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6.5/10
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"Il problema delle aspettative non è che vengono puntualmente disilluse, ma che vengono puntualmente create" (Fabrizio Caramagna)

Mamoru Hosoda non si smentisce e con "Scarlet" prova a riproporre una lettura creativa e metaforica dell'Amleto di Shakespeare per proseguire il suo percorso artistico sempre volto all'esplorazione della identità, della memoria, degli affetti più stretti e dei rapporti tra individui all'interno di una comunità con quel mix di fantasy, viaggi nel tempo e trovate anche geniali per raccontare in modo molto originale una storia in modo poetico e introspettivo.
Del famoso regista mi mancano le opere più recenti come "Belle", "Mirai" e "The boy and the beast", mentre ho visto "Wolf Children", "Summer wars" e "La ragazza che saltava nel tempo".
Rispetto a quelle viste, l'impressione che mi ha suscitato Scarlet è quella di un film dai toni più cupi, latamente introspettivi e forse anche ambigui: un film in cui la ricerca della verità da intendersi come ricerca di se stessi è un po' un labirinto fantastico in cui la vendetta non è altro che uno stratagemma per arrivare a comprendersi e a intuire ciò che realmente si vuole essere.

Dell'Amleto di Shakespeare, Hosoda ne fa una riscrittura contemporanea cui conferisce un imprinting che sembra anche il suo c.d. marchio di fabbrica che "derubrica" la tragedia shakesperiana in un percorso di redenzione e riconciliazione.
L'Amleto/Scarlet intraprende un viaggio onirico in cui la vendetta sfuma da obiettivo ad una sorta di scelta che inizialmente sembra inevitabile ad una specie di tentazione dalla quale rifuggire man mano che la protagonista matura una propria crescita emotiva in cui la figura del padre, ucciso dallo zio che ne usurpa il trono, da idealizzata diventa poi sempre più sfumata fino a trasformarsi in una specie di quesito in cui Scarlett arriva a dubitarne il senso di quanto si è costruita in sovrastrutture che probabilmente per primo il padre le avrebbe negate.
E in ciò Hosoda riprende la classica tensione e sfasatura tra la memoria e la realtà dei drammi shakesperiani ma trasforma l'odio in qualcosa di positivo, in una possibilità di cambiamento e miglioramento: non distruggere ma costruire.

Tutto bello, per carità, in linea di principio e coerente con la weltanschauung del regista già sperimentata nelle sue opere meno recenti che ho avuto modo di visionare.
Tuttavia, "Scarlet" mi è sembrata un'opera ambiziosa, discontinua dal punto di vista narrativo, con qualche lampo di buon cinema.
Hosoda ha spinto molto sulla metafora delle immagini e abbandona la struttura piuttosto lineare di opere come "Wolf Children" o "La ragazza che saltava nel tempo" per virare su una rappresentazione frammentata, psicologica e anche più cupa. Sotto le mentite spoglie di una specie di fiaba a lieto fine, Hosoda prova a offrire un'opera in apparenza (e non solo...) più complessa e stratificata.

Personalmente non sono riuscito ad apprezzarla appieno, soprattutto per la scelta di ambientare gran parte della trama in un contesto metafisico ("metaversico") in cui la sceneggiatura si carica di simboli, flashback, sottotesti che fanno chiaramente intuire che non vanno letti nell'ottica di un fantasy puro ma che poi fanno oscillare il film tra il genere thriller e quello del dramma psicologico ma senza compiere una scelta definitiva, con un mistero che si dilata (ma non si spiega), una protagonista tutto sommato intensa ma poco sfaccettata che subisce un'evoluzione fin troppo banale in cui il conflitto interiore tra vendetta e perdono perde di mordente man mano che il film procede verso la sua conclusione fin troppo prevedibile.

Sicuramente il film gioca ampiamente con momenti di particolare suggestione che tocca a mio avviso il suo apice con la scena del balletto. Non voglio spoilerare nulla ma quello che potrebbe sembrare prima facie una sequenza senza senso e poco omogenea con ciò che precede e poi segue nel film, potrebbe essere invece visto come una scelta di linguaggio "emotivo", una opzione audace e spiazzante in cui la protagonista "subisce" una evoluzione e in cui il film per un momento smette di narrare e mostra il talento di Hosoda nell'utilizzare il movimento del balletto in un crescendo di armonia in cui Scarlet sembra evolvere da cupa e iraconda ad una persona che inizia ad aprirsi agli altri e ai sentimenti positivi che Hijiri (il medico giapponese contemporaneo) cerca di trasmetterle fin dal primo incontro nel limbo in cui entrambi si ritrovano a vivere nel loro comune percorso verso l'aldilà.

In "Scarlet" mi pare altresì di ritrovare un altro classico punto di forza di Hosoda: la considerazione piuttosto disincantata e pessimistica della realtà, anche quella rarefatta del mondo di corte del regno di Danimarca, in cui il male prevale ma anche in cui alcuni si distinguono per la loro capacità di comprendere il dramma della protagonista e di sostenerla nel suo percorso di crescita verso l'illuminazione e nella comprensione, nell'eterna lotta tra bene e male. Una visione comunque positiva anche nel disincanto, e di una fiducia a dir poco "granitica" verso il prossimo anche nei momenti di maggior disperazione e sconforto.

La vendetta in "Scarlet" sembra diventare una tentazione "estetica", seducente. Non è rabbia cieca: è un’idea, quasi artistica e idealizzata. E proprio questa estetizzazione della vendetta
che rende il film di Hosoda un po' ambiguo e controverso: l'odio di Scarlet oscilla tra l'essere un modo per dare forma al caos interiore e una sorta di abisso che rischia di inghiottirla.
E in questo contesto, Scarlet non arriverà a perdonare nel senso morale o religioso del termine. Il suo sembra un perdono che trasforma il dolore che continua a provare, lo sublima. In altre parole non cancella la colpa, ma la trasforma in qualcosa di meno doloroso con cui convivere, trovando in pratica una via di uscita. Un modo come un altro per risolvere la sua più grande questione irrisolta: la figura idealizzata del padre.
In "Scarlet", il padre non è un personaggio, ma una "presenza" psicologica della protagonista, un’ombra e una ossessione che incombe sempre come un’immagine filtrata dalla memoria, dalla nostalgia, dal bisogno di avere un punto di riferimento fino ad assurgere quasi ad un enigma.
In questo contesto, la idealizzazione per Scarlet è divenuta una forma di autoinganno e la vendetta non è altro che un naturale corollario e scorciatoia emotiva per affrontare la complessità dell'esistenza, trasformando il dolore in un obiettivo semplice e lineare.
Scarlet, nel momento della rinuncia alla vendetta, non perdona il colpevole ma probabilmente realizza la vacuità di quanto l'ha animata fino al quel momento, per aver desiderato una soluzione di fuga da se stessa e da ciò che la circonda.

"Scarlet" ha nel comparto tecnico un'altra connotazione peculiare: la computer grafica. Visivamente è a tratti strabiliante e il world building del "mondo di mezzo" è stupefacente per colori e dettagli. Pur con qualche disomogeneità evidente, la CG nelle sequenze coreografiche è e resta un punto di forza, al pari della fluidità dei movimenti, la luce che scivola sui corpi donando una discreta tridimesionalità.

"Scarlet" si rivela pertanto come un’opera molto più complessa di quanto sembri a una prima visione, molto e forse troppo sfaccettata in cui il racconto non è rappresentato unicamente dai dialoghi e dalle immagini. E' un film piuttosto ricco ma di primo acchito in apparenza banale.
Sembra che il regista abbia voluto virare sull'autoriale più metaforico e meno sul suo stile per cui è divenuto famoso nella sua veste di narratore della purezza emotiva, più diretta e meno cerebrale.
Resta comunque un film capace di dimostrare una maturità ormai sempre più rara nel panorama dell’animazione contemporanea, a patto che lo spettatore riesca a far proprio l'approccio del regista alla narrazione quasi allegorica. E allora non si rischierà di restare delusi.