Recensione
La principessa mononoke
8.5/10
Come nel caso di “Una tomba per le lucciole”, ci vollero mesi e mesi prima che prendessi visione de “La Principessa Mononoke”, uno dei più celebri lungometraggi targato Hayao Miyazaki. Da molti considerato il vero capolavoro del sensei, questo è stato il classico caso di film preceduto dalla sua fama. Chiunque abbia un minimo di interesse per l’animazione giapponese conosce “La Principessa Mononoke” e chiunque conosca lo Studio Ghibli lo ha visto almeno una volta nella propria vita. E tutte queste persone concordano su una cosa: “Mononoke Hime” (titolo originale dell’opera) è un autentico capolavoro, l’opera maestra di Miyazaki, in cui quest’ultimo ha condensato buona parte del suo pensiero e dei suoi sforzi, ripagati poi dall’enorme successo che il film ebbe nel 1997, anno di uscita nelle sale. Nel corso dei mesi antecedenti la visione, dunque, a furia di ascoltare e leggere infiniti panegirici sulla bellezza e profondità di quest’opera, le mie aspettative salirono in maniera esponenziale, come un aereo che si stacca dalla pista ed inizia a guadagnare quota in misura sempre maggiore. Originariamente, il film non godette del mio più totale apprezzamento, anche se gli diedi un onesto 8, ma adesso che ho avuto l’opportunità di godermelo al cinema e con un nuovo doppiaggio – fresco e lontano dalla pesantezza di quello Cannasiano – il mio giudizio è cambiato in meglio.
Siamo nel Giappone medievale, in una remota terra a est, dove vivono gli ultimi rimasti del glorioso popolo Emishi. Il protagonista della storia è il principe Ashitaka. Un giorno, il suo villaggio viene attaccato dal dio-cinghiale Nago, ormai tramutatosi in demone, e si vede costretto ad ucciderlo, attirando su di sé una terribile maledizione, che gli ricopre quasi interamente il braccio e si espande sempre di più, minacciando la sua stessa vita. A questo punto, ad Ashitaka non resta che un’unica opzione, mettersi in viaggio per scoprire cosa sta succedendo di tanto grave da mutare uno spirito della foresta in demone e per cercare una cura al male che lo affligge. Avendo come unico indizio il pezzo di metallo che ha ferito a morte il dio-cinghiale, il giovane si dirige verso ovest. Dopo un lungo viaggio, raggiunge la Città del Ferro, al cui comando si trova una donna, Eboshi. Qui, scopre che gli uomini della città disboscano la foresta per procurarsi le materie prime per la produzione del metallo e, per questo motivo, vengono continuamente ostacolati dagli spiriti della foresta. Per fronteggiarli, Eboshi si è fatta costruire su misura delle armi da fuoco e, proprio con queste, ha ferito a morte Nago. Assieme agli abitanti della foresta che combattono gli uomini, c'è anche San, una giovane ragazza crescita dai lupi, che odia Eboshi con tutte le sue forze. Ashitaka cercherà in tutti i modi di fermare il conflitto fra gli spiriti della foresta e gli uomini, finendo, allo stesso tempo, per innamorarsi di San.
Gusto personale o meno, la mia onestà intellettuale mi impone una doverosa premessa: “La Principessa Mononoke” è, a tutti gli effetti, un capolavoro, in cui è evidente l’impegno artistico e umano di Miyazaki. Ancor prima che contenutisticamente, l’opera è una meraviglia di natura tecnica strabiliante. Sarà che prima era tutto diverso, più tradizionale; sarà che prima si faceva tutto a mano, senza l’ausilio della CGI; sarà che, visivamente parlando, i film Ghibli sono sempre una gioia per gli occhi ma, per me, “La Principessa Mononoke” è tecnicamente ineccepibile. Le ambientazioni, che ci raccontano di un Giappone medievale, lontano nel tempo ma non nella memoria collettiva dei giapponesi e del mondo intero, sono uniche e immergono completamente lo spettatore nella pellicola. Le animazioni sono di una fluidità e pulizia inusitate, i fondali sublimi e l’uso, oserei dire obbligato, di colori vivaci, come il verde e l’azzurro, tendono a conferire all’opera quell’aura magica riscontrabile sono negli altri lavori dello stesso Miyazaki. Raramente, fino al momento della prima visione de “La Principessa Mononoke”, mi ero trovato dinanzi ad un lavoro di questo tipo. Magari per voi la perfezione non esiste ma per me sì e questo film, tecnicamente parlando, è perfetto. Al sublime lavoro tecnico, bisogna poi aggiungere le musiche dell’ineguagliabile Joe Hisaishi. Flauto, pianoforte e violino: questi gli strumenti musicali che ricorrono con maggiore assiduità nel corso del film e contribuiscono alla sua spettacolarità. In particolar modo, la colonna sonora del film è da pelle d’oca, una melodia dolce e, al tempo stesso, profondamente malinconia.
Sul piano dei contenuti, siamo dinanzi ad una simil summa del pensiero Miyazakiano. In quest’opera, si concentrano alcuni dei temi a lui più cari. L’interesse per la mitologia giapponese, a cui il sensei dà una certa importanza, lasciando spazio ai vari esseri viventi che abitano la foresta, come i kodama, i teneri spiritelli che risiedono negli alberi. L’emancipazione femminile, che vede le donne svolgere un ruolo di primaria importanza nella Città del Ferro: far funzionare la fucina e permettere, dunque, la costruzione delle armi da fuoco. La critica spietata all’arroganza dell’uomo, il cui destino è desiderare ogni cosa stia in cielo e in terra e che, per tale ragione, pensa addirittura di potersi ergere al di sopra di una divinità. Infine, il tema più importante e sentito, l’amore per la natura e lo scontro che quest’ultima ha inevitabilmente “ingaggiato” con l’uomo. Un tema che, oggi più che mai, sentiamo vicino a noi. L’uomo viene dipinto da Miyazaki come un figlio che non riesce a prendersi cura della propria madre, colei che gli ha dato la vita e un luogo da chiamare casa, che lo ha cresciuto amorevolmente, dandogli tutto il necessario per vivere e sopravvivere. Un figlio irriconoscente, a cui non sono bastati i doni affettuosi della madre. Un figlio insaziabile che, nel tentativo di ottenere l’impossibile, ha sfidato la propria genitrice e le sue leggi, arrivando ad uno scontro inevitabile e doloroso per entrambi. Questa è la dicotomia a cui appartengono uomo e natura secondo Miyazaki. Una situazione da cui è possibile venir fuori, perché le guerre possono essere fermate, se lo si vuole davvero. O, almeno, questo è quello che credevo un tempo. Uscito dalla sala giusto qualche giorno fa, invece, il finale mi ha lasciato un sentimento diverso, che definirei come un profondo pessimismo e l’idea che la guerra raccontata nel film sia soltanto parte di un ciclo infinito, destinato a durare in eterno. “La Principessa Mononoke” ci parla chiaramente del conflitto tra uomo e natura e della loro fondamentale inconciliabilità. Un messaggio forte ed attuale, per un’opera profondamente didascalica, che meriterebbe di essere studiata a scuola.
Seppur nella sua grandiosità, però, il film presenta, a mio avviso, alcune pecche a livello narrativo. All’epoca, trovai il film a tratti confusionario e poco lineare, quasi incomprensibile. Furono diversi i passaggi intermedi che feci fatica a comprendere. Inoltre, ritenevo che alcune scelte dei personaggi non nascessero da una reale motivazione. Oggi, invece, mi sento di dissentire dal me stesso del passato, a cui evidentemente serviva una seconda visione dell’opera per comprenderla a fondo. Il film continua ad essere leggermente confusionario, soprattutto per via dei tanti nomi di divinità e clan che vengono fatti e che tendono a disorientare lo spettatore, ma a livello narrativo ha una logica tutta sua, che si regge benissimo. Per tali ragioni, dopo la seconda visione, posso dire di essermi affezionato a “La Principessa Mononoke”, anche se, ancora oggi, non rientra tra i miei Ghibli preferiti.
Occhio, però, al doppiaggio Cannarsiano, perché quello rischia di rovinarvi completamente l’esperienza. Una volta tanto, optate per il sottotitolato e godetevi "La Principessa Mononoke”. Questo è quello che scrivevo qualche anno fa. Oggi vi dico: guardatevi “La Principessa Mononoke” con il nuovo doppiaggio e sperate che Lucky Red faccia lo stesso lavoro con tutti gli altri film di Miyazaki. Noi tutti ce lo meritiamo.
Siamo nel Giappone medievale, in una remota terra a est, dove vivono gli ultimi rimasti del glorioso popolo Emishi. Il protagonista della storia è il principe Ashitaka. Un giorno, il suo villaggio viene attaccato dal dio-cinghiale Nago, ormai tramutatosi in demone, e si vede costretto ad ucciderlo, attirando su di sé una terribile maledizione, che gli ricopre quasi interamente il braccio e si espande sempre di più, minacciando la sua stessa vita. A questo punto, ad Ashitaka non resta che un’unica opzione, mettersi in viaggio per scoprire cosa sta succedendo di tanto grave da mutare uno spirito della foresta in demone e per cercare una cura al male che lo affligge. Avendo come unico indizio il pezzo di metallo che ha ferito a morte il dio-cinghiale, il giovane si dirige verso ovest. Dopo un lungo viaggio, raggiunge la Città del Ferro, al cui comando si trova una donna, Eboshi. Qui, scopre che gli uomini della città disboscano la foresta per procurarsi le materie prime per la produzione del metallo e, per questo motivo, vengono continuamente ostacolati dagli spiriti della foresta. Per fronteggiarli, Eboshi si è fatta costruire su misura delle armi da fuoco e, proprio con queste, ha ferito a morte Nago. Assieme agli abitanti della foresta che combattono gli uomini, c'è anche San, una giovane ragazza crescita dai lupi, che odia Eboshi con tutte le sue forze. Ashitaka cercherà in tutti i modi di fermare il conflitto fra gli spiriti della foresta e gli uomini, finendo, allo stesso tempo, per innamorarsi di San.
Gusto personale o meno, la mia onestà intellettuale mi impone una doverosa premessa: “La Principessa Mononoke” è, a tutti gli effetti, un capolavoro, in cui è evidente l’impegno artistico e umano di Miyazaki. Ancor prima che contenutisticamente, l’opera è una meraviglia di natura tecnica strabiliante. Sarà che prima era tutto diverso, più tradizionale; sarà che prima si faceva tutto a mano, senza l’ausilio della CGI; sarà che, visivamente parlando, i film Ghibli sono sempre una gioia per gli occhi ma, per me, “La Principessa Mononoke” è tecnicamente ineccepibile. Le ambientazioni, che ci raccontano di un Giappone medievale, lontano nel tempo ma non nella memoria collettiva dei giapponesi e del mondo intero, sono uniche e immergono completamente lo spettatore nella pellicola. Le animazioni sono di una fluidità e pulizia inusitate, i fondali sublimi e l’uso, oserei dire obbligato, di colori vivaci, come il verde e l’azzurro, tendono a conferire all’opera quell’aura magica riscontrabile sono negli altri lavori dello stesso Miyazaki. Raramente, fino al momento della prima visione de “La Principessa Mononoke”, mi ero trovato dinanzi ad un lavoro di questo tipo. Magari per voi la perfezione non esiste ma per me sì e questo film, tecnicamente parlando, è perfetto. Al sublime lavoro tecnico, bisogna poi aggiungere le musiche dell’ineguagliabile Joe Hisaishi. Flauto, pianoforte e violino: questi gli strumenti musicali che ricorrono con maggiore assiduità nel corso del film e contribuiscono alla sua spettacolarità. In particolar modo, la colonna sonora del film è da pelle d’oca, una melodia dolce e, al tempo stesso, profondamente malinconia.
Sul piano dei contenuti, siamo dinanzi ad una simil summa del pensiero Miyazakiano. In quest’opera, si concentrano alcuni dei temi a lui più cari. L’interesse per la mitologia giapponese, a cui il sensei dà una certa importanza, lasciando spazio ai vari esseri viventi che abitano la foresta, come i kodama, i teneri spiritelli che risiedono negli alberi. L’emancipazione femminile, che vede le donne svolgere un ruolo di primaria importanza nella Città del Ferro: far funzionare la fucina e permettere, dunque, la costruzione delle armi da fuoco. La critica spietata all’arroganza dell’uomo, il cui destino è desiderare ogni cosa stia in cielo e in terra e che, per tale ragione, pensa addirittura di potersi ergere al di sopra di una divinità. Infine, il tema più importante e sentito, l’amore per la natura e lo scontro che quest’ultima ha inevitabilmente “ingaggiato” con l’uomo. Un tema che, oggi più che mai, sentiamo vicino a noi. L’uomo viene dipinto da Miyazaki come un figlio che non riesce a prendersi cura della propria madre, colei che gli ha dato la vita e un luogo da chiamare casa, che lo ha cresciuto amorevolmente, dandogli tutto il necessario per vivere e sopravvivere. Un figlio irriconoscente, a cui non sono bastati i doni affettuosi della madre. Un figlio insaziabile che, nel tentativo di ottenere l’impossibile, ha sfidato la propria genitrice e le sue leggi, arrivando ad uno scontro inevitabile e doloroso per entrambi. Questa è la dicotomia a cui appartengono uomo e natura secondo Miyazaki. Una situazione da cui è possibile venir fuori, perché le guerre possono essere fermate, se lo si vuole davvero. O, almeno, questo è quello che credevo un tempo. Uscito dalla sala giusto qualche giorno fa, invece, il finale mi ha lasciato un sentimento diverso, che definirei come un profondo pessimismo e l’idea che la guerra raccontata nel film sia soltanto parte di un ciclo infinito, destinato a durare in eterno. “La Principessa Mononoke” ci parla chiaramente del conflitto tra uomo e natura e della loro fondamentale inconciliabilità. Un messaggio forte ed attuale, per un’opera profondamente didascalica, che meriterebbe di essere studiata a scuola.
Seppur nella sua grandiosità, però, il film presenta, a mio avviso, alcune pecche a livello narrativo. All’epoca, trovai il film a tratti confusionario e poco lineare, quasi incomprensibile. Furono diversi i passaggi intermedi che feci fatica a comprendere. Inoltre, ritenevo che alcune scelte dei personaggi non nascessero da una reale motivazione. Oggi, invece, mi sento di dissentire dal me stesso del passato, a cui evidentemente serviva una seconda visione dell’opera per comprenderla a fondo. Il film continua ad essere leggermente confusionario, soprattutto per via dei tanti nomi di divinità e clan che vengono fatti e che tendono a disorientare lo spettatore, ma a livello narrativo ha una logica tutta sua, che si regge benissimo. Per tali ragioni, dopo la seconda visione, posso dire di essermi affezionato a “La Principessa Mononoke”, anche se, ancora oggi, non rientra tra i miei Ghibli preferiti.
Occhio, però, al doppiaggio Cannarsiano, perché quello rischia di rovinarvi completamente l’esperienza. Una volta tanto, optate per il sottotitolato e godetevi "La Principessa Mononoke”. Questo è quello che scrivevo qualche anno fa. Oggi vi dico: guardatevi “La Principessa Mononoke” con il nuovo doppiaggio e sperate che Lucky Red faccia lo stesso lavoro con tutti gli altri film di Miyazaki. Noi tutti ce lo meritiamo.
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