Recensione
Le ali di Honneamise
9.5/10
Le ali di Honneamise è uno di quei film che sembrano raccontare una storia molto semplice: un uomo mediocre, Shirotsugh Lhadatt, viene scelto per diventare il primo essere umano a viaggiare nello spazio e, nel corso dell'impresa, trova uno scopo alla propria vita. Il grande evento verso cui tutto sembra convergere è naturalmente il lancio. Eppure, a ben vedere, il lancio non è l'inizio della trasformazione del protagonista. È il suo punto d'arrivo.
Il vero punto di svolta del film avviene molto prima, nella scena in cui Shirotsugh tenta di aggredire sessualmente Riquinni.
È una scena che ancora oggi mette profondamente a disagio, e proprio per questo è stata spesso giudicata gratuita, incoerente con il tono del film o semplicemente sbagliata. Non è difficile capire perché: arriva quasi senza preavviso, spezza l'immagine che ci siamo costruiti del protagonista e sembra appartenere a un altro film. Ma forse è proprio questa sensazione di essere "nel posto sbagliato" a renderla narrativamente significativa.
La scena è infatti una sorta di uncanny valley narrativa. Per tutta la prima parte del film siamo portati ad aspettarci che il grande evento trasformativo avverrà alla fine: Shirotsugh dovrà affrontare la paura, compiere il lancio e diventare finalmente l'eroe che ancora non è. Il film, però, sposta il climax interiore a metà del racconto. Quando ci aspettiamo la nascita dell'eroe, assistiamo invece alla sua distruzione.
Fino a quel momento Shirotsugh può ancora considerarsi, tutto sommato, una brava persona: mediocre, vanitoso, frustrato, immaturo, ma non fondamentalmente cattivo. L'aggressione distrugge questa immagine. Per un istante egli scopre di essere capace di qualcosa che non può più attribuire alle circostanze, alla guerra, al sistema militare o agli altri. La violenza nasce da lui.
È questa, in senso narratologico, la sua "esperienza di morte": non muore fisicamente, ma muore l'immagine che aveva di sé stesso.
Da quel momento il suo arco cambia natura. Non si tratta più semplicemente di trasformare un ragazzo mediocre in un eroe. Si tratta di capire che cosa può fare un uomo dopo aver scoperto di essere capace anche del peggio.
È significativo che proprio nella fase successiva Shirotsugh cominci ad avvicinarsi maggiormente alla dimensione religiosa di Riquinni e al suo libro sacro. Il libro non rappresenta soltanto un elemento del loro rapporto: può essere letto come il tentativo di Shirotsugh di trovare un nuovo sistema attraverso cui comprendere sé stesso e il mondo. Alcune letture del film hanno infatti sottolineato il legame tra l'avvicinamento di Shirotsugh alla religione e la sua trasformazione personale.
Non è quindi casuale che la religione diventi più importante proprio dopo la sua caduta. Prima Shirotsugh guardava Riquinni dall'esterno, idealizzandola e desiderandola. Dopo la scena, deve confrontarsi con la distanza tra ciò che vorrebbe essere e ciò che è realmente.
E qui il film evita una soluzione facile. Shirotsugh non diventa improvvisamente un uomo puro. Non cancella ciò che è successo. Non viene "purificato" dal fatto di avere poi compiuto un'impresa eroica. Rimane un uomo capace di contraddizioni.
È proprio questo a rendere il suo gesto finale più interessante.
Il lancio non dimostra che Shirotsugh sia diventato un eroe perfetto. Dimostra che, pur conoscendo ormai le proprie debolezze, può scegliere quale uomo essere.
In questo senso il film propone una concezione dell'eroismo molto diversa da quella tradizionale. L'eroe non è colui che non possiede debolezze; è colui che, avendole riconosciute, decide comunque di agire diversamente da esse.
E questo principio non riguarda soltanto Shirotsugh. È anche il tema dell'intero film. La società di Honneamise vuole raggiungere le stelle, ma è contemporaneamente dominata dalla guerra, dal militarismo, dall'ambizione politica e dalla violenza. L'umanità vuole elevarsi senza avere prima risolto le proprie contraddizioni.
Il razzo diventa così una metafora perfetta: l'uomo può andare verso l'alto senza essere diventato migliore.
Shirotsugh può raggiungere lo spazio senza essere diventato un uomo senza macchia.
Anzi, il significato del viaggio sta proprio nel fatto che non è necessario essere perfetti per scegliere di elevarsi.
Per questo la scena dell'aggressione, per quanto difficile da accettare, può essere considerata la cerniera dell'intero film. Non è semplicemente una parentesi oscura nell'arco del protagonista. È il momento in cui quell'arco cambia direzione.
Prima della scena Shirotsugh cerca qualcosa fuori da sé: il riconoscimento, Riquinni, il prestigio della missione, un senso alla propria esistenza.
Dopo la scena è costretto a guardare dentro di sé.
E solo quando ha fatto questo può finalmente guardare verso l'esterno, verso la Terra e verso lo spazio.
Perciò il momento più importante di Le ali di Honneamise non è necessariamente il lancio.
Il lancio è ciò che vediamo.
La vera trasformazione è già avvenuta.
Il razzo non porta Shirotsugh verso la sua trasformazione: porta nello spazio l'uomo che è rimasto dopo che la sua vecchia identità è morta.
Ed è forse proprio per questo che quella scena ci disturba così tanto: inconsciamente percepiamo che è il vero cuore della storia, ma la nostra idea di come dovrebbe funzionare una storia ci dice che quel cuore si trova nel posto sbagliato.
Il film ci promette un eroe e, a metà strada, ce lo toglie.
Poi, alla fine, ce ne restituisce uno diverso, uno migliore.
Non migliore perché ormai puro, migliore perché ormai consapevole di non esserlo.
Il vero punto di svolta del film avviene molto prima, nella scena in cui Shirotsugh tenta di aggredire sessualmente Riquinni.
È una scena che ancora oggi mette profondamente a disagio, e proprio per questo è stata spesso giudicata gratuita, incoerente con il tono del film o semplicemente sbagliata. Non è difficile capire perché: arriva quasi senza preavviso, spezza l'immagine che ci siamo costruiti del protagonista e sembra appartenere a un altro film. Ma forse è proprio questa sensazione di essere "nel posto sbagliato" a renderla narrativamente significativa.
La scena è infatti una sorta di uncanny valley narrativa. Per tutta la prima parte del film siamo portati ad aspettarci che il grande evento trasformativo avverrà alla fine: Shirotsugh dovrà affrontare la paura, compiere il lancio e diventare finalmente l'eroe che ancora non è. Il film, però, sposta il climax interiore a metà del racconto. Quando ci aspettiamo la nascita dell'eroe, assistiamo invece alla sua distruzione.
Fino a quel momento Shirotsugh può ancora considerarsi, tutto sommato, una brava persona: mediocre, vanitoso, frustrato, immaturo, ma non fondamentalmente cattivo. L'aggressione distrugge questa immagine. Per un istante egli scopre di essere capace di qualcosa che non può più attribuire alle circostanze, alla guerra, al sistema militare o agli altri. La violenza nasce da lui.
È questa, in senso narratologico, la sua "esperienza di morte": non muore fisicamente, ma muore l'immagine che aveva di sé stesso.
Da quel momento il suo arco cambia natura. Non si tratta più semplicemente di trasformare un ragazzo mediocre in un eroe. Si tratta di capire che cosa può fare un uomo dopo aver scoperto di essere capace anche del peggio.
È significativo che proprio nella fase successiva Shirotsugh cominci ad avvicinarsi maggiormente alla dimensione religiosa di Riquinni e al suo libro sacro. Il libro non rappresenta soltanto un elemento del loro rapporto: può essere letto come il tentativo di Shirotsugh di trovare un nuovo sistema attraverso cui comprendere sé stesso e il mondo. Alcune letture del film hanno infatti sottolineato il legame tra l'avvicinamento di Shirotsugh alla religione e la sua trasformazione personale.
Non è quindi casuale che la religione diventi più importante proprio dopo la sua caduta. Prima Shirotsugh guardava Riquinni dall'esterno, idealizzandola e desiderandola. Dopo la scena, deve confrontarsi con la distanza tra ciò che vorrebbe essere e ciò che è realmente.
E qui il film evita una soluzione facile. Shirotsugh non diventa improvvisamente un uomo puro. Non cancella ciò che è successo. Non viene "purificato" dal fatto di avere poi compiuto un'impresa eroica. Rimane un uomo capace di contraddizioni.
È proprio questo a rendere il suo gesto finale più interessante.
Il lancio non dimostra che Shirotsugh sia diventato un eroe perfetto. Dimostra che, pur conoscendo ormai le proprie debolezze, può scegliere quale uomo essere.
In questo senso il film propone una concezione dell'eroismo molto diversa da quella tradizionale. L'eroe non è colui che non possiede debolezze; è colui che, avendole riconosciute, decide comunque di agire diversamente da esse.
E questo principio non riguarda soltanto Shirotsugh. È anche il tema dell'intero film. La società di Honneamise vuole raggiungere le stelle, ma è contemporaneamente dominata dalla guerra, dal militarismo, dall'ambizione politica e dalla violenza. L'umanità vuole elevarsi senza avere prima risolto le proprie contraddizioni.
Il razzo diventa così una metafora perfetta: l'uomo può andare verso l'alto senza essere diventato migliore.
Shirotsugh può raggiungere lo spazio senza essere diventato un uomo senza macchia.
Anzi, il significato del viaggio sta proprio nel fatto che non è necessario essere perfetti per scegliere di elevarsi.
Per questo la scena dell'aggressione, per quanto difficile da accettare, può essere considerata la cerniera dell'intero film. Non è semplicemente una parentesi oscura nell'arco del protagonista. È il momento in cui quell'arco cambia direzione.
Prima della scena Shirotsugh cerca qualcosa fuori da sé: il riconoscimento, Riquinni, il prestigio della missione, un senso alla propria esistenza.
Dopo la scena è costretto a guardare dentro di sé.
E solo quando ha fatto questo può finalmente guardare verso l'esterno, verso la Terra e verso lo spazio.
Perciò il momento più importante di Le ali di Honneamise non è necessariamente il lancio.
Il lancio è ciò che vediamo.
La vera trasformazione è già avvenuta.
Il razzo non porta Shirotsugh verso la sua trasformazione: porta nello spazio l'uomo che è rimasto dopo che la sua vecchia identità è morta.
Ed è forse proprio per questo che quella scena ci disturba così tanto: inconsciamente percepiamo che è il vero cuore della storia, ma la nostra idea di come dovrebbe funzionare una storia ci dice che quel cuore si trova nel posto sbagliato.
Il film ci promette un eroe e, a metà strada, ce lo toglie.
Poi, alla fine, ce ne restituisce uno diverso, uno migliore.
Non migliore perché ormai puro, migliore perché ormai consapevole di non esserlo.