Recensione
Recensione di DarkSoulRead
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“Rossana, dai, pensaci un po’ tu, che qui proprio non se ne può più”: per chi è cresciuto negli anni ’90, basteranno queste poche parole per far riaffiorare un’immediata sensazione di nostalgia. Rossana era infatti uno degli anime che più mandava in visibilio le ragazzine dell’epoca, e la storia d’amore tra Sana ed Heric (Akito Hayama nel manga) divenne presto archetipica, tenendo sulle spine un’intera generazione di giovani spettatrici.
Nonostante il successo della serie animata, la censura, dovuta in buona parte anche a un doppiaggio italiano fin troppo edulcorato, finì per smorzare alcuni dei risvolti più potenti dell’opera originale, considerata a tratti troppo scomoda per essere fruita da un pubblico infantile.
«Se ti viene voglia di piangere puoi venire da me.»
«Sempre… ancora adesso… sono quelle parole a sostenermi. Ma che cosa devo fare… se sei tu a farmi piangere?»
Sana Kurata è una bambina di undici anni che conduce una vita tutt’altro che ordinaria: è infatti un’attrice, protagonista di una popolare trasmissione televisiva chiamata il giocattolo dei bambini, ma allo stesso tempo frequenta regolarmente la scuola. Nella sua classe, però, c’è un problema: Akito Hayama, il ragazzo più temuto dagli insegnanti, che capeggia un gruppetto di bulli e ha instaurato un clima di disordine e prepotenza rendendo impossibile la normale vita scolastica. Sana decide così di affrontarlo, dando inizio a un rapporto inizialmente conflittuale che finirà per legare indissolubilmente i destini dei due ragazzi.
Sana è intraprendente, travolgente, un vero e proprio vulcano: una bambina decisamente sui generis, la cui condizione di piccola star, idolatrata dalle coetanee, non fa che accentuarne l’esuberanza. Nonostante questo, resta sempre con i piedi per terra, rivelando una grande sensibilità. Pur con l’ingenuità che la caratterizza specialmente nelle questioni amorose, si mostra sovente molto più matura di quanto ci si aspetterebbe da una bambina di undici anni. Hayama è invece taciturno, freddo, schivo, e gli unici rapporti che instaura sembrano essere dettati dal suo potere coercitivo. Dietro questa aura algida cela un passato estremamente doloroso. Sua madre è morta dandolo alla luce e la sorella non fa altro che rinfacciarglielo. Saranno proprio i suoi traumi infantili a renderlo molto più simile a Sana di quanto inizialmente si possa pensare.
Sebbene il focus dell’opera sia il rapporto tra Sana e Hayama, che monopolizza le attenzioni del lettore, il cast di comprimari, numeroso il giusto, si dimostra altrettanto riuscito. A conquistare una certa centralità è innanzitutto Rei, il manager di Sana, che lei considera inizialmente il suo ragazzo “mantenuto”. Sana l’ha letteralmente raccolto dalla strada quando era un senzatetto; oggi è un sex symbol capace di far impazzire le donne. Non passa inosservata nemmeno la madre di Sana, una scrittrice dall’indole eccentrica che porta sempre uno scoiattolo tra i capelli, trasformandolo in una sorta di bizzarro accessorio. Dietro questa stravaganza si nasconde però una madre presente e affettuosa, capace di comprendere la figlia e di sostenerla nei momenti più delicati.
Merita una menzione anche Tsuyoshi, il miglior amico di Hayama. La sua amicizia con Hakito è uno dei legami più autentici dell’opera, fatta di una complicità che nasce anche dal riconoscersi nelle ferite dell’altro. Tsuyoshi è molto più di una semplice spalla comica: è uno dei pochi davanti ai quali Hayama può davvero abbassare le proprie difese.
Se il rapporto tra i protagonisti costituisce il cuore della storia, è però la capacità della Obana di muoversi tra registri diversi a rendere Il giocattolo dei bambini un’opera così particolare. La mangaka riesce ad affrontare tematiche delicate come il suicidio, l’incesto, l’adozione, il bullismo e la depressione senza mai appesantire troppo le atmosfere, anche grazie a gag originali che ne alleggeriscono i toni. Alcuni di questi temi vengono approfonditi, altri appena accennati, ma tutti sono trattati con misura e garbo, filtrati attraverso la prospettiva dei bambini, che permette di affrontarli con una sensibilità particolare senza banalizzarli.
Anche sul piano sentimentale l’opera riesce a evitare alcune delle trappole più ricorrenti del genere. I fraintendimenti amorosi, spesso ridondanti nei manga sentimentali ad ambientazione scolastica, risultano qui generalmente ben costruiti e meno pretestuosi rispetto a quelli di molti shōjo coevi.
La Obana mostra un tratto chiaro e pulito, che eccelle soprattutto nei primi piani espressivi. Gli occhioni, tipici degli shōjo degli anni ’90, trovano qui un impiego particolarmente efficace, contribuendo a rendere immediatamente leggibili le emozioni dei personaggi e accentuandone tanto la comicità quanto i momenti più drammatici. Buono anche il character design, vivace e riconoscibile, anche se, soprattutto sul versante maschile, alcuni personaggi finiscono per somigliarsi un po’ troppo tra loro. Meno riuscite le scene d’azione, nelle quali i personaggi assumono pose statiche e piuttosto rigide.
Se il disegno convince, la gestione dei dialoghi presenta invece qualche limite. Le vignette sono spesso affollate di balloon fin troppo carichi di testo, che finiscono per spezzare il ritmo e appesantire la lettura. L’eccessiva densità dei dialoghi può abbassare la soglia d’attenzione del lettore, tanto da costringerlo, in alcuni passaggi, a tornare indietro di qualche pagina per riprendere il filo.
Il giocattolo dei bambini è un manga capace di passare dalla commedia al dramma con virate anche brusche. Miho Obana ha dichiarato di aver concepito inizialmente un finale drammatico e, in generale, un’opera dalle atmosfere decisamente più cupe. Nonostante le tematiche affrontate, infatti, Il giocattolo dei bambini mantiene per gran parte della sua durata uno spirito gioviale e scanzonato, al netto di alcuni passaggi intensi. La costruzione della parte finale sembra però preparare il terreno a qualcosa di molto diverso: l’opera pare dirigersi verso un esito decisamente più amaro di quello che poi effettivamente concede. A quanto dichiarato dall’autrice, fu l’editor a insistere affinché la storia avesse un lieto fine, e la scelta finisce per creare una certa dissonanza con quanto costruito fino a quel momento. Resta così la sensazione che, proprio quando l’opera sembrava pronta a osare davvero, abbia finito per fare un passo indietro.
Kodomo no Omocha non è un capolavoro, ma un unicum, malgrado ricalchi alcuni topos tipici del target. Un manga capace di preservare intatta la propria freschezza e le proprie peculiarità anche a distanza di trent’anni.
Al netto di una scorrevolezza non sempre a fuoco, di alcuni personaggi che assumono atteggiamenti non proprio confacenti a ragazzi delle scuole medie e di qualche forzatura che finisce per incrinare la sospensione dell’incredulità, la storia si lascia leggere con piacere. Il primo amore. Il primo reggiseno. I primi baci rubati. Ricordi ed emozioni che sanno ancora di banchi di scuola.
Nonostante il successo della serie animata, la censura, dovuta in buona parte anche a un doppiaggio italiano fin troppo edulcorato, finì per smorzare alcuni dei risvolti più potenti dell’opera originale, considerata a tratti troppo scomoda per essere fruita da un pubblico infantile.
«Se ti viene voglia di piangere puoi venire da me.»
«Sempre… ancora adesso… sono quelle parole a sostenermi. Ma che cosa devo fare… se sei tu a farmi piangere?»
Sana Kurata è una bambina di undici anni che conduce una vita tutt’altro che ordinaria: è infatti un’attrice, protagonista di una popolare trasmissione televisiva chiamata il giocattolo dei bambini, ma allo stesso tempo frequenta regolarmente la scuola. Nella sua classe, però, c’è un problema: Akito Hayama, il ragazzo più temuto dagli insegnanti, che capeggia un gruppetto di bulli e ha instaurato un clima di disordine e prepotenza rendendo impossibile la normale vita scolastica. Sana decide così di affrontarlo, dando inizio a un rapporto inizialmente conflittuale che finirà per legare indissolubilmente i destini dei due ragazzi.
Sana è intraprendente, travolgente, un vero e proprio vulcano: una bambina decisamente sui generis, la cui condizione di piccola star, idolatrata dalle coetanee, non fa che accentuarne l’esuberanza. Nonostante questo, resta sempre con i piedi per terra, rivelando una grande sensibilità. Pur con l’ingenuità che la caratterizza specialmente nelle questioni amorose, si mostra sovente molto più matura di quanto ci si aspetterebbe da una bambina di undici anni. Hayama è invece taciturno, freddo, schivo, e gli unici rapporti che instaura sembrano essere dettati dal suo potere coercitivo. Dietro questa aura algida cela un passato estremamente doloroso. Sua madre è morta dandolo alla luce e la sorella non fa altro che rinfacciarglielo. Saranno proprio i suoi traumi infantili a renderlo molto più simile a Sana di quanto inizialmente si possa pensare.
Sebbene il focus dell’opera sia il rapporto tra Sana e Hayama, che monopolizza le attenzioni del lettore, il cast di comprimari, numeroso il giusto, si dimostra altrettanto riuscito. A conquistare una certa centralità è innanzitutto Rei, il manager di Sana, che lei considera inizialmente il suo ragazzo “mantenuto”. Sana l’ha letteralmente raccolto dalla strada quando era un senzatetto; oggi è un sex symbol capace di far impazzire le donne. Non passa inosservata nemmeno la madre di Sana, una scrittrice dall’indole eccentrica che porta sempre uno scoiattolo tra i capelli, trasformandolo in una sorta di bizzarro accessorio. Dietro questa stravaganza si nasconde però una madre presente e affettuosa, capace di comprendere la figlia e di sostenerla nei momenti più delicati.
Merita una menzione anche Tsuyoshi, il miglior amico di Hayama. La sua amicizia con Hakito è uno dei legami più autentici dell’opera, fatta di una complicità che nasce anche dal riconoscersi nelle ferite dell’altro. Tsuyoshi è molto più di una semplice spalla comica: è uno dei pochi davanti ai quali Hayama può davvero abbassare le proprie difese.
Se il rapporto tra i protagonisti costituisce il cuore della storia, è però la capacità della Obana di muoversi tra registri diversi a rendere Il giocattolo dei bambini un’opera così particolare. La mangaka riesce ad affrontare tematiche delicate come il suicidio, l’incesto, l’adozione, il bullismo e la depressione senza mai appesantire troppo le atmosfere, anche grazie a gag originali che ne alleggeriscono i toni. Alcuni di questi temi vengono approfonditi, altri appena accennati, ma tutti sono trattati con misura e garbo, filtrati attraverso la prospettiva dei bambini, che permette di affrontarli con una sensibilità particolare senza banalizzarli.
Anche sul piano sentimentale l’opera riesce a evitare alcune delle trappole più ricorrenti del genere. I fraintendimenti amorosi, spesso ridondanti nei manga sentimentali ad ambientazione scolastica, risultano qui generalmente ben costruiti e meno pretestuosi rispetto a quelli di molti shōjo coevi.
La Obana mostra un tratto chiaro e pulito, che eccelle soprattutto nei primi piani espressivi. Gli occhioni, tipici degli shōjo degli anni ’90, trovano qui un impiego particolarmente efficace, contribuendo a rendere immediatamente leggibili le emozioni dei personaggi e accentuandone tanto la comicità quanto i momenti più drammatici. Buono anche il character design, vivace e riconoscibile, anche se, soprattutto sul versante maschile, alcuni personaggi finiscono per somigliarsi un po’ troppo tra loro. Meno riuscite le scene d’azione, nelle quali i personaggi assumono pose statiche e piuttosto rigide.
Se il disegno convince, la gestione dei dialoghi presenta invece qualche limite. Le vignette sono spesso affollate di balloon fin troppo carichi di testo, che finiscono per spezzare il ritmo e appesantire la lettura. L’eccessiva densità dei dialoghi può abbassare la soglia d’attenzione del lettore, tanto da costringerlo, in alcuni passaggi, a tornare indietro di qualche pagina per riprendere il filo.
Il giocattolo dei bambini è un manga capace di passare dalla commedia al dramma con virate anche brusche. Miho Obana ha dichiarato di aver concepito inizialmente un finale drammatico e, in generale, un’opera dalle atmosfere decisamente più cupe. Nonostante le tematiche affrontate, infatti, Il giocattolo dei bambini mantiene per gran parte della sua durata uno spirito gioviale e scanzonato, al netto di alcuni passaggi intensi. La costruzione della parte finale sembra però preparare il terreno a qualcosa di molto diverso: l’opera pare dirigersi verso un esito decisamente più amaro di quello che poi effettivamente concede. A quanto dichiarato dall’autrice, fu l’editor a insistere affinché la storia avesse un lieto fine, e la scelta finisce per creare una certa dissonanza con quanto costruito fino a quel momento. Resta così la sensazione che, proprio quando l’opera sembrava pronta a osare davvero, abbia finito per fare un passo indietro.
Kodomo no Omocha non è un capolavoro, ma un unicum, malgrado ricalchi alcuni topos tipici del target. Un manga capace di preservare intatta la propria freschezza e le proprie peculiarità anche a distanza di trent’anni.
Al netto di una scorrevolezza non sempre a fuoco, di alcuni personaggi che assumono atteggiamenti non proprio confacenti a ragazzi delle scuole medie e di qualche forzatura che finisce per incrinare la sospensione dell’incredulità, la storia si lascia leggere con piacere. Il primo amore. Il primo reggiseno. I primi baci rubati. Ricordi ed emozioni che sanno ancora di banchi di scuola.