Nuovo appuntamento con la rubrica dedicata alle recensioni su anime e manga, realizzate degli utenti di AnimeClick.it.
Se volete farne parte anche voi... rimboccatevi le maniche e recensite!

Ricordiamo che questa rubrica non vuole essere un modo per giudicare in maniera perentoria i titoli in esame, ma un semplice contesto in cui proporre delle analisi che forniscano, indipendentemente dal loro voto finale, spunti interessanti per la nascita di discussioni, si auspica, costruttive per l'utenza.

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7.0/10
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Questo anime ha una sua originalità grafica e un approccio narrativo particolare.

Il suo protagonista è il Farmacista, un uomo misterioso e affascinante il cui passato è misterioso e il cui potere fa sospettare non sia affatto umano. Egli si trova invischiato in situazioni moralmente pesanti ed è là per esorcizzare il mononoke di turno, cercando, per compiere il suo ruolo, la forma del mononoke, la sua ragione scatenante e il suo rimpianto, ovvero il pentimento. Per compiere questa ricerca, il Farmacista indaga sulle motivazioni profonde, dolorose e contorte che soggiacciono ai protagonisti delle vicende dei vari archi narrativi, ma queste faticano a venire a galla, tanto la natura umana è contradditoria e negazionista.

Non vi è una trama vera e propria, ma una successione di archi narrativi, i quali affrontano temi scabrosi e pesanti, come l’aborto forzato, l’incesto tra fratelli, il maltrattamento famigliare, la negazione dell’importanza della donna a livello professionale e il suo omicidio. Sono tematiche che interrogano sulla condizione difficile della donna, che, vivendo in un contesto storico opprimente e discriminatorio come quello descritto nell’anime, genera mostri che sono i mononoke.

Il modus operandi del Farmacista è sempre lo stesso: appare, dichiara di essere lì prima come semplice farmacista, poi, quando la situazione si evolve, svela la vera natura della sua venuta e interroga i presenti fino a completare il suo compito. La fase dello svelamento della verità può apparire intrigante, vista la diversità delle situazioni che ogni arco narrativo offre, ma alla lunga può risultare tediosa e labirintica e portare a uno stato catatonico in cui si vede che tutti parlano, tutti si agitano, tutti ridono o piangono e non si capisce che succede. Il calo dell’attenzione è sempre dietro l’angolo.
La narrazione stessa, non lineare, ma corale, tra alti e bassi, lascia anche parti di mistero che bisogna afferrare per comprendere, come nel caso di eventi soprannaturali che portano a un finale che può ben sfuggire.

Il protagonista ha un passato nebuloso, chiaramente non è umano; il suo fascino e la sua apparente freddezza lo mettono in risalto rispetto a situazioni complesse e terribili. Il suo sorriso enigmatico è affascinante. Il suo apparire, però, come protagonista di ogni vicenda, annunciando che è lì ad esorcizzare un mononoke, alla lunga diventa snervante e oggetto di ilarità.
Non ci sono personaggi comprimari, ma comparse che episodio per episodio sviscerano mostri.

La grafica dell’anime richiama lo stile teatrale tradizionale nipponico: i fondali sono piatti, caratterizzati da porte a scorrimento in legno con immagini impresse sopra in stile antico, ogni scena che si apre è annunciata da due porte che scorrono, chiudendosi con uno schiocco ben riconoscibile. Nell’episodio del mostro marino c’è l’immagine della nave in preda ai flutti che ricorda l’onda di Hakusai, un capolavoro di grafica. Gli stessi personaggi sono piatti, visivamente, e si muovono poco, spesso solo il volto, con tratti stilizzati. I colori sono forti e marcati e accompagnano personaggi mai identici e disegnati in maniera originale, quasi deformed. Di primo acchito simili accorgimenti tecnici possono parere troppo originali a livello visivo, poi risultano assai intriganti.

In conclusione, si può apprezzare senz’altro quest’opera, sia nella sua ricercatezza grafica, che nello sviluppo di tematiche non semplici. Purtroppo richiede una buona capacità di attenzione, non è un anime da guardare come tappabuchi o se si è in cerca di qualcosa di leggero da vedere.
Da parte mia ho molto apprezzato quest’opera, tant’è che l’ho terminata, ma la sua pesantezza in certe parti, il tedio che mi ha fatto venire e le spiegazioni sfuggenti mi hanno un po’ demotivata. Ho l’interesse a vedere l’anime di cui è lo spinoff, ma, appunto perché non sono riuscita a capirlo fino in fondo e ho un po’ sofferto a finirlo, non posso dargli un buon voto.

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“L'odio è cieco, la collera sorda, e colui che vi mesce la vendetta, corre pericolo di bere una bevanda amara.” (Alexandre Dumas - Padre)

Eh già, alla fine "Blue Eye Samurai" un minimo di morale la fa, eccome se la fa, sebbene il finale resta sfortunatamente aperto, more solito... Ma non solo. Tra combattimenti molto spettacolari e scene piuttosto crude e dirette (dallo splatter più spinto all'eros più esplicito, per i parametri classici di una serie animata), la serie ambientata nel Giappone del periodo Edo intorno al 1650 tocca più o meno esplicitamente una serie di temi già visti e con uno stile molto curato: innanzitutto la condizione degli "Hāfu" (molto probabilmente dall'inglese "half", "metà") ossia le persone nate da genitori misti giapponesi e stranieri.
Il termine "Hafu" è stato utilizzato soprattutto dopo la seconda guerra mondiale e non avrebbe di per sé un'accezione negativa. Tuttavia in passato si usavano altri termini, tra cui "ainoko" ("figlio di miscuglio"), "konketsuji" ("bambino di sangue misto"), "kokusaiji" ("bambino internazionale") o "daburu" (sempre dall'inglese "double" ossia "doppio"), che via via nel tempo sono caduti in disuso proprio per la loro più o meno latente offensività nel definire coloro che sono nati da genitori "misti"...

"Blue eye samurai" fa leva proprio sul dramma vissuto in passato dalle persone di origine mista per illustrare quanto in Giappone trovarsi in tale condizione fosse valutato negativamente nel senso di status di illegittimità, inferiorità, incompletezza e impurità.
La storia della protagonista Mizu, ambientata nel periodo Edo Giappone che faticava ad aprirsi alle interazioni commerciali e culturali con l'occidente e che non accettava le persone nate da unioni miste, è resa molto poeticamente anche nel parallelismo tra la sua condizione personale di "reietta", emarginata e la fabbricazione delle katane nel laboratorio dell'artigiano cieco che l'ha adottata. Da un lato, l'arte di costruire spade il cui metallo per essere di massima qualità ed efficacia deve contenere delle impurità e il fatto che il fabbro cieco non vede la condizione di "impura" di Mizu e la accetta per quello che è ossia una persona come tutte le altre senza pregiudizi è una parte molto delicata, ben costruita nelle interazioni dialettiche e i silenzi tra i due personaggi, intervallati in modo sapiente dai flashback sulla storia di dolore di Mizu che fin dalla più tenera età è stata sempre emarginata, bullizzata e maltrattata da tutti a causa della sua condizione di sangue misto che emerge soprattutto per una caratteristica peculiare che da anche il titolo alla serie: avere gli occhi di colore azzurro.

Vivere nella clandestinità, doversi sempre nascondere per evitare di essere picchiata o uccisa, doversi spacciare per un maschio (pena il rischio di diventare una sorta di cosa da vendere o acquistare), non poter ambire ad avere una vita normale, non potersi affezionare a nessuno né fidarsi, hanno reso non solo la protagonista delusa, disillusa nei confronti di tutti, ma anche vedersi minata nella sua autostima perché alla fine è costretta a ritenersi sostanzialmente un "rifiuto". E come tale, pensando di non aver più nulla da perdere inclusa la sua stessa vita, matura l'idea di doversi vendicare della causa del suo male: eliminare ad ogni costo le uniche persone non giapponesi presenti nell'arcipelago nipponico. E il primo in lista è A. Fowler, trafficante senza scrupoli di armi irlandese, che mira a sovvertire il potere dello Shogun di Edo.

La serie inizia un percorso alla "Kill Bill 1 & 2": Mizu si sottopone a durissimi allenamenti e poi a sfide a livello di difficoltà crescente per raggiungere il suo scopo: sulla sua strada incrocia non solo le spade con spietati assassini ma anche con i personaggi che caratterizzano in positivo la serie. Su tutti Akemi, ma anche Ringo e Taigen. Il tutto con sullo sfondo i sotterfugi e gli intrighi per le lotte di potere tra i feudali e lo Shogun che governa il Giappone. Fortunatamente la serie man mano che prosegue tende ad allontanarsi dalla narrazione tanatologica del capolavoro di Q. Tarantino e fa recuperare a Mizu quel minimo di umanità spiegando al meglio tutte le sofferenze patite. In particolare il suo passato con un samurai respinto dal suo signore (un ronin) e la madre che riappare dopo essere stata convinta che fosse morta quando Mizu era ancora una bambina... Non c'è peggior evento di un amore tradito per trasformare i sentimenti positivi nella furia vendicativa più cieca e determinata... e Mizu si trasforma in una specie di Onryō, ossia il mitologico fantasma giapponese in grado di ritornare nel mondo dei vivi per cercare vendetta. Il parallelismo contenuto nella serie tra il passato di Mizu e la mitologia dell'Onryō è quanto mai azzeccata, soprattutto quando il suo volto truccato a festa per rendersi ancora più carina per il suo uomo si trasforma a causa delle lacrime di dolore e rabbia nella maschera grottesca del fantasma...

Ma la vendetta può rappresentare l'ancora di salvezza, la via del riscatto?

Fortunatamente no, e la protagonista lo intuisce man mano che, come in un videogioco a livelli crescenti di difficoltà, affronta situazioni e sfide sempre più disumane che porteranno il suo aiutante Ringo ad affermare che ciò che stava facendo non era onorevole per un maestro samurai come lei... E così per la protagonista sembra passare un ulteriore messaggio in cui la rabbia non le basta, rendendosi conto che ciò che stava facendo non riesce a saziare il suo bisogno di rivalsa. Mizu per anni ha covato solo rabbia: in un mondo che non l'accetta o la odia, la sua prima risposta è stata la stessa: l’odio verso tutto e tutti e soprattutto contro se stessa, fino all’autolesionismo, al suicidio, sfogandosi anche su se stessa. Poi inizia a maturare lentamente la necessità di combattere contro qualcosa/qualcuno ed in particolare contro l'ingiustizia e a difesa dei valori più sacri per la cultura giapponese e sul finale tale "evoluzione" risulta molto evidente, intrecciando la sua storia di profonda e cupa solitudine con quella degli altri protagonisti e, in particolare, di Akemi.

"Blue Eye Samurai" è una storia "al femminile": figure in apparenza deboli per in canoni culturali nipponici. In una battuta di un dialogo tra Akemi e il suo anziano precettore samurai ne esce una battuta c'è il riassunto di tutta la visione del mondo femminile in Giappone: "il futuro delle donne è o sposa o prostituta"... Mizu si ribella con rabbia alla sua condizione di "impurità/inferiorità", Akemi si ribella con pervicacia al suo triste destino di merce di scambio per i giochi di potere contro lo shogunato.
Il parallelismo che la serie dedica alla loro storia ed evoluzione è, a mio avviso, ben fatta e narrata. Entrambe compiono un percorso di sviluppo che arriverà a compimento solo nell'ultimo episodio in cui, per la prima volta, dimostrano con le loro azioni di essere cresciute e di aver capito che andare allo sterile scontro ad oltranza per orgoglio o vendetta non giova a nessuno, e in primis a loro stesse.
Akemi e Mizu sembrano rappresentate come le due facce della stessa medaglia: due donne, così diverse tra loro che tuttavia vogliono prendere in mano la loro sorte e cercare di incidere sulla scelta del loro futuro. Mizu decidendo di affrontare il suo fato in modo monolitico e Akemi decidendo in apparenza di accettare le scelte operate da altri per poi piegare a suo favore le situazioni influenzando chi ha il potere. Nelle scene di sesso piuttosto esplicite che le vede coinvolte si vede chiaramente la differenza di approccio delle due protagoniste alla vita: per Mizu è vero e proprio bisogno di amore nel senso di (af)fidarsi completamente a qualcuno senza alcuna difesa o corazza; per Akemi un mezzo per ottenere ciò che vuole.

Non sono in grado di valutare il realismo storico delle scene rappresentate nell'anime: al di là della bellezza delle immagini e sfondi, la fluidità delle animazioni (sebbene alcune in CGI sono ancora un po' legnose, ripetitive e innaturali - mi riferisco alla deambulazione di Mizu in alcune scene dei primi episodi in cui sembra claudicante e un autonoma), probabilmente la scrittura affidata alla premiata ditta Michael Green e alla sua compagna Amber Noizumi, ha pescato a piene mani dall'esperienza di quest'ultima di essere una "Hafu" a sua volta e il risultato, pur non rappresentando qualcosa di nuovo e originale nella trama, rappresenta comunque una buona operazione di sincretismo e integrazione tra due mondi, quello orientale e quello occidentale, nel rendere la visione piacevole e interessante per i messaggi che vuole veicolare...

"Blue Eye Samurai" mi ha piacevolmente sorpreso e posso sostenere che rappresenti una delle migliori produzioni recenti. Al di sotto della storia raccontata in forma di animazione, rivela una buona sensibilità e cura nell'abilità registica per ma anche nella caratterizzazione e rappresentazione dei personaggi. Il finale aperto lascia aperta la strada al sequel che spero possa essere ispirato ad una visione più ispirata a “io non parlo di vendette né di perdoni; la dimenticanza è l'unica vendetta e l'unico perdono.” (Jorge Louis Borges). Il personaggio di Mizu se lo meriterebbe...

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In questi giorni di caldo afoso, in cui mi ritrovo con più tempo libero del solito, come non lo avevo da tre anni a questa parte, mi è sembrato di ritornare all’idilliaco periodo delle superiori. Dopo le usuali sei ore di lezione, che erano come un pugno in un occhio, la routine al suono della tanto agognata campanella era sempre la stessa: chiacchierata e partita a biliardino con gli amici fuori scuola, passeggiata di circa un quarto d’ora per tornare a casa, pranzo, compiti per il giorno dopo (non sempre) e bingewatching matto da legare, altro che Little Tony. Ad oggi, l’università ha preso il posto della scuola e gli anime hanno scalzato alla grande le serie TV, ma, nonostante il basso ritmo tenuto negli ultimi anni, considerati i miei passati trascorsi, mi sono reso conto che è impossibile cambiare la natura di un ‘bingewatcharo’ come me. Ho cominciato a farmene un’idea tempo orsono guardando “Fullmetal Alchemist: Brotherood” e me ne convinco definitivamente oggi, dopo aver terminato la visione di “Sakamichi no Apollon”. Se un anime mi conquista già al primo episodio, non ci sono orari proibitivi né impegni improrogabili che tengano, come scrivere la tesi di laurea, è cassazione che io lo debba finire in massimo due giorni, e così è stato.

“Sakamichi no Apollon” è una storia che si fonda sull'amore, sull'amicizia e sulla musica: la storia di due ragazzi, l'uno candido e l'altro riottoso, che diventano grandi sullo sfondo di una cittadina di provincia della Prefettura di Nagasaki dei tardi anni Sessanta, in concomitanza con il sanguinoso periodo delle proteste studentesche, che iniziano a divampare in Giappone, Stati Uniti ed Europa. È l'estate del 1966 e Kaoru si trasferisce da Yokosuka nel Kyushu, iscrivendosi al liceo locale. A causa del lavoro del padre, la sua famiglia continua a spostarsi di città in città, in un ciclo tristemente ripetitivo. Per Kaoru, la scuola è soltanto un luogo che gli è ostile e difficile, in cui è costretto ogni volta a doversi adattare senza riuscirci, finendo per essere perennemente l'escluso e dover sopportare tutto in ogni nuovo istituto. La vita di Kaoru cambia definitivamente quando, durante l'ennesimo primo giorno di scuola, incontra dapprima la bella Ritsuko, cui si avvicina, e poi il problematico Sentaro, teppista da strapazzo e grande batterista. Inizia per lui un nuovo capitolo della sua, fino a quel momento, triste e monotona vita, di cui la musica jazz sarà il vero filo conduttore.

Con “Sakamichi no Apollon” è stato amore a prima vista. Le animazioni fluide offerte dallo Studio MAPPA e i fondali sono risultati sin da subito in perfetta sintonia con l’ambientazione storica dell’anime, mentre la musica jazz e la regia del grande Shin'ichirō Watanabe mi hanno riportato alla mente i giorni in cui guardavo quella meraviglia senza tempo che è “Cowboy Bebop”. Se a delle grandi animazioni e delle musiche che fanno vibrare tutto il corpo si aggiunge la componente romantica, per quanto mi riguarda, l’opera in questione ha tutte le carte in regola per imporsi come un autentico capolavoro. Tratto dall’omonimo manga josei, “Sakamichi no Apollon” ci offre uno squarcio di vita quotidiana di tre adolescenti, che si trovano ad affrontare tutte le rogne che la loro età comporta. Oltre ai problemi di cuore e alle litigate tra amici, l’anime tratta anche temi più adulti, come si richiede a uno josei, tra cui l’abbandono e la difficoltà di essere all’altezza delle aspettative. Kaoru e Sentaro vengono da due mondi tanto diversi, quanto simili sono i problemi che li attanagliano. In questa sofferenza generale, entrambi trovano nel jazz la loro personalissima valvola di sfogo e la vera ragione per cui un teppista e un ragazzo di buona famiglia riescono a stringere amicizia. Ovviamente, la presenza della bella e candida Ritsuko crea quello che è il più classico dei triangoli amorosi, in cui lui ama lei, ma lei ama l’altro e l’altro è quasi sempre il di lui migliore amico. Quando si parla di amore e amicizia in un anime, però, il pericolo che si rischia di correre è sempre lo stesso, che questi due filoni vadano ad escludere qualsiasi altro, in questo caso quello musicale. Alcuni forse avrebbero da ridire, ma, a mio modesto avviso, alla musica non viene dato il giusto spazio; nonostante ciò, l’anime offre delle scene di grandissimo impatto acustico e visivo, difficili da dimenticare, come la jam session in stile “I sospiri del mio cuore” e l’esibizione piano e batteria di Kaoru e Sentaro al festival scolastico, che si cimentano nella loro versione jazz di “My Favourite Things”. Alla quantità si può sempre sopperire con la qualità, e di qualità ce n’è tanta, almeno nelle scene interamente dedicate al jazz. Il grande tallone d’Achille, o per meglio dire i talloni, che trasformano “Sakamichi no Apollon” da possibile capolavoro ad ottimo prodotto, sono due: l’eccessiva dose di dramma e la sua breve durata. Tutti i protagonisti, chi più e chi meno, vivono complicate situazioni familiari, tra chi è stato abbandonato dal padre e chi, invece, non lo vede mai per motivi di lavoro e ne sente terribilmente la mancanza. Magari suonerà male alle orecchie di alcuni, ma non sarebbe sbagliato etichettare questi personaggi come problematici. La vita ci insegna, però, che da situazioni di questo tipo è possibile uscirne, cercando conforto nelle poche cose che ci fanno stare realmente bene, come potrebbero essere l’amore e l’amicizia. Eppure, in “Sakamichi no Apollon”, anche ciò che dovrebbe rappresentare un’ancora di salvezza, finisce per diventare principio di altri problemi. Un po’ come giocare a jenga, togli sotto e metti sopra, fino a quando la torre non crolla. L’impressione è che l’anime tratti effettivamente temi da josei, ma sbaglia nei modi, avvicinandosi di più ad uno shojo, in cui, talvolta, certe decisioni finiscono con l’essere scontate e prevedibili. In troppe occasioni, il dramma non è solamente eccessivo, ma anche fuori luogo. Nonostante ciò, anche su questo punto il sottoscritto è disposto a chiudere un occhio, perché di familiarità con gli josei ne ho veramente poca e, magari, è usanza comune trattare certi temi in questa maniera. Ciò che veramente non posso perdonare a “Sakamichi no Apollon” è la fretta. Lo so, probabilmente, all’epoca, lo Studio MAPPA non aveva il budget per fare una serie più lunga, ma dodici puntate per adattare un manga che conta dieci volumi è un crimine contro l’umanità, che non rende onore all’opera originale. In alcuni frangenti della storia, è palese che sia stato omesso qualcosa di importante, se non addirittura fondamentale e, alla conclusione di tutto, il prodotto finisce per l’essere buono solo a tre quarti. È, ahimè, uno dei più grandi luoghi comuni della storia, che in questo caso si rivela tristemente vero: il ragazzo è bravo, ma non si applica. Quanta differenza avrebbero fatto ventiquattro puntate, invece di dodici, purtroppo, lo posso solamente immaginare.

Lo dico onestamente, la sensazione dopo aver terminato “Sakamichi no Apollon” è stata di insoddisfazione mista a delusione, colpa sicuramente delle alte aspettative che mi ero creato. L’anime parte in maniera stupenda e mantiene un livello altissimo fino ai due terzi della storia, riuscendo a coinvolgere completamente lo spettatore, merito anche della musica jazz. Proprio nelle battute finali, quelle che decidono le sorti di ogni opera, però, l’anime segnala un calo non trascurabile, senza mai sfociare nel mediocre, ma la lasciando in bocca un sapore dolceamaro e la sensazione che, forse, si sarebbe potuto fare di meglio.