Recensione
Utilizzando il canovaccio principale e classico della serie madre, ci viene proposta questa interessante sorta di remake datato 2009 del prodromico di tutti i robottoni giganti: Mazinga Z. Le spensierate lotte tra robot di ferro dall’esito più che prevedibile (1-0 per Mazinga e palla al centro fino al successivo episodio) vengono qui sostituite da situazioni molto complesse e spesso inattese. I personaggi sono ora pesantemente (in senso positivo) caratterizzati dalle loro personalità, dai loro pensieri e i loro reali intenti. Lo scacchiere degli eventi narrati diventa così uno spazio in cui i pezzi non si muovono solo avanti, dietro e di lato, ma anche sopra, sotto, dentro, fuori, altrove. Chi sono i veri cattivi? Perché lo sono diventati? E i “buoni” sono poi veramente così buoni? Per chi farà il tifo l’ignaro spettatore? L’utilizzo di flashback che completano la spiegazione degli eventi, un richiamo “colto” alla civiltà micenea e alla classicità greca, e un finale a sorpresa (non mi sbilancio oltre per evitare sgraditi spoiler) completano l’intricato quadro.
Sembra quasi che le intenzioni degli autori e della produzione fossero quelle di rivalutare e dare maggiore spessore a una serie che, oltre al vanto di essere stata apripista di un genere, si è portata sempre appresso la tara di venir considerata infantile, ingenua, semplice e disimpegnata: una sorta di rebranding, alzando anche l’età del fruitore finale. E secondo me il risultato è stato pienamente raggiunto. Al netto di una certa esasperata drammatizzazione della trama, una ridondanza di effetti e di animazioni eccessivamente piroclastiche, e di qualche banalità, credo che quest’opera sia più che godibile, raggiungendo un voto complessivo alto, adatta non solo agli amanti del genere mecha.
Tre sono, a mio avviso, i punti di forza della serie: animazioni spettacolari, caratterizzazione e psicologia dei (tanti, forse troppi) personaggi, trama articolata e mai scontata. Punti che, all’opposto, sono effettivamente i tre talloni d’Achille della serie classica del 1972.
Il character design è il giusto compromesso tra le linee morbide e arrotondate della “vecchia” serie e le evoluzioni successive e coeve della nuova.
La regia è di Yasuhiro Imagawa: probabilmente non un mostro sacro dell'animazione giapponese, ma comunque un capacissimo "addetto ai lavori" con già una onorevole gavetta alle spalle, e la propria firma su almeno un paio di lavori a tema mecha ("Giant Robo", "Tetsujin 28").
Una menzione a parte merita la colonna sonora di Akira Miyagawa, piacevole, potente e possente, contraddistinta da parti rock-metal, parti classiche ed altre di mera effettistica elettronica.
Sembra quasi che le intenzioni degli autori e della produzione fossero quelle di rivalutare e dare maggiore spessore a una serie che, oltre al vanto di essere stata apripista di un genere, si è portata sempre appresso la tara di venir considerata infantile, ingenua, semplice e disimpegnata: una sorta di rebranding, alzando anche l’età del fruitore finale. E secondo me il risultato è stato pienamente raggiunto. Al netto di una certa esasperata drammatizzazione della trama, una ridondanza di effetti e di animazioni eccessivamente piroclastiche, e di qualche banalità, credo che quest’opera sia più che godibile, raggiungendo un voto complessivo alto, adatta non solo agli amanti del genere mecha.
Tre sono, a mio avviso, i punti di forza della serie: animazioni spettacolari, caratterizzazione e psicologia dei (tanti, forse troppi) personaggi, trama articolata e mai scontata. Punti che, all’opposto, sono effettivamente i tre talloni d’Achille della serie classica del 1972.
Il character design è il giusto compromesso tra le linee morbide e arrotondate della “vecchia” serie e le evoluzioni successive e coeve della nuova.
La regia è di Yasuhiro Imagawa: probabilmente non un mostro sacro dell'animazione giapponese, ma comunque un capacissimo "addetto ai lavori" con già una onorevole gavetta alle spalle, e la propria firma su almeno un paio di lavori a tema mecha ("Giant Robo", "Tetsujin 28").
Una menzione a parte merita la colonna sonora di Akira Miyagawa, piacevole, potente e possente, contraddistinta da parti rock-metal, parti classiche ed altre di mera effettistica elettronica.