Nuovo appuntamento con la rubrica dedicata alle recensioni su anime e manga, realizzate degli utenti di AnimeClick.it.
Se volete farne parte anche voi... rimboccatevi le maniche e recensite!

Ricordiamo che questa rubrica non vuole essere un modo per giudicare in maniera perentoria i titoli in esame, ma un semplice contesto in cui proporre delle analisi che forniscano, indipendentemente dal loro voto finale, spunti interessanti per la nascita di discussioni, si auspica, costruttive per l'utenza.

Per saperne di più continuate a leggere.

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Prodotto nel 2018, “Violet Evergarden” è probabilmente uno dei migliori anime drammatici a “raggio breve” (solo una season di tredici episodi) mai scritti.

Ambientato in un mondo molto simile al nostro, in un periodo storico che ricorda fortemente la triste, arida e barcollante pausa fra le due Grandi Guerre, questa è la straziante storia di Violet, un’orfana che fin da piccola è stata addestrata a combattere, utilizzata e sfruttata come un oggetto bellico, privata della propria sacrosanta infanzia (elemento inevitabilmente spietato già visto in altre storie, ma che rimembra gli orrori di guerre ben più recenti e ben più realistiche, da cui abbiamo appreso come migliaia di bambini, per anni, hanno imparato - e imparano tuttora - ad utilizzare armi da fuoco e uccidere persone che non conoscono, in nome di ideali che non sono i loro, abbagliati da tante parole di mostri sotto forma di esseri umani capaci di plagiarli e deviarli in modo irrimediabile).
Il messaggio è piuttosto chiaro. Chiaramente in “Violet Evergarden” tutto ciò assume un tono meno realistico e più romanzato, ma il concetto di base rimane quello.
Un incipit terribile, ben più reale di quel che si pensi, messo così. Violet è giovanissima, non conosce le piccole gioie della vita, non le ha mai conosciute e chi l’ha addestrata non si è mai preoccupato di fargliele conoscere, fino a quando non incontra un ufficiale dell’esercito che la prende sotto la sua ala, e che cambierà le cose per sempre.
Con tali premesse, l’anime decolla tuttavia con uno scenario postumo ai fatti fin qui raccontati, un nuovo punto di partenza da cui Violet tornerà a “vivere” per comprendere pian piano sé stessa e, cosa più importante, familiarizzare con tanti sentimenti che o non riesce a decifrare o non conosce affatto: tutto questo, quando inizierà ad andare a lavorare presso un’azienda di scrittura e consegna lettere, decisa a diventare una scrittrice di lettere per conto di persone che non sanno, non possono o per vari motivi non desiderano scriverle in prima persona.

Siamo di fronte ad un lavoro tecnicamente ineccepibile. Bisogna essere onesti: raramente ho visto un comparto grafico così curato in un anime seriale di tredici episodi. Kyoto Animation fa “più sul serio” delle altre volte, e questa produzione distribuita direttamente da Netflix sancisce ciò che è un vero e proprio capolavoro visivo: fondali e paesaggi appaiono curatissimi, le luci e le ombre sono dosate sapientemente e le animazioni dei personaggi sono sempre sopra la media. Ciò che più colpisce sono i colori nella loro brillantezza: in una cornice fra lo steampunk vittoriano e l’inizio di un ipotetico 1900, dove la meccanica pare avanzatissima rispetto ai nostri tempi, immagini evocative, colori pastellati, luci acquose e lacrime a fiumi si intrecciano in una storia che va dritta al cuore.

“Violet Evergarden” non è affatto originale, non stupisce per contenuti innovativi né vuole farlo; semplicemente non ne ha bisogno. Parla tramite vecchi temi, mette sentimenti confusi, nudi e crudi sul vassoio d’argento lucido e scintillante di quelle case post-vittoriane che si possono ammirare durante gli episodi, e li sviscera, li prende uno ad uno e li pone di fronte allo spettatore che, presto o tardi, ci si immedesima inevitabilmente.
Tramite le sofferenze, le gioie, le paure, i sentimenti contrastanti, le emozioni e tutto lo spettro emotivo dei personaggi con cui interagisce, la signorina Violet Evergarden comprende cosa significhi vivere, vivere davvero, vivere libera. Affronta le emozioni e gli imprevisti della vita come una bambina alla sua prima camminata, e le lettere che scriverà per conto dei suoi clienti saranno veri e propri insegnamenti “a doppio taglio”, capaci di aprire vecchie ferite nella sua anima, ferite tuttavia necessarie per capire e accettare il proprio posto nel mondo, e infine rinascere come una fenice color acquamarina, lo stesso splendido, liquido colore della gemma che porta sempre con sé e che ai fini della storia ha un significato importantissimo.

In questa fragile, romantica e struggente trama di sentimenti, si dipana una colonna sonora divina, pezzi orchestrati che arricchiscono le scene e donano atmosfere uniche che difficilmente si scorderanno.

E’ un prodotto super-consigliato a chi ama i drammi e le storie strappalacrime; talvolta eccede forse in drammaticità quasi telefonata, ma che, nonostante non sia sempre spiazzante, tocca inevitabilmente il cuore. Il climax lo raggiunge nella seconda metà della storia (l’episodio 10 è veramente straziante, ma al tempo stesso dolcissimo, e, se ce ne fosse bisogno, ci ricorda quanto sono importanti le persone e i familiari che abbiamo vicino tutti i giorni, mentre gli ultimi tre sono poesia visiva pura).
Opening ed ending accattivanti, animazioni sublimi, cura nelle espressioni, nei movimenti del corpo, comunicazione eccellente: preparate i fazzoletti, perché anche il più duro dei cuori difficilmente non si lascerà andare, scoprendo l’amara, travagliata, ma splendida storia di Violet Evergarden.

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“Gunslinger Girl” è un anime di tredici episodi realizzato nel 2003 dallo studio Madhouse. La serie è tratta dal manga omonimo scritto e disegnato da Yu Aida ed è diretto da Morio Asaka (già regista di “Card Captor Sakura” e “Chobits”).

L’opera è ambientata in un’Italia alternativa in cui opera una misteriosa organizzazione denominata “Ente per il benessere sociale”. Attraverso l’uso di tecnologie avanzate, tale organizzazione recupera bambine disabili o menomate, sostituisce parti del loro corpo con equivalenti bioniche e le sottopone ad una sorta di lavaggio del cervello detto “condizionamento”. In questo modo le bambine, ciascuna accompagnata da un “fratello” che farà loro da istruttore, verranno usate per combattere il crimine come vere e proprie macchine da guerra.

La prima impressione che “Gunslinger Girl” genera nello spettatore è sicuramente quella di assoluta desolazione e tristezza. L’anime, ben lontano dal voler intrattenere il suo pubblico con una trama lineare costellata di scene d’azione adrenaliniche, cerca piuttosto di innescare una riflessione sul contrasto che vi è tra l’innocenza delle giovani adolescenti e la brutalità delle armi da fuoco che sono costrette ad utilizzare. L’impostazione della serie è quindi quella di uno slice of life, uno spaccato di vita quotidiana in cui le bambine alternano normalissime merende con tè, biscotti e peluche ad esercitazioni con pistole e fucili e ad inseguimenti e confronti con i criminali della mafia o delle organizzazioni indipendentiste. L’anime riesce appieno nell’intento di creare uno scenario desolato e angosciante, in cui il flebile barlume di speranza rappresentato dalle bambine e dal desiderio di una vita normale viene più volte spento dalla tragica rassegnazione a un destino deciso da tempo.

È in questo contesto che emerge che le marionette utilizzate dall’organizzazione, così come il rapporto con i rispettivi “fratelli”, non sono tutti uguali fra loro: c’è chi guarda ancora con dolcezza al proprio partner e tenta di costruire una relazione normale, nonostante sia consapevole della propria sorte; c’è chi tratta la marionetta come mero strumento e non si accorge dei suoi sentimenti, che potrebbero essere reali o solo il prodotto più estremo del condizionamento; c’è chi ha rifiutato ogni sorta di comunicazione amorevole per pietà, o forse paura, nei confronti di una creatura tanto fragile e inesorabilmente condannata. Tutti i personaggi, quindi, sono magnificamente caratterizzati e rappresentano sicuramente uno dei punti forti della serie.

L’atmosfera di sconforto e rassegnazione è perfettamente veicolata anche dall’eccelso comparto tecnico: i colori sono spenti e tendono essenzialmente alle tonalità del marrone, grigio o giallo pallido; le musiche, ricche di OST originali e rifacimenti di pezzi classici, creano effetti sorprendenti nelle scene più incisive; la regia di Morio Asaka alterna lunghe fasi di silenzio e riflessione a scene d’azione trucide ma mai troppo spettacolari. Anche gli sfondi ritraggono l’eterna ma placida bellezza della nostra amata penisola, peccato per alcuni dettagli a volte grossolani (ad esempio le sculture a Firenze). I disegni, al contrario, sono sempre curati e dettagliati (anche se a volte gli occhi sono un po’ troppo distanziati), mentre le animazioni molto fluide. Altro punto di forza è rappresentato dalle due sigle: da un lato la struggente ending “Dopo il sogno” cantata in italiano da Opus, dall’altro la quasi trascendentale opening eseguita dai Delgados.

In conclusione, “Gunslinger Girl” è un’opera dei primi anni 2000 che vale la pena riscoprire, un prodotto privo di ogni sensazionalismo che mira a scuotere l’animo dello spettatore con temi sempre attuali e atmosfere tristi e desolate che non scadono mai nell’eccessiva tragicità. Voto: 9.

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Il manga “All you need is kill” è un adattamento a fumetti del romanzo omonimo scritto da Hiroshi Sakurazaka. La sceneggiatura della versione manga è di Ryousuke Takeuchi, mentre i disegni sono del bravissimo Takeshi Obata, disegnatore noto per aver lavorato su “Hikaru no Go”, “Death Note” e “Bakuman”, tra le altre cose.

È la storia di una guerra ambientata in un futuro prossimo nel quale la Terra è stata attaccata da una spietata e letale razza aliena. L’umanità ha iniziato una lunga e logorante guerra contro gli invasori ma la vittoria appare ancora lontana. Il protagonista è una recluta giapponese dell’UDF (United Defense Force), il nuovo esercito mondiale creato per fronteggiare gli alieni. Keiji Kiriya, questo il suo nome, è un soldato privo di esperienza sul campo. Nel giorno della sua prima vera battaglia contro i Mimic, il soldato muore. Per fortuna, o forse no, il ragazzo si risveglia nella sua branda il giorno prima della sua morte. Per qualche motivo è tornato in vita e può ricombattere la battaglia in cui è stato ucciso. Due volte, tre volte, quattro volte, cinquanta volte, cento volte. Keiji a ogni ripetizione conserva i ricordi e l’esperienza acquista nelle battaglie precedenti. Per questo decide di lottare e uccidere tutti i suoi nemici, fino a che non avrà abbastanza esperienza per sopravvivere a tutti gli attacchi degli avversari e capire come uscire dal loop temporale in cui stranamente è intrappolato.

Nel manga la storia è raccontata in modo fedele a quella del libro, anche se leggermente velocizzata in alcune parti, ma ciò non è affatto un difetto. Poi, anche grazie al supporto delle immagini, nel manga non ci sono tutte le descrizioni di personaggi, ambienti e situazioni, perché il lettore può vederle da sé, e ciò alleggerisce di molto la lettura.

I disegni di Takeshi Obata sono molto diversi da quelli di Yoshitoshi Abe, l’illustratore che ha lavorato ai disegni del romanzo originale. Non posso proprio dire quale dei due stili sia il migliore, ma nel caso specifico di questo manga, ho trovato i disegni di Obata molto gradevoli, ben realizzati e adatti al tipo di storia raccontata. Le scene di guerra e battaglia sono spettacolari pur con la loro caoticità, e il design delle armature dei soldati, che nel libro era appena accennato, molto bello visivamente e d’effetto. Un'altra particolarità del manga rispetto al libro è che è stato mostrato l’aspetto dei Mimic, i nemici alieni dell’umanità. Mentre nel libro il disegnatore Abe non aveva mai realizzato una loro illustrazione, con suo piccolo rammarico, qui per forza di cose, Obata li ha disegnati più e più volte.

Come il libro sul quale è basato, “All you need is kill” è un bel fumetto, perciò se vi piacciono le storie di guerra, fantascienza e viaggi temporali con casini e misteri annessi, “All you need is kill” è sicuramente una lettura da tenere in considerazione. Se avete già letto il romanzo, potrete gustarvi la storia con l’aiuto delle immagini, se invece per qualche motivo non avete la possibilità di leggere la versione originale, o magari vi manca solo la voglia, la versione manga è una validissima alternativa. In ogni caso, vale davvero la pena leggerlo.