una piccola demotivazione alla visione. Non perché sia avverso al genere per partito preso, ma perché per questo genere di opere a me personalmente serve qualcosa in più per impedirmi di vedere già dal primo episodio "i codici sorgente" del programma come Neo in Matrix.
Eppure "Black Torch" sono riuscito a terminarlo. Non sembra una dichiarazione d'amore o un complimento travolgente, lo so, e nel mio caso non significa neppure che la mia modesta valutazione sia positiva: infatti in precedenza ho terminato e recensito diverse serie terminando con valutazioni poco lusinghiere.
L’anime del 2026 nasce dal breve manga di Tsuyoshi Takaki, puàbblicato tra il 2016 e il 2018 e raccolto in soli cinque volumi. L’adattamento animato conta dodici episodi, è prodotto da 100studio e diretto da Kei Umabiki. Una provenienza cartacea non recente, che non ho letto e pertanto non sono in grado di comprendere se l'anime sia conclusivo rispetto all'opera cartacea cui si ispira, lasciandomi dopo la visione dei canonici 12 episodi la sensazione di incompiutezza con un finale che mi ha dato l'impressione che la trama avesse appena cominciato a capire che cosa avrebbe potuto essere.
La serie non perde molto tempo in premesse e preamboli. Il protagonista Jiro Azuma è un ragazzo cresciuto dal nonno come discendente di una famiglia speciale, possiede l’insolita capacità di comunicare con gli animali. L’incontro con il gatto nero di nome Rago, che naturalmente gatto non è ma un potentissimo mononoke un tempo conosciuto come una leggendaria entità, lo trascina nella guerra nascosta tra queste creature e l’organizzazione governativa incaricata di sorvegliarle ed eliminarle.
È l'incipit del déjà-vu, un viaggio nel meraviglioso mondo del “questa storia mi ricorda qualcosa”: potrebbe essere "Bleach"?
La parentela e l'ispirazione sembrano piuttosto evidenti, aggiungendo un po’ di folklore nipponico, equipaggiamenti e organizzazioni che possono ricordare altri shōnen sovrannaturali moderni, qualche addestramento mentale utile anche per infilare i necessari flashback ed confezionata la trama.
Il problema, però, non è che "Black Torch" utilizzi dei cliché. I cliché sono utensili, non difetti. Il nocciolo della questione è cosa si riesce a costruire con quegli utensili. Oramai il pubblico è troppo spesso abituato alla presentazione di una "nuova casa che assomiglia parecchio a quelle del quartiere". E infatti, Jiro è il protagonista impulsivo ma dal cuore d’oro che preferisce intervenire prima e riflettere poi. Ci sono compagni inizialmente diffidenti destinati inevitabilmente a trasformarsi in alleati, gerarchie, rivalità, allenamenti, antagonisti con ideologie da esporre possibilmente mentre volano pugni, escalation di poteri e sentimenti che diventano carburante da combattimento. Il solito prodotto che propone "cameratismo", legami tra compagni, azione, umorismo, villain, ninja, mononoke ed elementi militari e fantascientifici.
Insomma, il genere cui si ispira "Black Torch" è confermato. Però in un certo senso ha funzionato, e ciò complica l'integrale stroncatura, perché sarebbe facile liquidare tutto come una "raccolta (in)differenziata" dei cliché dello shōnen classico.
Invece di questa serie ho apprezzato prima facie la scorrevolezza. Il ritmo è generalmente sostenuto, l’universo narrativo possiede una sua immediatezza e il folklore dei mononoke dà alla storia un minimo di identità necessario a non trasformarla completamente in un esercizio di déjà-vu.
Il risultato non è originalissimo, ma ha il pregio di trasmettere in alcune scene riuscite energia: le battaglie hanno una buona leggibilità, e il micetto Rago porta in scena quella fisicità animalesca e tridimensionalità psicologica che gli impedisce di sembrare soltanto il solito distributore di potenziamenti.
Ma è difficile non ammettere che "Black Torch" in 12 episodi non riesca a definire meglio trama e personaggi, in particolare per sviluppare il rapporto fra umani e mononoke, per dare maggiore profondità ai comprimari e, soprattutto, per attribuire a protagonisti e ai conflitti qualcosa di più della loro mera e becera funzione narrativa.
Ecco il senso di incompiutezza che non consiste in una serie più lunga: potevano scrivere anche un secondo cour di altri 12 episodi ma molti elementi della serie sembrano solo promesse narrative: si intravedono percorsi che la serie avrebbe potuto percorrere, questioni morali che avrebbe potuto approfondire, contrasti che avrebbero potuto renderla qualcosa di più del suo involucro shōnen. Ed è un peccato, perché "Black Torch" ha un protagonista che, pur essendo un Mononoke, è rappresentato alla lunga come il personaggio più umano nella guerra tra Mononoke e umanità.
All’inizio, è facile cadere nella tentazione di interpretare Rago come l’archetipo del potentissimo essere soprannaturale costretto a convivere con lo "stupido" protagonista, ma con il susseguirsi degli episodi, lo spettatore si potrà accorgere che diventa lentamente il cuore morale della storia.
Il suo rapporto con l’umanità è contraddittorio: Rago è superiore agli esseri umani per longevità e potenza, eppure proprio la sua lunga esistenza lo costringe a fare esperienza della sindrome dell'"Highlander", ossia di quel dolore acuito dalla longevità che l'umanità conosce fin troppo bene e che si chiama "perdita" delle persone cui ci si affeziona.
Gli esseri umani ai quali si lega muoiono, lui resta. È questo aspetto tende a rendere malinconico un personaggio che avrebbe potuto limitarsi a fare il demone carismatico.
Ho apprezzato come Rago dia l'impressione di provare un affetto per l’umanità che non nasce da un’ingenua idealizzazione ma dall'esperienza ripetuta della sua fragilità.
Un'idea molto nipponica, mutuata dal concetto del "mono no aware": gli uomini sono deboli, contraddittori, destinati a scomparire e per ciò finiscono per diventare preziosi per la malinconia e la tristezza che si prova di fronte alla fugacità.
Concetto che si potrebbe assimilare alla "humanitas": Rago dimostra di aver acquisito la consapevolezza che affezionarsi significa accettare una relazione inevitabilmente squilibrata in cui può continuare a vivere mentre coloro ai quali si lega no creando una interazione in cui il rapporto di dipendenza tra umano e mononoke si confonde.
Nel momento della rinuncia ai suoi poteri per salvare Jiro non è più chiaro chi abbia bisogno di chi. E a mio avviso è probabilmente l’idea migliore dell’intera opera: Rago dimostra a suo modo di imparare l'affetto umano.
Forse potrei azzardare che si tratta di un’idea migliore della storia che la contiene: Rago sembra essere un personaggio che appartiene a un anime migliore di quello in cui si trova.
nel momento in cui la trama affronta la sua storia e il suo percorso, la serie sfiora temi molto interessanti che avrebbero elevato il livello: immortalità e memoria, potere e compassione, superiorità fisica e inferiorità emotiva, il dolore di sopravvivere alle persone cui ci si affeziona.
E invece "Black Torch" resta un "battle shōnen" standard, con mio sommo disappunto.
Il rapporto fra i due protagonisti resta comunque la dinamica meglio riuscita perché sfugge almeno parzialmente alla meccanica del semplice videogioco a livelli di potenziamento. Jiro rappresenta per Rago un nuovo valido contatto con quella specie che ha imparato ad amare proprio perché ha imparato a perderla; Rago, invece, offre a Jiro non solo una potenza che considerata singolarmente sarebbe solo un power-up, ma un rapporto di comprensione che raramente mi è parso di vedere in opere del genere. La loro unione funziona quando diventa fiducia reciproca, non soltanto aumento della forza di combattimento.
In conclusione, non considero "Black Torch" una serie da cassare senza appello. È un anime "mediocre" nel senso più letterale del termine: sta nel mezzo. Dimostra abbastanza "furbizia" per non annoiare, abbastanza energia per accompagnare senza fatica fino alla conclusione e, soprattutto per me, almeno un personaggio capace di lasciare qualcosa.
Ma possiede anche poca personalità narrativa e originalità, con un'ambientazione che sembra interrompersi proprio sul più bello, quando avrebbe potuto diventare interessante.
Per uno spettatore innamorato dei battle shōnen, probabilmente molti degli aspetti che per me rappresentano dei suoi difetti saranno pregi o inezia superabili: archetipi riconoscibili, escalation, amicizia, combattimenti, poteri e folklore.
Per chi, come me, non è particolarmente sensibile alla liturgia del genere, invece, il limite diventa molto più evidente. Una volta tolti combattimenti, trasformazioni e armamentario shōnen, rimane relativamente poco anche se quel poco è il gatto parlante.
Ed è curioso che in una storia piena di esseri umani intenti a diventare più potenti in un delirio di potenziamenti e allenamenti, il percorso più riuscito appartenga a un mostro che diventa progressivamente più compassionevole; la torcia ahimè si spegne proprio mentre cominciava a illuminare qualcosa.
Con i "battle shōnen" ho maturato una certa diffidenza e indifferenza: se una serie mi propone una trama composta da percorsi di crescita delle abilità latenti, organizzazioni segrete, trasformazioni, nemici sempre più grossi e forti come se fosse un videogioco e l’immancabile discorso sul proteggere i compagni, parto già con una piccola demotivazione alla visione. Non perché sia avverso al genere per partito preso, ma perché per questo genere di opere a me personalmente serve qualcosa in più per impedirmi di vedere già dal primo episodio "i codici sorgente" del programma come Neo in Matrix.
Eppure "Black Torch" sono riuscito a terminarlo. Non sembra una dichiarazione d'amore o un complimento travolgente, lo so, e nel mio caso non significa neppure che la mia modesta valutazione sia positiva: infatti in precedenza ho terminato e recensito diverse serie terminando con valutazioni poco lusinghiere.
L’anime del 2026 nasce dal breve manga di Tsuyoshi Takaki, puàbblicato tra il 2016 e il 2018 e raccolto in soli cinque volumi. L’adattamento animato conta dodici episodi, è prodotto da 100studio e diretto da Kei Umabiki. Una provenienza cartacea non recente, che non ho letto e pertanto non sono in grado di comprendere se l'anime sia conclusivo rispetto all'opera cartacea cui si ispira, lasciandomi dopo la visione dei canonici 12 episodi la sensazione di incompiutezza con un finale che mi ha dato l'impressione che la trama avesse appena cominciato a capire che cosa avrebbe potuto essere.
La serie non perde molto tempo in premesse e preamboli. Il protagonista Jiro Azuma è un ragazzo cresciuto dal nonno come discendente di una famiglia speciale, possiede l’insolita capacità di comunicare con gli animali. L’incontro con il gatto nero di nome Rago, che naturalmente gatto non è ma un potentissimo mononoke un tempo conosciuto come una leggendaria entità, lo trascina nella guerra nascosta tra queste creature e l’organizzazione governativa incaricata di sorvegliarle ed eliminarle.
È l'incipit del déjà-vu, un viaggio nel meraviglioso mondo del “questa storia mi ricorda qualcosa”: potrebbe essere "Bleach"?
La parentela e l'ispirazione sembrano piuttosto evidenti, aggiungendo un po’ di folklore nipponico, equipaggiamenti e organizzazioni che possono ricordare altri shōnen sovrannaturali moderni, qualche addestramento mentale utile anche per infilare i necessari flashback ed confezionata la trama.
Il problema, però, non è che "Black Torch" utilizzi dei cliché. I cliché sono utensili, non difetti. Il nocciolo della questione è cosa si riesce a costruire con quegli utensili. Oramai il pubblico è troppo spesso abituato alla presentazione di una "nuova casa che assomiglia parecchio a quelle del quartiere". E infatti, Jiro è il protagonista impulsivo ma dal cuore d’oro che preferisce intervenire prima e riflettere poi. Ci sono compagni inizialmente diffidenti destinati inevitabilmente a trasformarsi in alleati, gerarchie, rivalità, allenamenti, antagonisti con ideologie da esporre possibilmente mentre volano pugni, escalation di poteri e sentimenti che diventano carburante da combattimento. Il solito prodotto che propone "cameratismo", legami tra compagni, azione, umorismo, villain, ninja, mononoke ed elementi militari e fantascientifici.
Insomma, il genere cui si ispira "Black Torch" è confermato. Però in un certo senso ha funzionato, e ciò complica l'integrale stroncatura, perché sarebbe facile liquidare tutto come una "raccolta (in)differenziata" dei cliché dello shōnen classico.
Invece di questa serie ho apprezzato prima facie la scorrevolezza. Il ritmo è generalmente sostenuto, l’universo narrativo possiede una sua immediatezza e il folklore dei mononoke dà alla storia un minimo di identità necessario a non trasformarla completamente in un esercizio di déjà-vu.
Il risultato non è originalissimo, ma ha il pregio di trasmettere in alcune scene riuscite energia: le battaglie hanno una buona leggibilità, e il micetto Rago porta in scena quella fisicità animalesca e tridimensionalità psicologica che gli impedisce di sembrare soltanto il solito distributore di potenziamenti.
Ma è difficile non ammettere che "Black Torch" in 12 episodi non riesca a definire meglio trama e personaggi, in particolare per sviluppare il rapporto fra umani e mononoke, per dare maggiore profondità ai comprimari e, soprattutto, per attribuire a protagonisti e ai conflitti qualcosa di più della loro mera e becera funzione narrativa.
Ecco il senso di incompiutezza che non consiste in una serie più lunga: potevano scrivere anche un secondo cour di altri 12 episodi ma molti elementi della serie sembrano solo promesse narrative: si intravedono percorsi che la serie avrebbe potuto percorrere, questioni morali che avrebbe potuto approfondire, contrasti che avrebbero potuto renderla qualcosa di più del suo involucro shōnen. Ed è un peccato, perché "Black Torch" ha un protagonista che, pur essendo un Mononoke, è rappresentato alla lunga come il personaggio più umano nella guerra tra Mononoke e umanità.
All’inizio, è facile cadere nella tentazione di interpretare Rago come l’archetipo del potentissimo essere soprannaturale costretto a convivere con lo "stupido" protagonista, ma con il susseguirsi degli episodi, lo spettatore si potrà accorgere che diventa lentamente il cuore morale della storia.
Il suo rapporto con l’umanità è contraddittorio: Rago è superiore agli esseri umani per longevità e potenza, eppure proprio la sua lunga esistenza lo costringe a fare esperienza della sindrome dell'"Highlander", ossia di quel dolore acuito dalla longevità che l'umanità conosce fin troppo bene e che si chiama "perdita" delle persone cui ci si affeziona.
Gli esseri umani ai quali si lega muoiono, lui resta. È questo aspetto tende a rendere malinconico un personaggio che avrebbe potuto limitarsi a fare il demone carismatico.
Ho apprezzato come Rago dia l'impressione di provare un affetto per l’umanità che non nasce da un’ingenua idealizzazione ma dall'esperienza ripetuta della sua fragilità.
Un'idea molto nipponica, mutuata dal concetto del "mono no aware": gli uomini sono deboli, contraddittori, destinati a scomparire e per ciò finiscono per diventare preziosi per la malinconia e la tristezza che si prova di fronte alla fugacità.
Concetto che si potrebbe assimilare alla "humanitas": Rago dimostra di aver acquisito la consapevolezza che affezionarsi significa accettare una relazione inevitabilmente squilibrata in cui può continuare a vivere mentre coloro ai quali si lega no creando una interazione in cui il rapporto di dipendenza tra umano e mononoke si confonde.
Nel momento della rinuncia ai suoi poteri per salvare Jiro non è più chiaro chi abbia bisogno di chi. E a mio avviso è probabilmente l’idea migliore dell’intera opera: Rago dimostra a suo modo di imparare l'affetto umano.
Forse potrei azzardare che si tratta di un’idea migliore della storia che la contiene: Rago sembra essere un personaggio che appartiene a un anime migliore di quello in cui si trova.
nel momento in cui la trama affronta la sua storia e il suo percorso, la serie sfiora temi molto interessanti che avrebbero elevato il livello: immortalità e memoria, potere e compassione, superiorità fisica e inferiorità emotiva, il dolore di sopravvivere alle persone cui ci si affeziona.
E invece "Black Torch" resta un "battle shōnen" standard, con mio sommo disappunto.
Il rapporto fra i due protagonisti resta comunque la dinamica meglio riuscita perché sfugge almeno parzialmente alla meccanica del semplice videogioco a livelli di potenziamento. Jiro rappresenta per Rago un nuovo valido contatto con quella specie che ha imparato ad amare proprio perché ha imparato a perderla; Rago, invece, offre a Jiro non solo una potenza che considerata singolarmente sarebbe solo un power-up, ma un rapporto di comprensione che raramente mi è parso di vedere in opere del genere. La loro unione funziona quando diventa fiducia reciproca, non soltanto aumento della forza di combattimento.
In conclusione, non considero "Black Torch" una serie da cassare senza appello. È un anime "mediocre" nel senso più letterale del termine: sta nel mezzo. Dimostra abbastanza "furbizia" per non annoiare, abbastanza energia per accompagnare senza fatica fino alla conclusione e, soprattutto per me, almeno un personaggio capace di lasciare qualcosa.
Ma possiede anche poca personalità narrativa e originalità, con un'ambientazione che sembra interrompersi proprio sul più bello, quando avrebbe potuto diventare interessante.
Per uno spettatore innamorato dei battle shōnen, probabilmente molti degli aspetti che per me rappresentano dei suoi difetti saranno pregi o inezia superabili: archetipi riconoscibili, escalation, amicizia, combattimenti, poteri e folklore.
Per chi, come me, non è particolarmente sensibile alla liturgia del genere, invece, il limite diventa molto più evidente. Una volta tolti combattimenti, trasformazioni e armamentario shōnen, rimane relativamente poco anche se quel poco è il gatto parlante.
Ed è curioso che in una storia piena di esseri umani intenti a diventare più potenti in un delirio di potenziamenti e allenamenti, il percorso più riuscito appartenga a un mostro che diventa progressivamente più compassionevole; la torcia ahimè si spegne proprio mentre cominciava a illuminare qualcosa.