Recensione
Kaiju Girl Caramelise
6.5/10
"Kaiju Girl: Caramelise", ovvero quando innamorarsi può diventare una catastrofe.
L'animazione nipponica nel genere rom-com ha offerto le tipologie più disparate delle modalità di innamoramento: c’è chi quando s’innamora, arrossisce, chi perde le parole, chi scappa, che fa l'indifferente, chi maltratta l'amato, chi lo stalkera, chi scrive un messaggio, lo cancella, lo riscrive ennemila volte e alla fine non lo invia. La protagonista della serie Kuroe Akaishi ha un problema leggermente più serio: quando le sue emozioni prendono il sopravvento, rischia di trasformarsi progressivamente in un gigantesco kaiju.
È difficile negare che l’idea alla base di "Kaiju Girl: Caramelise", adattamento del manga di Spica Aoki iniziato nel 2018, abbia qualcosa di irresistibilmente assurdo e demenziale. Kuroe è una ragazza solitaria per necessità perché affetta da una misteriosa condizione che provoca mutamenti fisici quando viene emotivamente sollecitata. L’interessamento sentimentale da parte di Arata Minami, il solito ragazzo "popolare" della scuola, introduce nella sua vita una complicazione non esattamente trascurabile: innamorarsi, per lei, non significa soltanto soffrire le classiche pene d'amore, ma potenzialmente compiere dei veri e propri disastri di proporzioni immani nel momento in cui si trasforma in godzilla.
E con questa premessa, devo riconoscere alla serie la genialità: prendere alla lettera una delle metafore più abusate dell’adolescenza, sentirsi un "mostro", e trasformarla nel proprio presupposto narrativo.
Tuttavia, messo da parte lo strano potere della protagonista, ciò che rimane della serie è una commedia romantica piuttosto convenzionale: carina, melliflua, ingenua, dolce... Ed è probabilmente questo il limite maggiore della serie.
"Kaiju Girl: Caramelise" accumula molti degli ingredienti canonici della rom-com scolastica: timidezze esasperate, incomprensioni, occasioni mancate, gelosie, equivoci e soprattutto quella singolare patologia tipica dell’animazione romantica giapponese per cui pronunciare «daisuki» sembra richiedere maggiore coraggio che affrontare Godzilla.
Nel caso di Kuroe, almeno, esiste una giustificazione piuttosto convincente: una dichiarazione sentimentale particolarmente intensa potrebbe avere conseguenze urbanistiche.
La serie sfrutta questa assurdità con discreta inventiva, ma inevitabilmente finisce anche per abusarne. La situazione iniziale è brillante proprio perché porta all’estremo qualcosa di molto normale: il terrore adolescenziale di mostrare a qualcun altro la parte di noi che consideriamo impresentabile. Il problema arriva quando l’espediente deve sostenere da solo buona parte della narrazione.
Alcune situazioni risultano forzate, altre prevedibili; altre ancora richiedono allo spettatore quella generosa sospensione dell’incredulità che permette ai personaggi di anime romantici di non capire in cinque episodi ciò che il pubblico ha compreso dopo cinque minuti. Non siamo quindi davanti a una sceneggiatura particolarmente sofisticata.
La psicologia dei personaggi procede per linee abbastanza semplici e, tranne Arata, rimangono spesso funzionali soprattutto alla crescita della storia di amore tra i due.
Tuttavia, ed in un certo senso, si potrebbe sostenere che il senso della serie consista nel concetto che "il vero mostro è la paura dello sguardo di coloro che osservano senza comprendere".
Il pregio dell'opera è la sua sincerità di fondo: la protagonista non vuole essere speciale per il suo segreto inconfessabile ma essere l'opposto, essere normale ed avere tanti amici, innamorarsi, uscire con qualcuno senza domandarsi se un'emozione possa comportare l'intervento delle forze armate.
La forma del "kaiju" diventa allora qualcosa di più interessante della trovata comico-drammatica iniziale: è la materializzazione dell’identità che Kuroe ha dovuto imparare a nascondere.
Così sotto le mentite spoglie dell’apparente puerilità la storia ambisce ad acquisire una dignità diversa: l’accettazione di se stessi prima dell'accettazione da parte degli altri.
Kuroe teme (e anche a ragione...) che l’amore e le interazioni con gli altri possano esistere soltanto finché il proprio segreto rimane nascosto. E' meccanismo psicologico piuttosto comune: credo che un po' tutti siamo convinti di avere qualcosa che temiamo possa renderci meno desiderabili, rispettabili o amabili agli occhi degli altri. Questa serie utilizza la metafora del mostro per rendere il disagio ed in un certo senso riesce a funzionare, restando in un'ambientazione comico-fiabesca.
Non bisogna illudersi, "Kaiju Girl: Caramelise" non offre introspezioni psicologiche particolarmente raffinate dell’amore adolescenziale. Il rapporto tra Kuroe e Arata utilizza inevitabilmente una certa idealizzazione fanciullesca del romanticismo e grazie all'ingenuità produce resta piacevole e dolce con qualche pizzico di drammaticità.
Lo stesso Arata presenta alcuni spunti che lo accomunano a Kuroe: prima di diventare il ragazzo "popolare" che tutti vedono nel presente, aveva sperimentato il disagio, creando un punto di contatto significativo con Kuroe.
E' un po' il solito tema del confrontarsi con la distanza fra ciò che sono e ciò che gli altri vedono. In questa serie è declinato dal punto di vista del romanticismo più elementare, positivo e dolce: amare qualcuno significa attraversare quella "distanza". Perché in fondo "Kaiju Girl Caramelise" non afferma soltanto che l’amore supera le differenze ma suggerisce qualcosa di leggermente più interessante e sottile: che un vero legame non nasce quando qualcuno ama smettendo di negare i difetti dell'altro ma quando comincia ad amare comprendendo o includendo tali difetti.
In conclusione, "Kaiju Girl Caramelise" è probabilmente una serie più facile da amare che da difendere razionalmente: il punto debole è la sua sceneggiatura dalla quale emergono presto ingenuità, convenzioni, personaggi relativamente semplici e situazioni che oscillano fra il volutamente assurdo e il francamente improbabile. Chi cerca un minimo di realismo psicologico di una commedia sentimentale strutturata potrebbe trovarla troppo elementare.
Ma non va frettolosamente liquidata per questo motivo perché sarebbe altrettanto superficiale. In fondo, dentro la gigantesca e spaventosa creatura che devasta suo malgrado la città c'è una ragazza che vorrebbe soltanto sapere se qualcuno potrebbe continuare ad amarla dopo aver visto ciò che lei stessa non riesce ad accettare.
Alla fine la componente "kaiju" non distrugge la rom-com: a suo modo la valorizza. Probabilmente ciascuno di noi da adolescente ha avuto almeno una volta l'impressione che un rossore, una figuraccia o un rifiuto rappresentassero la fine del mondo.
"Kaiju Girl: Caramelise" resta quindi una storia ingenua, zuccherosa e talvolta puerile. "Caramellosa", verrebbe da scrivere.... Ma possiede una certa sincerità da evitare che quello zucchero diventi completamente stucchevole. E forse il suo paradosso più riuscito è proprio questo: raccontare una ragazza "mostruosamente gigantesca" per parlare di quelle "piccolissime" fragilità che cerchiamo disperatamente di nascondere alle persone che ci interessano o amiamo.
L'animazione nipponica nel genere rom-com ha offerto le tipologie più disparate delle modalità di innamoramento: c’è chi quando s’innamora, arrossisce, chi perde le parole, chi scappa, che fa l'indifferente, chi maltratta l'amato, chi lo stalkera, chi scrive un messaggio, lo cancella, lo riscrive ennemila volte e alla fine non lo invia. La protagonista della serie Kuroe Akaishi ha un problema leggermente più serio: quando le sue emozioni prendono il sopravvento, rischia di trasformarsi progressivamente in un gigantesco kaiju.
È difficile negare che l’idea alla base di "Kaiju Girl: Caramelise", adattamento del manga di Spica Aoki iniziato nel 2018, abbia qualcosa di irresistibilmente assurdo e demenziale. Kuroe è una ragazza solitaria per necessità perché affetta da una misteriosa condizione che provoca mutamenti fisici quando viene emotivamente sollecitata. L’interessamento sentimentale da parte di Arata Minami, il solito ragazzo "popolare" della scuola, introduce nella sua vita una complicazione non esattamente trascurabile: innamorarsi, per lei, non significa soltanto soffrire le classiche pene d'amore, ma potenzialmente compiere dei veri e propri disastri di proporzioni immani nel momento in cui si trasforma in godzilla.
E con questa premessa, devo riconoscere alla serie la genialità: prendere alla lettera una delle metafore più abusate dell’adolescenza, sentirsi un "mostro", e trasformarla nel proprio presupposto narrativo.
Tuttavia, messo da parte lo strano potere della protagonista, ciò che rimane della serie è una commedia romantica piuttosto convenzionale: carina, melliflua, ingenua, dolce... Ed è probabilmente questo il limite maggiore della serie.
"Kaiju Girl: Caramelise" accumula molti degli ingredienti canonici della rom-com scolastica: timidezze esasperate, incomprensioni, occasioni mancate, gelosie, equivoci e soprattutto quella singolare patologia tipica dell’animazione romantica giapponese per cui pronunciare «daisuki» sembra richiedere maggiore coraggio che affrontare Godzilla.
Nel caso di Kuroe, almeno, esiste una giustificazione piuttosto convincente: una dichiarazione sentimentale particolarmente intensa potrebbe avere conseguenze urbanistiche.
La serie sfrutta questa assurdità con discreta inventiva, ma inevitabilmente finisce anche per abusarne. La situazione iniziale è brillante proprio perché porta all’estremo qualcosa di molto normale: il terrore adolescenziale di mostrare a qualcun altro la parte di noi che consideriamo impresentabile. Il problema arriva quando l’espediente deve sostenere da solo buona parte della narrazione.
Alcune situazioni risultano forzate, altre prevedibili; altre ancora richiedono allo spettatore quella generosa sospensione dell’incredulità che permette ai personaggi di anime romantici di non capire in cinque episodi ciò che il pubblico ha compreso dopo cinque minuti. Non siamo quindi davanti a una sceneggiatura particolarmente sofisticata.
La psicologia dei personaggi procede per linee abbastanza semplici e, tranne Arata, rimangono spesso funzionali soprattutto alla crescita della storia di amore tra i due.
Tuttavia, ed in un certo senso, si potrebbe sostenere che il senso della serie consista nel concetto che "il vero mostro è la paura dello sguardo di coloro che osservano senza comprendere".
Il pregio dell'opera è la sua sincerità di fondo: la protagonista non vuole essere speciale per il suo segreto inconfessabile ma essere l'opposto, essere normale ed avere tanti amici, innamorarsi, uscire con qualcuno senza domandarsi se un'emozione possa comportare l'intervento delle forze armate.
La forma del "kaiju" diventa allora qualcosa di più interessante della trovata comico-drammatica iniziale: è la materializzazione dell’identità che Kuroe ha dovuto imparare a nascondere.
Così sotto le mentite spoglie dell’apparente puerilità la storia ambisce ad acquisire una dignità diversa: l’accettazione di se stessi prima dell'accettazione da parte degli altri.
Kuroe teme (e anche a ragione...) che l’amore e le interazioni con gli altri possano esistere soltanto finché il proprio segreto rimane nascosto. E' meccanismo psicologico piuttosto comune: credo che un po' tutti siamo convinti di avere qualcosa che temiamo possa renderci meno desiderabili, rispettabili o amabili agli occhi degli altri. Questa serie utilizza la metafora del mostro per rendere il disagio ed in un certo senso riesce a funzionare, restando in un'ambientazione comico-fiabesca.
Non bisogna illudersi, "Kaiju Girl: Caramelise" non offre introspezioni psicologiche particolarmente raffinate dell’amore adolescenziale. Il rapporto tra Kuroe e Arata utilizza inevitabilmente una certa idealizzazione fanciullesca del romanticismo e grazie all'ingenuità produce resta piacevole e dolce con qualche pizzico di drammaticità.
Lo stesso Arata presenta alcuni spunti che lo accomunano a Kuroe: prima di diventare il ragazzo "popolare" che tutti vedono nel presente, aveva sperimentato il disagio, creando un punto di contatto significativo con Kuroe.
E' un po' il solito tema del confrontarsi con la distanza fra ciò che sono e ciò che gli altri vedono. In questa serie è declinato dal punto di vista del romanticismo più elementare, positivo e dolce: amare qualcuno significa attraversare quella "distanza". Perché in fondo "Kaiju Girl Caramelise" non afferma soltanto che l’amore supera le differenze ma suggerisce qualcosa di leggermente più interessante e sottile: che un vero legame non nasce quando qualcuno ama smettendo di negare i difetti dell'altro ma quando comincia ad amare comprendendo o includendo tali difetti.
In conclusione, "Kaiju Girl Caramelise" è probabilmente una serie più facile da amare che da difendere razionalmente: il punto debole è la sua sceneggiatura dalla quale emergono presto ingenuità, convenzioni, personaggi relativamente semplici e situazioni che oscillano fra il volutamente assurdo e il francamente improbabile. Chi cerca un minimo di realismo psicologico di una commedia sentimentale strutturata potrebbe trovarla troppo elementare.
Ma non va frettolosamente liquidata per questo motivo perché sarebbe altrettanto superficiale. In fondo, dentro la gigantesca e spaventosa creatura che devasta suo malgrado la città c'è una ragazza che vorrebbe soltanto sapere se qualcuno potrebbe continuare ad amarla dopo aver visto ciò che lei stessa non riesce ad accettare.
Alla fine la componente "kaiju" non distrugge la rom-com: a suo modo la valorizza. Probabilmente ciascuno di noi da adolescente ha avuto almeno una volta l'impressione che un rossore, una figuraccia o un rifiuto rappresentassero la fine del mondo.
"Kaiju Girl: Caramelise" resta quindi una storia ingenua, zuccherosa e talvolta puerile. "Caramellosa", verrebbe da scrivere.... Ma possiede una certa sincerità da evitare che quello zucchero diventi completamente stucchevole. E forse il suo paradosso più riuscito è proprio questo: raccontare una ragazza "mostruosamente gigantesca" per parlare di quelle "piccolissime" fragilità che cerchiamo disperatamente di nascondere alle persone che ci interessano o amiamo.