Recensione
Recensione di Sorella_Alberta80
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La pubblicazione italiana de La Storia di Genji di Waki Yamato è un evento da celebrare. Era un'opera richiesta a gran voce da una nicchia di appassionati ma che, per evidenti complessità, ha faticato per anni a raggiungere il nostro mercato. Il motivo di questa reticenza non risiede tanto nel suo macro-genere di appartenenza – lo shōjo classico non recente –, quanto nell'opera stessa, che presenta non poche "barriere" d'ingresso, persino per chi mastica e ama il fumetto d'annata. Nel mio caso, si è trattato di una lettura che non mi è piaciuta quanto avrei sperato, pur avendomi riservato un’inaspettata sorpresa sul finale.
Essendo una trasposizione estremamente fedele dell'antico e monumentale romanzo originale di Murasaki Shikibu, il manga ne eredita inevitabilmente tutti gli scogli per un pubblico contemporaneo, allontanandosi drasticamente da ciò che nel sentire comune viene definito "shōjo classico". Nel soggetto non ho percepito quel rapimento emotivo e intellettuale che solitamente provo per le opere di quell'epoca; le dinamiche umane e sentimentali qui descritte sono ben lontane dalle "vertigini" a cui ci hanno abituato altre pietre miliari del genere. In questo lavoro, la Waki Yamato che tutti conosciamo compie un passo indietro: si fa più impersonale per abbracciare al meglio i toni, le movenze e la solennità del testo originale. Il risultato è un’opera che ha ben poco dello spirito di Una ragazza alla moda, N.Y. Komachi o Yokohama Monogatari.
Il vero, immenso pregio del manga – e forse l'unico davvero univoco – risiede nel comparto grafico. Visivamente, il Genji della Yamato raggiunge vette artistiche probabilmente mai toccate da nessun altro shōjo classico: le illustrazioni, la cura dei dettagli e la bellezza delle tavole possiedono una potenza estetica che spinge letteralmente a voltare pagina per il puro piacere visivo. Tuttavia, a fronte di questo splendore, la storia principale e i suoi personaggi mi hanno trasmesso ben pochi palpiti, scivolando spesso nella noia.
Il problema principale risiede nel protagonista, il "Principe Splendente": un uomo ben lontano dall'essere un eroe, che splende unicamente di un disgustoso egoismo e di una patologica satiriasi; un personaggio odioso che semina sofferenza e causa, talvolta letteralmente, la malattia e la morte delle donne che hanno la sfortuna di innamorarsi di lui. Di riflesso, anche la componente femminile ne esce penalizzata. Per rimanere fedele al romanzo, la mangaka rinuncia quasi del tutto a ritrarre donne forti e indipendenti, offrendoci un quadro quasi maschilista in cui l'unica ragione di vita delle dame è ottenere un fugace sguardo del Principe. A causa della fedeltà filologica alle acconciature e agli sfarzosi abiti dell'epoca Heian, la moltitudine di donne risulta inoltre esteticamente interscambiabile e volatile.
In questo oceano di femminilità poco incisiva, emergono solo pochissime eccezioni. In primis spicca la Dama di Rokujō, vera antagonista e anima pulsante del manga, sia da viva che da morta: un personaggio straordinariamente sfaccettato che infonde alla narrazione sfumature thriller e noir, e di cui attendevo le manifestazioni pagina dopo pagina. Accanto a lei si distinguono per carisma e riconoscibilità solo la Dama di Akashi e la Terza Principessa. È in questi rari frangenti che si avverte, seppur debolmente, un pizzico di quel "femminismo" tipico della Yamato, che però resta poca cosa rispetto alla forza dirompente delle sue altre eroine storiche.
Se la storia principale focalizzata su Genji (che occupa i primi cinque volumi) si è rivelata a tratti pesante, la vera e gradita sorpresa è arrivata con gli ultimi due volumi dell'opera. Questa sezione finale, incentrata sulle vicende del principe Kaoru, si presentava inizialmente come una sorta di "coda" potenzialmente superflua e sottotono; al contrario, si è dimostrata decisamente più godibile e poetica di gran parte della prima parte.
A beneficiare della narrazione è proprio l'assenza di un protagonista respingente come Genji. Kaoru è un uomo di grande interesse, decisamente più sensibile: pur mostrando talvolta impulsività e aggressività, non suscita il disgusto del suo predecessore. Questo epilogo si regge su un delicatissimo quartetto di personaggi, tra cui brillano due splendide sorelle dalle personalità finemente tratteggiate. In particolare la maggiore, la Prima Signora, pur uscendo presto di scena, riesce a dare un'impronta indimenticabile a tutta la vicenda, focalizzata sulle più intime sfumature caratteriali.
In conclusione, il mio giudizio su La Storia di Genji rimane solo relativamente positivo: un capolavoro visivo assoluto che maestria e rigore filologico non riescono a salvare del tutto dalla noia della sua parte centrale, ma che viene fortemente rivalutato da un finale inaspettatamente lirico e riuscito. Conclusa questa importante lettura, non resta che attendere le prossime mosse dell'editore J-Pop per la collana dei classici, sperando che possa portare in Italia altri storici e amatissimi titoli di Waki Yamato come Yokohama Monogatari, Lady Mitsuko o Killa.
Essendo una trasposizione estremamente fedele dell'antico e monumentale romanzo originale di Murasaki Shikibu, il manga ne eredita inevitabilmente tutti gli scogli per un pubblico contemporaneo, allontanandosi drasticamente da ciò che nel sentire comune viene definito "shōjo classico". Nel soggetto non ho percepito quel rapimento emotivo e intellettuale che solitamente provo per le opere di quell'epoca; le dinamiche umane e sentimentali qui descritte sono ben lontane dalle "vertigini" a cui ci hanno abituato altre pietre miliari del genere. In questo lavoro, la Waki Yamato che tutti conosciamo compie un passo indietro: si fa più impersonale per abbracciare al meglio i toni, le movenze e la solennità del testo originale. Il risultato è un’opera che ha ben poco dello spirito di Una ragazza alla moda, N.Y. Komachi o Yokohama Monogatari.
Il vero, immenso pregio del manga – e forse l'unico davvero univoco – risiede nel comparto grafico. Visivamente, il Genji della Yamato raggiunge vette artistiche probabilmente mai toccate da nessun altro shōjo classico: le illustrazioni, la cura dei dettagli e la bellezza delle tavole possiedono una potenza estetica che spinge letteralmente a voltare pagina per il puro piacere visivo. Tuttavia, a fronte di questo splendore, la storia principale e i suoi personaggi mi hanno trasmesso ben pochi palpiti, scivolando spesso nella noia.
Il problema principale risiede nel protagonista, il "Principe Splendente": un uomo ben lontano dall'essere un eroe, che splende unicamente di un disgustoso egoismo e di una patologica satiriasi; un personaggio odioso che semina sofferenza e causa, talvolta letteralmente, la malattia e la morte delle donne che hanno la sfortuna di innamorarsi di lui. Di riflesso, anche la componente femminile ne esce penalizzata. Per rimanere fedele al romanzo, la mangaka rinuncia quasi del tutto a ritrarre donne forti e indipendenti, offrendoci un quadro quasi maschilista in cui l'unica ragione di vita delle dame è ottenere un fugace sguardo del Principe. A causa della fedeltà filologica alle acconciature e agli sfarzosi abiti dell'epoca Heian, la moltitudine di donne risulta inoltre esteticamente interscambiabile e volatile.
In questo oceano di femminilità poco incisiva, emergono solo pochissime eccezioni. In primis spicca la Dama di Rokujō, vera antagonista e anima pulsante del manga, sia da viva che da morta: un personaggio straordinariamente sfaccettato che infonde alla narrazione sfumature thriller e noir, e di cui attendevo le manifestazioni pagina dopo pagina. Accanto a lei si distinguono per carisma e riconoscibilità solo la Dama di Akashi e la Terza Principessa. È in questi rari frangenti che si avverte, seppur debolmente, un pizzico di quel "femminismo" tipico della Yamato, che però resta poca cosa rispetto alla forza dirompente delle sue altre eroine storiche.
Se la storia principale focalizzata su Genji (che occupa i primi cinque volumi) si è rivelata a tratti pesante, la vera e gradita sorpresa è arrivata con gli ultimi due volumi dell'opera. Questa sezione finale, incentrata sulle vicende del principe Kaoru, si presentava inizialmente come una sorta di "coda" potenzialmente superflua e sottotono; al contrario, si è dimostrata decisamente più godibile e poetica di gran parte della prima parte.
A beneficiare della narrazione è proprio l'assenza di un protagonista respingente come Genji. Kaoru è un uomo di grande interesse, decisamente più sensibile: pur mostrando talvolta impulsività e aggressività, non suscita il disgusto del suo predecessore. Questo epilogo si regge su un delicatissimo quartetto di personaggi, tra cui brillano due splendide sorelle dalle personalità finemente tratteggiate. In particolare la maggiore, la Prima Signora, pur uscendo presto di scena, riesce a dare un'impronta indimenticabile a tutta la vicenda, focalizzata sulle più intime sfumature caratteriali.
In conclusione, il mio giudizio su La Storia di Genji rimane solo relativamente positivo: un capolavoro visivo assoluto che maestria e rigore filologico non riescono a salvare del tutto dalla noia della sua parte centrale, ma che viene fortemente rivalutato da un finale inaspettatamente lirico e riuscito. Conclusa questa importante lettura, non resta che attendere le prossime mosse dell'editore J-Pop per la collana dei classici, sperando che possa portare in Italia altri storici e amatissimi titoli di Waki Yamato come Yokohama Monogatari, Lady Mitsuko o Killa.