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VinMur92

Episodi visti: 1/1 --- Voto 7,5
Questo film è stato una piccola sorpresa, che però mi ha lasciato totalmente insoddisfatto nel finale.
Sono ormai anni che si cerca il plot twist per stupire lo spettatore, in alcuni casi è riuscito, ma in altri lascia l'amaro in bocca.

La visione è abbastanza fluida, i pochi personaggi vengono caratterizzati adeguatamente, le musiche sono molto azzeccate e la grafica a volte lascia a desiderare. Chi ha avuto un passato turbolento può immedesimarsi nella protagonista, Jun. E' ciò che è accaduto a me, il problema è che avrei preferito non immedesimarmi, dato che alla fine ho sofferto assieme a lei.

[b[Attenzione: la parte seguente contiene spoiler[/b]

Ho tifato fino alla fine la coppia Jun/Takumi, e capisco che sarebbe stato scontato e banale, ma ho trovato di cattivo gusto la scelta narrativa di lasciare questa coppia. Inoltre ci troviamo come di consueto davanti a un finale aperto, quindi il regista non forma le coppie, ci rende solo partecipi dei sentimenti dei personaggi. A questo punto si può ancora sperare per la coppia sopracitata, ma non è così, dacché ne verrebbe fuori un prodotto alquanto ipocrita. Mi spiace per questa scelta narrativa che ha abbassato notevolmente il mio voto, perché le sensazioni che avrei voluto provare non rispecchiano quelle in cui sono capitato durante la visione del finale di quest'opera.

Comunque lontana dai capolavori quali "Koe no Katachi" e "Your Name.", l'ho trovata godibile ad eccezione degli ultimi minuti, e tutto sommato mi è piaciuta.


 7
giacgiac

Episodi visti: 1/1 --- Voto 6,5
Ne uccide più la lingua della spada. Basterebbe questa antica massima per descrivere in modo conciso, ma esauriente, più o meno tutto ciò che “Kokoro ga Sakebitagatterunda” decide di giocarsi, risparmiandosi - per certi versi pure giustamente - una disamina più meticolosa e completa del titolo in questione. Sarebbe giusto, perché quanto la coppia affermata Mari Okada e Tatsuyuki Nagai, sceneggiatura e regia rispettivamente, ha proposto negli anni passati viene riproposto, quasi immacolato, anche in questo lungometraggio, senza ingenti variazioni sul tema e con modalità più o meno analoghe. Sarebbe meno giusto nei confronti del tempo speso per visionare l’opera, nonché del senso critico che imprescindibilmente mi porta a cercare di razionalizzare i miei pensieri e metterli in forma scritta.
Per iniziare, quindi, si può partire da questo: la parola. Se fino a pochi anni fa la tematica dell’incomunicabilità è stata trattata dagli autori giapponesi su un piano prevalentemente metaforico, come incomunicabilità dei sentimenti e delle sensazioni, per intenderci, ultimamente più di un autore ha tentato di portare il tutto a un livello più pragmatico, per quanto la componente metafisica del problema permanga salda al nucleo della vicenda. “Kokosake” si piazza qui, decide di giocarsi per l’ennesima volta le solite carte, ma alzando l’asticella e tentando di toccare corde, almeno sulla carta, un po’ al di fuori della propria portata. Come ho già detto altrove, lo sviluppo di tematiche delicate è un’arma a doppio taglio, può riuscire a condurre il messaggio degli autori dritto al cuore dello spettatore, così come, facilmente, può peccare di artificiosità nel voler costruire situazioni troppo al limite e risultare inconsistente. Ahimè, è proprio quest’ultimo il caso di “Kokosake”, un’opera che parte da presupposti un po’ ballerini, riacquista un suo equilibrio e una certa sensatezza nella parte centrale per poi crollare in un finale ai limiti dello stucchevole, in barba a quanto ha costruito fino a pochi minuti prima.

Le parole hanno un loro peso, una volta pronunciate non possono più tornare indietro e si marchiano a fuoco nella mente e nei cuori delle persone, possono addirittura condizionare per una vita intera l'esistenza di un individuo, se pronunciate con la giusta enfasi nel momento sbagliato. Per creare la giusta base su cui sviluppare questa tematica, gli autori si affidano a un padre talmente meschino da incolpare la figlia, appena bambina, del divorzio con la moglie - a seguito di adulterio, per giunta - e una madre visibilmente frustrata e imbarazzata per la reazione della piccola che, dopo l’accaduto, si chiude dentro sé stessa fino a smettere completamente di parlare; ecco le solide fondamenta su cui poggia il senso di perenne inadeguatezza che Jun si porta dentro dalla fanciullezza fino agli anni de liceo. Isolamento e frustrazione diventano la retribuzione di un crimine che ella non sente di aver commesso e che eppure le viene attribuito, portandola a un contrasto interiore tra la sé stessa rinchiusa a forza dentro un guscio impermeabile, incapace di reagire agli stimoli interni e solo di subire gli altri, e la maschera inespressiva che decide di indossare al fine di proteggersi dal mondo. Il fulcro della narrazione è il tentativo di un gruppetto mal assortito di compagni di classe, formatosi per caso, di rompere questo guscio e aiutare Jun a esprimere i suoi sentimenti e vincere la sua condizione, ormai fisica, prima ancora che psicologica.

Se per la prima metà, tralasciando la forzatura dell’espediente iniziale, gli autori riescono a caratterizzare i personaggi in modo credibile e a calarli in un contesto realistico, con l’avanzare dell’intreccio vengono a galla tutti i cliché - possiamo definirli tali, dopo dieci anni di meticoloso riciclo e reimpiego - a cui essi hanno abituato, quali sentimenti contrastanti e situazioni ai limiti del credibile, cambiamenti di umore e di atteggiamento repentini, sequenze love-hate-love struggenti, triangoli amorosi e via dicendo; i protagonisti non sembrano vivere dei drammi adolescenziali propri della loro età, incarnano più i dubbi metafisici della tragedia classica, qualcosa di più grande di loro e che inesorabilmente li schiaccia. È una stonatura che non stanca mai gli autori e che non smette di sorprendere me, speranzoso che avvenga prima o poi un’evoluzione della loro poetica, probabilmente invano.
L’esempio più lampante di queste problematiche interne si manifesta proprio nel finale, che dovrebbe essere una sorta di climax, di esplosione di sentimenti, ma che risulta spento e moscio, con l’eclissarsi della protagonista dalla scena e la caduta del carico della scena tutto sulle spalle dei comprimari. Paradossalmente lo stesso tema del lungometraggio diventa una zavorra di cui è impossibile liberarsi, che impedisce al messaggio di passare in modo immediato e genuino allo spettatore.

A parziale compensazione delle manchevolezze della Okada, il film vanta una poetica dell’immagine e una regia degne di nota, che riescono a trasmettere in modo più efficace della sceneggiatura le insicurezze e gli imbarazzi, la tensione e le gioie dei protagonisti. I fondali molto curati ricreano un ambiente rurale ovattato che si sposa bene con la chiusura e la limitatezza del modo di pensare della società che ha incriminato Jun, raggiungendo il proprio apice nella fusione armonica di questo mondo con quello fantastico della protagonista. E, se le sensazioni arrivano allo spettatore, il merito è della regia di Nagai, particolarmente ispirata nei punti nodali dello sviluppo dei personaggi, che ahimè corrispondono anche ai maggiori fallimenti della sceneggiatura.
Dovendo trarre delle conclusioni, il film riesce nel suo intento di trasmettere un messaggio, per vie traverse e spesso tortuose, ma ci riesce, per cui bocciarlo sarebbe ingiusto, anche a fronte di un comparto tecnico e artistico di ottima qualità. Finché Mari Okada si ostinerà a voler ribadire gli stessi temi, non penso potrà portare nulla di innovativo nella scena dell'animazione giapponese, ma soprattutto nulla di più godibile di quello che abbia già portato, che di per sé non è molto. È un’opera che mira più alla pancia degli spettatori, invece che al loro cuore, vive di situazioni, cerca il pathos nella maniera più disperata, perdendo molto, a causa di ciò, sul piano della coesione dell’intreccio. Non mi sento nemmeno di sconsigliarlo a prescindere, gli estimatori di “Toradora”, ma forse più di “Anohana”, hanno più probabilità di apprezzarlo; se tuttavia quel che cercate è il titolo che vi faccia cambiare idea sugli autori, in quel caso “Kokosake” diventa tranquillamente trascurabile.


 1
v17

Episodi visti: 1/1 --- Voto 8,5
Semplicemente commovente. La trama non è per nulla scontata, la musica deliziosa e soprattutto caratteri ed emozioni dei personaggi emergono in maniera diretta e dirompente. E' un film che fa riflettere su quanto le parole possano infierire sull'nimo altrui e, soprattutto, su come i sentimenti necessitino di essere espressi. La grafica è molto buona, e la narrazione procede tranquillamente, senza mai essere né troppo lenta né troppo accelerata. Non pensavo fosse un'opera così ben fatta e costruita su tutti i piani, perciò consiglio di non fermare la visione all'inizio, nonostante possa dare l'impressione di essere una tipica commedia shoujo. Veramente, con il susseguirsi della vicenda mi sono attaccata a ciascun personaggio e non celo che qualche lacrima mi è scivolata durante alcune scene molto intense da un punto di vista emotivo.
Pertanto, consiglio a chiunque la visione di questo piccolo capolavoro nascosto.


 6
Nox

Episodi visti: 1/1 --- Voto 9
"Le parole possono fare male. Una volta dette, anche se te ne penti, non puoi più rimangiartele."

"Kokoro ga Sakebitagatterunda" è un film anime di circa due ore andato in onda nel settembre del 2015.
Naruse Jun era una bambina chiacchierona e allegra, ma un giorno, a causa del traumatico divorzio dei genitori, smette completamente di parlare. Divenuta liceale, viene selezionata, dal professore di musica, per dirigere la sua classe in un evento di intrattenimento per la comunità locale. Insieme a lei, nel comitato organizzativo, ci sono altri tre compagni di classe: Tasaki Daiki, asso della squadra di baseball che si è infortunato poco prima della finale, Nitou Natsuki, capitano delle cheerleader, e Sakagami Takumi, un ragazzo all'apparenza apatico, ma, in realtà, molto premuroso e con un talento per la musica. E sarà proprio attraverso la musica che Jun inizierà il suo viaggio di guarigione. La classe decide, infatti, di organizzare un musical originale e la storia sarà proprio scritta dalla protagonista, la quale metterà a nudo tutte le sue cicatrici.

Inizierò col dire che questa è una storia dolcissima. Le due ore passano senza neanche accorgersene, lo spettatore viene letteralmente trasportato in questa storia, che alterna parti un po' più "pesanti" ad altre molto più leggere e comiche.

Naruse Jun mi è piaciuta molto. La protagonista è stata semplicemente sfortunata ad avere una famiglia pessima. Se fossi stata la madre, un mezzo problema me lo sarei fatto se mia figlia avesse improvvisamente smesso di parlare, ma questa donna vive nella convinzione che la ragazza le stia facendo un dispetto. Il padre, poi, non lo voglio nemmeno commentare. Jun, convinta che le sue parole siano state la causa della separazione dei genitori, smette completamente di parlare e, ogni volta che prova a proferire verbo, soffre di fortissimi dolori allo stomaco. Grazie all'aiuto di Takumi, però, capisce che può esprimersi tramite il canto. Non preoccupatevi, non c'è nessuna scena alla "High School Musical", si cantano solo le canzoni del musical, le cui parole sono scritte dalla protagonista, mentre Takumi le trasforma in musica. Ho davvero amato la sintonia fra questi due personaggi, senza considerare le scene in cui sono presenti gli altri due membri del comitato organizzativo, con cui Jun pian piano riesce a interagire. E' davvero impossibile non tifare per lei, ci prova davvero con tutte le sue forze a migliorarsi.

Un altro elemento che ho apprezzato è la normalità di questi ragazzi. Nessuno di loro è straordinario ed è veramente facile identificarsi con loro. Quando cantano, per esempio, sono intonati, ma non parte un coro di angeli come coristi. Sono giovani, insicuri, fragili, passionali, i loro cuori si spezzano come quelli di un qualunque adolescente, e i rimpianti provocati dalle loro precedenti azioni possono scomparire, accettando che non si può controllare tutto, ed esprimendo i propri sentimenti senza paura, magari in una canzone.

Non mancano, naturalmente, dei normali cliché. Per esempio, rimango sempre strabiliata da come le ragazze giapponesi sappiano cucire vestiti complicatissimi mentre io non mi so nemmeno rammendare un calzino quando si buca. Scherzi a parte, ci sono triangoli amorosi, gelosie e i soliti fraintendimenti tipici degli anime scolastici.

Dal punto di vista tecnico, sebbene la grafica non sia molto dettagliata, viene supportata da animazioni fluide e un doppiaggio davvero perfetto, senza dimenticare le musiche, piacevoli e coinvolgenti.

Riassumendolo in una frase o meno: "Una storia sul dolore che ci infliggiamo con le nostre stesse mani e sulla guarigione che ci attende se solo decidiamo di affrontare i nostri sentimenti."