Quando il maestro Hayao Miyazaki affidò ad Akihiro Miwa il ruolo di Moro in Principessa Mononoke, egli ricordò all'artista che Moro è sostanzialmente un po' come la divinità Kannon: non è né uomo né donna, bensì un essere che trascende i generi. Secondo i ricordi di Miwa, Miyazaki gli aveva pertanto suggerito di "essere semplicemente sé stesso", nel prestare la sua voce divina a un dio.
Forse proprio attraverso le parole del maestro, meglio di molte altre, è possibile arrivare a comprendere chi sia stato realmente Akihiro Miwa, scomparso da qualche mese.
L'uomo si è spento per cause naturali all'età di 91 anni lo scorso 20 giugno 2026, mormorando un "grazie" come sua ultima parola prima di "addormentarsi serenamente", come ha riportato un collaboratore della sua agenzia Office Miwa. La comunicazione ufficiale al mondo intero è giunta solo il 28 giugno, quando i funerali dell'artista si erano già svolti, in forma strettamente privata.

Per lo Studio Ghibli, Akihiro Miwa ha prestato la voce a due figure iconiche, quella di Moro per l'appunto nel 1997, ma anche la Strega delle Lande ne Il Castello errante di Howl nel 2004; sua anche la voce del Pokémon Arceus nel film Pokémon: Arceus e il gioiello della vita del 2009.
Sarebbe in ogni caso oltremodo riduttivo inquadrare, solo attraverso questi tre speciali cameo nell'animazione, un artista che ha segnato in maniera estremamente profonda il mondo dello spettacolo giapponese e la società stessa.
Dai night club al cabaret: l'iconica "Me qué me qué" di Charles Aznavour
Miwa è stato cantante e attore, radiofonico, saggista e compositore, nonché autore egli stesso, personaggio televisivo, figura pubblica e vera e propria icona culturale.
A sancirne la fama è stata in primo luogo la sua bellezza femminea, ripetutamente osannata dai media; insieme alla sua voce, gli ha consentito di esordire come cantante professionista nel cafè-chanson "Ginpari" di Ginza a Tokyo a soli diciassette anni.
Al pubblico che lo osserva e ascolta incantato, egli viene presentato come una figura di sesso, età e nazionalità indefiniti.
Due anni prima, all'inizio degli anni '50, Miwa si era trasferito nella capitale col sogno di diventare un cantante d'opera o concertistico, e con questo obiettivo iniziò a frequentare il liceo musicale nazionale. È proprio il suo insegnante di musica a suggerirgli di adottare il suo primo nome d'arte di "Akihiro Maruyama", abbandonando quello di Shingo Terada con cui era nato a Nagasaki il 15 maggio 1935. Il cognome era poi divenuto Maruyama con la sua adozione presso la famiglia della madre.

È tuttavia solo molto più tardi, durante il commiato funebre al celeberrimo scrittore Yukio Mishima (nella foto sopra), che Akihiro Maruyama deciderà di voler essere conosciuto come Akihiro Miwa da quel momento in avanti: in onore del compianto Mishima, mai indifferente al suo fascino, l'artista canta dei sutra nel 1971. Lì percepisce che quello di Miwa gli appare come un nome 'inviato dagli dei'.
Da giovane il ragazzo si fa le ossa lavorando come barista, in bar gay e quindi nei night club: sono locali in cui può cantare le sue melodie francesi preferite, prese a prestito da leggende quali Édith Piaf, Yvette Guilbert e Marie Dubas.
Sul medesimo registro cabarettistico, nel 1954 Miwa presenta "Me què Me què", ovvero la sua cover giapponese della ben più celebre omonima francese, scritta da Charles Aznavour e composta da Gilbert Bécaud; la versione nipponica cantata da Miwa ottiene un successo sensazionale, pur se il testo della melodia contiene alcune parole piuttosto colorite che nessun media dell'epoca autorizza a esplicitare.
Un look eccentrico: nasce il fenomeno 'Sister boy'
Il peculiare look con cui Miwa accompagna le sue esibizioni rielabora degli abiti da paggio del periodo Genroku (1688-1704) in chiave occidentale e camicie di pizzo unisex, che gli valgono commenti memorabili: Yukio Mishima lo definisce "una bellezza del mondo celeste", mentre per la stampa egli è "il bishōnen più bello dai tempi di Jinmu" ma anche un "Sister Boy".
È una definizione riferita esplicitamente a Miwa circa la naturale ambiguità estetica che caratterizza la sua persona; non riguarda dunque un personaggio costruito per il palcoscenico come evoca invece il termine drag queen, cui Miwa viene in seguito maldestramente associato al di fuori del Giappone.

Quello di 'Sister boy' è un termine piuttosto peculiare, che in Giappone nasce proprio per appellare Miwa, e scatena un fenomeno mediatico in tempi assai poco tolleranti. Nel Paese del Sol Levante il neologismo vi arriva nel 1957, attraverso il film hollywoodiano "Tea and Sympathy": qui la parola sprezzante, che nella pellicola allude all'omosessualità ambigua, esce dalla finzione e diventa di moda per etichettare un artista esteticamente ambivalente. Appare il termine perfetto per appellare Miwa stesso, non appena questi fa uscire "Me què Me què", a distanza di pochi mesi.
Da lì il termine si diffonde in seguito in maniera distorta nell'intera nazione, in senso denigratorio a livello sociale: venire chiamati per strada 'sister boy' da qualcuno, o sentirlo persino bisbigliato dai bambini in riferimento a una persona, in alternativa al sostantivo 'okama', implica l'aperta derisione su atteggiamenti ritenuti troppo effeminati in un uomo.
Il termine spregiativo 'okama' resiste a tutt'oggi nell'uso comune, mentre invece nessuno utilizza più il termine 'sister boy' nel Giappone moderno, in quanto strettamente collegato allo scandaloso fenomeno di costume avvenuto negli anni '60.
Il brano proibito: "Yoitomake no uta"
Nel 1964 Miwa rilascia la sua canzone "Yoitomake no Uta" (la canzone degli yoitomake) che ancora una volta diventa un vero e proprio caso a sé.
Il brano nasce da un ricordo personale di Miwa: durante un'esibizione in una decaduta città mineraria del Kyūshū, l'artista rimane sensibilmente toccato nel vedere molti lavoratori spendere i pochi risparmi, rimasti dalle loro esigue paghe, pur di assistere al suo spettacolo. Imbarazzato nel presentarsi di fronte a loro con i suoi consueti abiti sgargianti, Miwa si rammarica anche di non avere una canzone "per loro", per infondere consolazione e coraggio.
Da questo episodio, unitamente ai ricordi di un compagno di scuola, ha origine l'ispirazione per comporre il testo di "Yoitomake no Uta": la canzone racconta l'amore di una umile madre lavoratrice per il figlio e della vergogna di quest'ultimo causata dall'aperta derisione dei suoi compagni. Ma in essa vi è anche il riscatto sociale e l'omaggio al genitore, una volta che il ragazzino diventa un ingegnere da adulto, proprio grazie agli sforzi materni.
Il termine 'yoi to make' si può tradurre in 'tirare forte': è la frase di richiamo con cui i lavoratori gridavano il ritmo, battendo il terreno e tirando a turno con una corda un peso issato con una carrucola.

Miwa sceglie di accompagnare le esibizioni per questo brano adottando un look fortemente rispettoso: niente travestimenti né trucco o abiti stravaganti, bensì solo gli abiti scuri e logori del dopoguerra e i capelli tinti di nero. È una serietà che si contrappone fortemente alla sua consueta sfumatura giallo acceso nei capelli, che nel tempo diviene essa stessa un segno distintivo del look dell'artista.
Malgrado il brano ottenga un successo strepitoso e ben presto tutti vogliano udirlo e vederlo, esso viene criticato dall'Associazione nazionale delle emittenti commerciali in Giappone per l'utilizzo di svariate parole ritenute discriminatorie: tra queste figurano la stessa 'yoitomake' e il sostantivo 'dokata' (manovale giornaliero). La canzone viene così bandita dalle emittenti commerciali, suscitando diverse proteste tra gli spettatori e la dura reazione di Miwa, infuriato per il giudizio basato su singole parole anziché sul contenuto e sul significato del brano.
È un'esclusione che prosegue per lunghi decenni, portata avanti per inerzia anche quando il bando effettivo cessa ufficialmente. È poi perlopiù per merito delle cover di "Yoitomake no Uta" offerte da artisti altrettanto celebri come Kyu Sakamoto e Keisuke Kuwata, se la canzone approda infine nella sua completezza al 63° Kōhaku Uta Gassen nel 2012, ovvero il noto karaoke di capodanno dell'emittente nazionale NHK: sono ormai trascorsi quasi 50 anni dal primo rilascio della melodia, mentre Miwa di anni ne ha già compiuti 77. È il debutto nazionale più tardivo della storia, specie per una delle canzoni socialmente più significative del dopoguerra.
Un "hibakusha" contro la guerra: la critica alle politiche militariste
Noto anche per la sua schiettezza, Miwa non rimane confinato all'ambito prettamente musicale, e non si è mai sottratto all'espressione di opinioni critiche anche su altri fronti sociali, in merito a questioni governative o politiche di guerra: egli ha appena dieci anni quando sopravvive apparentemente indenne al bombardamento di Nagasaki nel 1945.
L'artista non teme di definirsi pubblicamente un "hibakusha" (una persona esposta alla bomba atomica) e vive sulla propria pelle le conseguenze fisiche, psicologiche e sociali derivanti dall'atomica in Giappone. Gli sono diagnosticati numerosi sintomi e patologie riconducibili all'esposizione alle radiazioni; quando attorno all'età di quarant'anni Miwa riceve la diagnosi di bronchiolite diffusa panbronchiale, i medici gli danno una prognosi di tre mesi di vita.

Proprio in merito a quanto vissuto, l'artista si è ripetutamente opposto alla legislazione militarista del 2015 e al governo di Shinzo Abe. In un'intervista rilasciata per l'opuscolo Neppū, pubblicato dallo Studio Ghibli nel luglio 2015 in concomitanza con il 70° anniversario dal termine della Seconda Guerra Mondiale, Miwa dialoga con il giornalista Osamu Aoki a riguardo della legislazione su pace e sicurezza: "chi come il Primo Ministro Abe, Ishiba o Aso volesse la leva obbligatoria dovrebbe essere il primo, indipendentemente dall'età, a imbracciare il fucile e indossare l'elmetto per andare al fronte in prima linea, insieme a figli, nipoti, fratelli e persino il fidanzato della propria figlia, tutti come soldati semplici."
Nello stesso tempo, l'artista ha sempre sostenuto fermamente i valori spirituali e culturali propri del Giappone; egli sottolinea l'importanza di principi della cultura giapponese, estratti da cronache storiche come il Kojiki, il Nihon Shoki, il bushido e lo spirito del popolo nipponico.
La Lucertola nera di Edogawa Ranpo: ruoli che trascendono il genere
Nello stesso modo in cui Miwa ha quindi saputo criticare le ricadute legislative più estremiste del Paese, pur senza allontanarsi mai dal rispetto nei confronti dei valori più tradizionalisti, anche nella sua carriera è riuscito ad affiancare la sua presenza in vari ambiti senza snaturarsi mai.
Apprezzatissimo cabarettista, Miwa vanta anche un amore di lungo corso con il teatro e presenze cinematografiche notevoli, caratterizzate da un filone comune: si tratta perlopiù di ruoli complessi, sfaccettati e anticonvenzionali, e proprio per questo accendono in lui un profondo interesse nell'infondere loro vita sul palco.
È lui a interpretare il protagonista e comporre anche il tema musicale della Lucertola nera (Kurotokage) di Kinji Fukasaku (Battle Royale) del 1968. Il film è tratto dall'adattamento teatrale che Yukio Mishima aveva fatto dell'omonimo romanzo di Edogawa Ranpo: in una storia dal sapore tragico e decadente, la lucertola è una ladra iconica e ammaliante.
Shūji Terayama scrive per lui Kegawa no Marie nel 1967, dove il protagonista Marie è il più bello e lussurioso dei prostituti maschili del Giappone.
Per Mishima, Miwa realizza un sogno rimasto incompiuto dell'autore lungamente scomparso: nel 1996 egli porta in scena la raccolta di testi moderni del teatro No Aoi no Ue / Sotoba Komachi, all'interno dei quali un'anziana quasi centenaria muta in una ringiovanita bellezza adolescente.
Nel 2007 è sempre lui la principessa ispirata a Sissi nella pièce L'aigle à deux têtes (L'aquila a due teste) di Jean Cocteau, che giunge dopo i ruoli di Violetta nella Traviata, Mata Hari, Edith Piaf in Ai no Sanka: sono tutte donne forti, libere e intense, che vivono drammaticamente al di fuori delle convenzioni.
In qualità di attore teatrale, Miwa ha quindi potuto lavorare con i più grandi autori della sua generazione, i quali di norma gli hanno scritto o affidato ruoli confezionati su misura.

A teatro, Miwa porta avanti a cadenza mensile anche lo spettacolo Akihiro Miwa no Sekai (Il mondo di Akihiro Miwa) presso lo Shibuya Jean-Jean dagli anni '70 fino agli anni 2000.
Anche la sua presenza nei programmi televisivi è costante: lo show Ōra no izumi di cui è co-conduttore fa il suo debutto nel 2005 in tardo orario notturno, ma la popolarità che incontra presso gli spettatori è tale da guadagnarsi uno slot nel prime time.
All'interno invece del varietà Ariehen∞Sekai (Mondo incredibile) di TV Tokyo, di cui Miwa è co-autore e presenza fissa come co-conduttore unitamente ai membri dei Kanjani∞/Super Eight, l'artista riceve l'affettuoso vezzeggiativo di "Miwa-chama": è un talk show che racconta di stranezze e fatti bizzarri, differenze generazionali, peculiarità di usi e costumi culturali. Uno spazio in cui Miwa abita confortevolmente, con un'atmosfera più disimpegnata, informale, piacevolmente umana.
A distanza di alcuni mesi dalla sua scomparsa, il 18 agosto 2026 proprio il programma Ariehen∞Sekai gli dedica l'affettuoso episodio speciale Ariehen∞Sekai: 16-nenkan arigatō... tsuitō Ariehen Miwa Akihiro SP, interamente incentrato sulla sua figura.
Abitare la contraddizione: dal coming out negli anni '60 alla nomina come Cittadino Onorario di Tokyo
Oltre che maestro del travestitismo teatrale di altissimo livello, Miwa è anche pioniere individuale della visibilità omosessuale in Giappone, in qualità di primo personaggio del mondo dello spettacolo nipponico a dichiarare pubblicamente di amare persone del suo stesso sesso.
Tutto, della sua figura, porterebbe a categorizzarlo come un artista eccentrico, "tollerabile" proprio in quanto tale e unicamente all'interno di tale spazio; Miwa, tuttavia, non è semplicemente un travestito, né tantomeno una drag queen, come con eccessiva leggerezza dagli Stati Uniti viene descritto, con un termine che riferito a lui appare straniante.

In una società estremamente giudicante come quella giapponese, in cui l'abbigliamento e l'apparenza costituiscono una parte fondante della dimensione della persona, Miwa è un artista che sceglie consapevolmente di indossare tacchi e abiti femminili, di curare pertanto un aspetto che lo renda immediatamente riconoscibile.
Il suo diviene così un profilo professionale che negli anni acquisisce una crescente autorevolezza pubblica.
La mera tolleranza che gli viene riconosciuta si tramuta lentamente un'accettazione sociale progressiva: non sembrano essere abiti indossati per rivendicare la propria identità, quanto piuttosto per ribadire quasi strategicamente che egli non si costruisce un personaggio per esibirlo con ostentazione in uno spettacolo. Miwa non interpreta sé stesso, bensì semplicemente lo è.
Quella di Miwa non appare quindi una performance che si estende dal palco alla vita privata, ma piuttosto un'identità complessa, che si manifesta come tale in ogni sua dimensione pubblica e privata.

I suoi passi nell'ambito del mondo queer propriamente detto rispecchiano la sua peculiare visione delle cose: Miwa detesta fortemente il termine spregiativo 'okama', ovvero omosessuale in senso denigratorio, come etichetta fin troppo semplicistica per identità non normative.
Egli sceglie di esporsi pubblicamente a riguardo della propria omosessualità dopo aver assistito alle innumerevoli morti di cari amici che preferiscono il suicidio a una vita di menzogne o di vergogna; ciò accade in un tempo in cui dichiararsi tali implica automaticamente il licenziamento dal lavoro e l'aperta condanna non solo dalla società, ma anche dai propri familiari.
Nel momento in cui Miwa si dichiara, negli anni '60, quasi nessun cantante a livello mondiale aveva mai fatto coming out; Miwa confida di poter quantomeno aprire una strada per gli altri, incoraggiare così persone come lui a uscire allo scoperto, pretendere di poter vivere con la dignità che si merita.
Il rifiuto sociale è tuttavia durissimo in quel periodo e le critiche fanno crollare del tutto la sua popolarità, almeno fino alla nascita di "Yoitomake no Uta": non casualmente, una canzone sulla dignità di coloro che vengono guardati con disprezzo sociale. Una melodia vicina alla gente e altrettanto mal vista dalle istituzioni.

Quando, nel 2017, un liceale gay gli chiede consiglio sul dichiararsi omosessuale o meno, Miwa ribalta la domanda del ragazzo: "perché solo gli omosessuali devono sentirsi obbligati a fare coming out?"
Al Giappone servono interi decenni per avviare un cambiamento sociale in verità non ancora compiuto, e anche la 'riammissione pubblica' di Akihiro Miwa si ha ufficialmente solo in due tempi, piuttosto recenti: dapprima vi è il debutto al Kōhaku nel dicembre 2012, il segnale che l'industria mainstream smette di trattarlo come un 'caso scomodo' e inizia a celebrarlo come un vero e proprio patrimonio culturale vivente.
Il secondo punto di svolta simbolico, a livello personale, è la nomina come "Cittadino Onorario di Tokyo" nell'autunno 2018: ciò avviene proprio per il percorso di vita di Miwa, capace di andare oltre il genere in molteplici ambiti nel Giappone a partire dal dopoguerra. Sentendosi qualcuno che ha saputo solo "fare ribellione", Miwa inizialmente rifiuta, accettando infine quando viene informato che la decisione presa è stata a consenso unanime.
A riprova della solidità della sua figura, poco tempo dopo la sua scomparsa, il 5 luglio 2026 l'emittente nazionale NHK dapprima dedica un programma tributo a lui e alla portata delle sue opere, quindi manda in onda anche la pellicola Kurotokage.
Il programma commemorativo Miwa Akihiro ai to inori no uta (Akihiro Miwa: Canzoni d'amore e di preghiera) si concentra sui suoi lavori come cantante, mostrando trasmissioni d'archivio e includendo anche una conversazione con un altro mito e pilastro della televisione giapponese: si tratta della novantatreenne attrice, presentatrice e personaggio pubblico Tetsuko Kuroyanagi.
Kuroyanagi è stata una cara amica e confidente di Miwa, e i due hanno coltivato una solida amicizia durata oltre settant'anni.

Ciò che il maestro Hayao Miyazaki ha voluto infondere nelle figure di Moro e della Strega delle Lande va pertanto ben al di là di una semplice voce affidata a un doppiatore; si tratta di personaggi che incarnano una moltitudine di aspetti difficilmente esplicitabile, a maggior ragione per tutti gli appassionati al di fuori del Giappone che non hanno mai avuto modo di ricondurli e sovrapporli alla figura di Akihiro Miwa.
In Principessa Mononoke, Moro sa essere al contempo una figura stoica, una presenza divina, una madre amorevole, una creatura dotata di profonda intelligenza e non solo; allo stesso modo si è così dipanata anche la lunga vita di Akihiro Miwa.
Dalle sfaccettature alle contraddizioni che egli ha vissuto, dall'autorevolezza che lo ha contraddistinto anche nei momenti più tesi, alla voce che ha diffuso con coraggio in ogni ambito. Per un'esistenza davvero priva di confini.
Nota
I copyright delle immagini riportate appartengono a Office Miwa / Shochiku (per Kurotokage) / NHK e TV Asahi (per Tetsuko no heya) / TV Tokyo e Starto Entertainment (per Ariehen∞Sekai) / Studio Ghibli (per Principessa Mononoke, Il Castello Errante di Howl e Si alza il vento)
Forse proprio attraverso le parole del maestro, meglio di molte altre, è possibile arrivare a comprendere chi sia stato realmente Akihiro Miwa, scomparso da qualche mese.
L'uomo si è spento per cause naturali all'età di 91 anni lo scorso 20 giugno 2026, mormorando un "grazie" come sua ultima parola prima di "addormentarsi serenamente", come ha riportato un collaboratore della sua agenzia Office Miwa. La comunicazione ufficiale al mondo intero è giunta solo il 28 giugno, quando i funerali dell'artista si erano già svolti, in forma strettamente privata.

Per lo Studio Ghibli, Akihiro Miwa ha prestato la voce a due figure iconiche, quella di Moro per l'appunto nel 1997, ma anche la Strega delle Lande ne Il Castello errante di Howl nel 2004; sua anche la voce del Pokémon Arceus nel film Pokémon: Arceus e il gioiello della vita del 2009.
Sarebbe in ogni caso oltremodo riduttivo inquadrare, solo attraverso questi tre speciali cameo nell'animazione, un artista che ha segnato in maniera estremamente profonda il mondo dello spettacolo giapponese e la società stessa.
Dai night club al cabaret: l'iconica "Me qué me qué" di Charles Aznavour
Miwa è stato cantante e attore, radiofonico, saggista e compositore, nonché autore egli stesso, personaggio televisivo, figura pubblica e vera e propria icona culturale.
A sancirne la fama è stata in primo luogo la sua bellezza femminea, ripetutamente osannata dai media; insieme alla sua voce, gli ha consentito di esordire come cantante professionista nel cafè-chanson "Ginpari" di Ginza a Tokyo a soli diciassette anni.
Al pubblico che lo osserva e ascolta incantato, egli viene presentato come una figura di sesso, età e nazionalità indefiniti.
Due anni prima, all'inizio degli anni '50, Miwa si era trasferito nella capitale col sogno di diventare un cantante d'opera o concertistico, e con questo obiettivo iniziò a frequentare il liceo musicale nazionale. È proprio il suo insegnante di musica a suggerirgli di adottare il suo primo nome d'arte di "Akihiro Maruyama", abbandonando quello di Shingo Terada con cui era nato a Nagasaki il 15 maggio 1935. Il cognome era poi divenuto Maruyama con la sua adozione presso la famiglia della madre.

È tuttavia solo molto più tardi, durante il commiato funebre al celeberrimo scrittore Yukio Mishima (nella foto sopra), che Akihiro Maruyama deciderà di voler essere conosciuto come Akihiro Miwa da quel momento in avanti: in onore del compianto Mishima, mai indifferente al suo fascino, l'artista canta dei sutra nel 1971. Lì percepisce che quello di Miwa gli appare come un nome 'inviato dagli dei'.
Da giovane il ragazzo si fa le ossa lavorando come barista, in bar gay e quindi nei night club: sono locali in cui può cantare le sue melodie francesi preferite, prese a prestito da leggende quali Édith Piaf, Yvette Guilbert e Marie Dubas.
Akihiro Miwa canta Edith Piaf
Sul medesimo registro cabarettistico, nel 1954 Miwa presenta "Me què Me què", ovvero la sua cover giapponese della ben più celebre omonima francese, scritta da Charles Aznavour e composta da Gilbert Bécaud; la versione nipponica cantata da Miwa ottiene un successo sensazionale, pur se il testo della melodia contiene alcune parole piuttosto colorite che nessun media dell'epoca autorizza a esplicitare.
Un look eccentrico: nasce il fenomeno 'Sister boy'
Il peculiare look con cui Miwa accompagna le sue esibizioni rielabora degli abiti da paggio del periodo Genroku (1688-1704) in chiave occidentale e camicie di pizzo unisex, che gli valgono commenti memorabili: Yukio Mishima lo definisce "una bellezza del mondo celeste", mentre per la stampa egli è "il bishōnen più bello dai tempi di Jinmu" ma anche un "Sister Boy".
È una definizione riferita esplicitamente a Miwa circa la naturale ambiguità estetica che caratterizza la sua persona; non riguarda dunque un personaggio costruito per il palcoscenico come evoca invece il termine drag queen, cui Miwa viene in seguito maldestramente associato al di fuori del Giappone.

Quello di 'Sister boy' è un termine piuttosto peculiare, che in Giappone nasce proprio per appellare Miwa, e scatena un fenomeno mediatico in tempi assai poco tolleranti. Nel Paese del Sol Levante il neologismo vi arriva nel 1957, attraverso il film hollywoodiano "Tea and Sympathy": qui la parola sprezzante, che nella pellicola allude all'omosessualità ambigua, esce dalla finzione e diventa di moda per etichettare un artista esteticamente ambivalente. Appare il termine perfetto per appellare Miwa stesso, non appena questi fa uscire "Me què Me què", a distanza di pochi mesi.
Da lì il termine si diffonde in seguito in maniera distorta nell'intera nazione, in senso denigratorio a livello sociale: venire chiamati per strada 'sister boy' da qualcuno, o sentirlo persino bisbigliato dai bambini in riferimento a una persona, in alternativa al sostantivo 'okama', implica l'aperta derisione su atteggiamenti ritenuti troppo effeminati in un uomo.
Il termine spregiativo 'okama' resiste a tutt'oggi nell'uso comune, mentre invece nessuno utilizza più il termine 'sister boy' nel Giappone moderno, in quanto strettamente collegato allo scandaloso fenomeno di costume avvenuto negli anni '60.
Il brano proibito: "Yoitomake no uta"
Nel 1964 Miwa rilascia la sua canzone "Yoitomake no Uta" (la canzone degli yoitomake) che ancora una volta diventa un vero e proprio caso a sé.
Il brano nasce da un ricordo personale di Miwa: durante un'esibizione in una decaduta città mineraria del Kyūshū, l'artista rimane sensibilmente toccato nel vedere molti lavoratori spendere i pochi risparmi, rimasti dalle loro esigue paghe, pur di assistere al suo spettacolo. Imbarazzato nel presentarsi di fronte a loro con i suoi consueti abiti sgargianti, Miwa si rammarica anche di non avere una canzone "per loro", per infondere consolazione e coraggio.
Da questo episodio, unitamente ai ricordi di un compagno di scuola, ha origine l'ispirazione per comporre il testo di "Yoitomake no Uta": la canzone racconta l'amore di una umile madre lavoratrice per il figlio e della vergogna di quest'ultimo causata dall'aperta derisione dei suoi compagni. Ma in essa vi è anche il riscatto sociale e l'omaggio al genitore, una volta che il ragazzino diventa un ingegnere da adulto, proprio grazie agli sforzi materni.
Il termine 'yoi to make' si può tradurre in 'tirare forte': è la frase di richiamo con cui i lavoratori gridavano il ritmo, battendo il terreno e tirando a turno con una corda un peso issato con una carrucola.

Miwa sceglie di accompagnare le esibizioni per questo brano adottando un look fortemente rispettoso: niente travestimenti né trucco o abiti stravaganti, bensì solo gli abiti scuri e logori del dopoguerra e i capelli tinti di nero. È una serietà che si contrappone fortemente alla sua consueta sfumatura giallo acceso nei capelli, che nel tempo diviene essa stessa un segno distintivo del look dell'artista.
Malgrado il brano ottenga un successo strepitoso e ben presto tutti vogliano udirlo e vederlo, esso viene criticato dall'Associazione nazionale delle emittenti commerciali in Giappone per l'utilizzo di svariate parole ritenute discriminatorie: tra queste figurano la stessa 'yoitomake' e il sostantivo 'dokata' (manovale giornaliero). La canzone viene così bandita dalle emittenti commerciali, suscitando diverse proteste tra gli spettatori e la dura reazione di Miwa, infuriato per il giudizio basato su singole parole anziché sul contenuto e sul significato del brano.
È un'esclusione che prosegue per lunghi decenni, portata avanti per inerzia anche quando il bando effettivo cessa ufficialmente. È poi perlopiù per merito delle cover di "Yoitomake no Uta" offerte da artisti altrettanto celebri come Kyu Sakamoto e Keisuke Kuwata, se la canzone approda infine nella sua completezza al 63° Kōhaku Uta Gassen nel 2012, ovvero il noto karaoke di capodanno dell'emittente nazionale NHK: sono ormai trascorsi quasi 50 anni dal primo rilascio della melodia, mentre Miwa di anni ne ha già compiuti 77. È il debutto nazionale più tardivo della storia, specie per una delle canzoni socialmente più significative del dopoguerra.
Un "hibakusha" contro la guerra: la critica alle politiche militariste
Noto anche per la sua schiettezza, Miwa non rimane confinato all'ambito prettamente musicale, e non si è mai sottratto all'espressione di opinioni critiche anche su altri fronti sociali, in merito a questioni governative o politiche di guerra: egli ha appena dieci anni quando sopravvive apparentemente indenne al bombardamento di Nagasaki nel 1945.
L'artista non teme di definirsi pubblicamente un "hibakusha" (una persona esposta alla bomba atomica) e vive sulla propria pelle le conseguenze fisiche, psicologiche e sociali derivanti dall'atomica in Giappone. Gli sono diagnosticati numerosi sintomi e patologie riconducibili all'esposizione alle radiazioni; quando attorno all'età di quarant'anni Miwa riceve la diagnosi di bronchiolite diffusa panbronchiale, i medici gli danno una prognosi di tre mesi di vita.

Proprio in merito a quanto vissuto, l'artista si è ripetutamente opposto alla legislazione militarista del 2015 e al governo di Shinzo Abe. In un'intervista rilasciata per l'opuscolo Neppū, pubblicato dallo Studio Ghibli nel luglio 2015 in concomitanza con il 70° anniversario dal termine della Seconda Guerra Mondiale, Miwa dialoga con il giornalista Osamu Aoki a riguardo della legislazione su pace e sicurezza: "chi come il Primo Ministro Abe, Ishiba o Aso volesse la leva obbligatoria dovrebbe essere il primo, indipendentemente dall'età, a imbracciare il fucile e indossare l'elmetto per andare al fronte in prima linea, insieme a figli, nipoti, fratelli e persino il fidanzato della propria figlia, tutti come soldati semplici."
Nello stesso tempo, l'artista ha sempre sostenuto fermamente i valori spirituali e culturali propri del Giappone; egli sottolinea l'importanza di principi della cultura giapponese, estratti da cronache storiche come il Kojiki, il Nihon Shoki, il bushido e lo spirito del popolo nipponico.
La Lucertola nera di Edogawa Ranpo: ruoli che trascendono il genere
Nello stesso modo in cui Miwa ha quindi saputo criticare le ricadute legislative più estremiste del Paese, pur senza allontanarsi mai dal rispetto nei confronti dei valori più tradizionalisti, anche nella sua carriera è riuscito ad affiancare la sua presenza in vari ambiti senza snaturarsi mai.
Apprezzatissimo cabarettista, Miwa vanta anche un amore di lungo corso con il teatro e presenze cinematografiche notevoli, caratterizzate da un filone comune: si tratta perlopiù di ruoli complessi, sfaccettati e anticonvenzionali, e proprio per questo accendono in lui un profondo interesse nell'infondere loro vita sul palco.
È lui a interpretare il protagonista e comporre anche il tema musicale della Lucertola nera (Kurotokage) di Kinji Fukasaku (Battle Royale) del 1968. Il film è tratto dall'adattamento teatrale che Yukio Mishima aveva fatto dell'omonimo romanzo di Edogawa Ranpo: in una storia dal sapore tragico e decadente, la lucertola è una ladra iconica e ammaliante.
Lucertola nera (Kurotokage)
Shūji Terayama scrive per lui Kegawa no Marie nel 1967, dove il protagonista Marie è il più bello e lussurioso dei prostituti maschili del Giappone.
Per Mishima, Miwa realizza un sogno rimasto incompiuto dell'autore lungamente scomparso: nel 1996 egli porta in scena la raccolta di testi moderni del teatro No Aoi no Ue / Sotoba Komachi, all'interno dei quali un'anziana quasi centenaria muta in una ringiovanita bellezza adolescente.
Nel 2007 è sempre lui la principessa ispirata a Sissi nella pièce L'aigle à deux têtes (L'aquila a due teste) di Jean Cocteau, che giunge dopo i ruoli di Violetta nella Traviata, Mata Hari, Edith Piaf in Ai no Sanka: sono tutte donne forti, libere e intense, che vivono drammaticamente al di fuori delle convenzioni.
In qualità di attore teatrale, Miwa ha quindi potuto lavorare con i più grandi autori della sua generazione, i quali di norma gli hanno scritto o affidato ruoli confezionati su misura.

A teatro, Miwa porta avanti a cadenza mensile anche lo spettacolo Akihiro Miwa no Sekai (Il mondo di Akihiro Miwa) presso lo Shibuya Jean-Jean dagli anni '70 fino agli anni 2000.
Anche la sua presenza nei programmi televisivi è costante: lo show Ōra no izumi di cui è co-conduttore fa il suo debutto nel 2005 in tardo orario notturno, ma la popolarità che incontra presso gli spettatori è tale da guadagnarsi uno slot nel prime time.
All'interno invece del varietà Ariehen∞Sekai (Mondo incredibile) di TV Tokyo, di cui Miwa è co-autore e presenza fissa come co-conduttore unitamente ai membri dei Kanjani∞/Super Eight, l'artista riceve l'affettuoso vezzeggiativo di "Miwa-chama": è un talk show che racconta di stranezze e fatti bizzarri, differenze generazionali, peculiarità di usi e costumi culturali. Uno spazio in cui Miwa abita confortevolmente, con un'atmosfera più disimpegnata, informale, piacevolmente umana.
A distanza di alcuni mesi dalla sua scomparsa, il 18 agosto 2026 proprio il programma Ariehen∞Sekai gli dedica l'affettuoso episodio speciale Ariehen∞Sekai: 16-nenkan arigatō... tsuitō Ariehen Miwa Akihiro SP, interamente incentrato sulla sua figura.
Ariehen∞Sekai: 16-nenkan arigatō... tsuitō Ariehen Miwa Akihiro SP
🌏今夜6時25分🌏
— テレ東 (@TVTOKYO_PR) August 18, 2026
「ありえへん∞世界」
16年間ありがとう…
追悼・ありえへん美輪明宏SP
テレ東に眠る!
美輪明宏の貴重映像で波瀾万丈の人生を紐解く。
「ヨイトマケの唄」「ビートたけしと歌う花」「もののけ姫アフレコ」超貴重映像。#ありえへん世界
村上信五、丸山隆平、安田章大
宮崎哲弥 pic.twitter.com/VxxQF9FyAT
Abitare la contraddizione: dal coming out negli anni '60 alla nomina come Cittadino Onorario di Tokyo
Oltre che maestro del travestitismo teatrale di altissimo livello, Miwa è anche pioniere individuale della visibilità omosessuale in Giappone, in qualità di primo personaggio del mondo dello spettacolo nipponico a dichiarare pubblicamente di amare persone del suo stesso sesso.
Tutto, della sua figura, porterebbe a categorizzarlo come un artista eccentrico, "tollerabile" proprio in quanto tale e unicamente all'interno di tale spazio; Miwa, tuttavia, non è semplicemente un travestito, né tantomeno una drag queen, come con eccessiva leggerezza dagli Stati Uniti viene descritto, con un termine che riferito a lui appare straniante.

In una società estremamente giudicante come quella giapponese, in cui l'abbigliamento e l'apparenza costituiscono una parte fondante della dimensione della persona, Miwa è un artista che sceglie consapevolmente di indossare tacchi e abiti femminili, di curare pertanto un aspetto che lo renda immediatamente riconoscibile.
Il suo diviene così un profilo professionale che negli anni acquisisce una crescente autorevolezza pubblica.
La mera tolleranza che gli viene riconosciuta si tramuta lentamente un'accettazione sociale progressiva: non sembrano essere abiti indossati per rivendicare la propria identità, quanto piuttosto per ribadire quasi strategicamente che egli non si costruisce un personaggio per esibirlo con ostentazione in uno spettacolo. Miwa non interpreta sé stesso, bensì semplicemente lo è.
Quella di Miwa non appare quindi una performance che si estende dal palco alla vita privata, ma piuttosto un'identità complessa, che si manifesta come tale in ogni sua dimensione pubblica e privata.

I suoi passi nell'ambito del mondo queer propriamente detto rispecchiano la sua peculiare visione delle cose: Miwa detesta fortemente il termine spregiativo 'okama', ovvero omosessuale in senso denigratorio, come etichetta fin troppo semplicistica per identità non normative.
Egli sceglie di esporsi pubblicamente a riguardo della propria omosessualità dopo aver assistito alle innumerevoli morti di cari amici che preferiscono il suicidio a una vita di menzogne o di vergogna; ciò accade in un tempo in cui dichiararsi tali implica automaticamente il licenziamento dal lavoro e l'aperta condanna non solo dalla società, ma anche dai propri familiari.
Nel momento in cui Miwa si dichiara, negli anni '60, quasi nessun cantante a livello mondiale aveva mai fatto coming out; Miwa confida di poter quantomeno aprire una strada per gli altri, incoraggiare così persone come lui a uscire allo scoperto, pretendere di poter vivere con la dignità che si merita.
Il rifiuto sociale è tuttavia durissimo in quel periodo e le critiche fanno crollare del tutto la sua popolarità, almeno fino alla nascita di "Yoitomake no Uta": non casualmente, una canzone sulla dignità di coloro che vengono guardati con disprezzo sociale. Una melodia vicina alla gente e altrettanto mal vista dalle istituzioni.

Quando, nel 2017, un liceale gay gli chiede consiglio sul dichiararsi omosessuale o meno, Miwa ribalta la domanda del ragazzo: "perché solo gli omosessuali devono sentirsi obbligati a fare coming out?"
Al Giappone servono interi decenni per avviare un cambiamento sociale in verità non ancora compiuto, e anche la 'riammissione pubblica' di Akihiro Miwa si ha ufficialmente solo in due tempi, piuttosto recenti: dapprima vi è il debutto al Kōhaku nel dicembre 2012, il segnale che l'industria mainstream smette di trattarlo come un 'caso scomodo' e inizia a celebrarlo come un vero e proprio patrimonio culturale vivente.
Il secondo punto di svolta simbolico, a livello personale, è la nomina come "Cittadino Onorario di Tokyo" nell'autunno 2018: ciò avviene proprio per il percorso di vita di Miwa, capace di andare oltre il genere in molteplici ambiti nel Giappone a partire dal dopoguerra. Sentendosi qualcuno che ha saputo solo "fare ribellione", Miwa inizialmente rifiuta, accettando infine quando viene informato che la decisione presa è stata a consenso unanime.
A riprova della solidità della sua figura, poco tempo dopo la sua scomparsa, il 5 luglio 2026 l'emittente nazionale NHK dapprima dedica un programma tributo a lui e alla portata delle sue opere, quindi manda in onda anche la pellicola Kurotokage.
Il programma commemorativo Miwa Akihiro ai to inori no uta (Akihiro Miwa: Canzoni d'amore e di preghiera) si concentra sui suoi lavori come cantante, mostrando trasmissioni d'archivio e includendo anche una conversazione con un altro mito e pilastro della televisione giapponese: si tratta della novantatreenne attrice, presentatrice e personaggio pubblico Tetsuko Kuroyanagi.
Kuroyanagi è stata una cara amica e confidente di Miwa, e i due hanno coltivato una solida amicizia durata oltre settant'anni.

Ciò che il maestro Hayao Miyazaki ha voluto infondere nelle figure di Moro e della Strega delle Lande va pertanto ben al di là di una semplice voce affidata a un doppiatore; si tratta di personaggi che incarnano una moltitudine di aspetti difficilmente esplicitabile, a maggior ragione per tutti gli appassionati al di fuori del Giappone che non hanno mai avuto modo di ricondurli e sovrapporli alla figura di Akihiro Miwa.
In Principessa Mononoke, Moro sa essere al contempo una figura stoica, una presenza divina, una madre amorevole, una creatura dotata di profonda intelligenza e non solo; allo stesso modo si è così dipanata anche la lunga vita di Akihiro Miwa.
Dalle sfaccettature alle contraddizioni che egli ha vissuto, dall'autorevolezza che lo ha contraddistinto anche nei momenti più tesi, alla voce che ha diffuso con coraggio in ogni ambito. Per un'esistenza davvero priva di confini.
Nota
I copyright delle immagini riportate appartengono a Office Miwa / Shochiku (per Kurotokage) / NHK e TV Asahi (per Tetsuko no heya) / TV Tokyo e Starto Entertainment (per Ariehen∞Sekai) / Studio Ghibli (per Principessa Mononoke, Il Castello Errante di Howl e Si alza il vento)
Parte da una notizia non piacevole, la sua scomparsa, ma leggendola ho scoperto tante cose su Akihiro Miwa, che ammetto conoscevo solo superficialmente.
Ringrazio @zettailara per l’impegno che ha messo in questa notizia e per il rispetto con cui ha trattato questo sorprendente artista.
Essere se stesso in quel periodo storico è già di per se un grandissimo merito.
Particolare l'amicizia con Mishima, viste le vedute politiche diametralmente opposte
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