Nuovo appuntamento con la rubrica dedicata alle recensioni su anime e manga, realizzate degli utenti di AnimeClick.it.
Se volete farne parte anche voi... rimboccatevi le maniche e recensite!

Ricordiamo che questa rubrica non vuole essere un modo per giudicare in maniera perentoria i titoli in esame, ma un semplice contesto in cui proporre delle analisi che forniscano, indipendentemente dal loro voto finale, spunti interessanti per la nascita di discussioni, si auspica, costruttive per l'utenza.

Per saperne di più continuate a leggere.

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Un viaggio nella pensione più amata dell’animazione

“Maison Ikkoku”, tratto dall’omonimo manga di Rumiko Takahashi, è un capolavoro senza tempo che unisce romanticismo, commedia e un tocco di malinconia in un equilibrio perfetto. La storia segue Yusaku Godai, uno studente svogliato e impacciato, e Kyoko Otonashi, la giovane e affascinante amministratrice della pensione in cui vive il protagonista.
Da questa premessa nasce una delle storie d’amore più sincere e graduali mai raccontate nell’animazione giapponese.

Ciò che rende “Maison Ikkoku” speciale è la sua straordinaria umanità: i personaggi crescono sul serio, affrontano fallimenti, dubbi e traguardi con un realismo sorprendente. Anche i comprimari, spesso sopra le righe e fonte di situazioni comiche irresistibili, contribuiscono a creare un microcosmo caldo e familiare che lo spettatore impara ad amare episodio dopo episodio.

Dal punto di vista tecnico, pur risentendo dell’età, l’anime mantiene un fascino retrò molto gradevole. La colonna sonora, dolce e nostalgica, amplifica le emozioni nei momenti cruciali, mentre l’animazione, semplice ma curata, dà vita a espressioni e gesti che raccontano più di mille parole.

“Maison Ikkoku” è un viaggio emotivo: fa ridere, commuovere e soprattutto affezionare ai suoi protagonisti fino a un finale appagante e meritato. È una storia d’amore che non si basa su colpi di scena improvvisi, ma sulla costruzione paziente dei sentimenti.

In conclusione, se cerchi un anime maturo, romantico e profondamente umano, “Maison Ikkoku” è un’opera imprescindibile. Un classico che dimostra come le emozioni più semplici, raccontate con sincerità, possano lasciare un segno indelebile.

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Uno di quei titoli imperituri che più di tutti hanno lasciato un segno nei nostri ricordi. Un vero classico. Data l’ambientazione calcistica, “Holly e Benji” ha trovato terreno fertile per farsi apprezzare in Italia, ma non si può basare su questo tutto il suo successo. Certo, è stato uno dei primi titoli del genere ed aveva un bel vantaggio, dettando quelli che sarebbero stati poi per noi gli standard per questo tipo di cartoni; ma bisogna ammettere che, a dispetto di altri anime venuti dopo e considerati ingiustamente mere scopiazzature (tipo “Alè alè alè oh oh” e “Forza Campioni”), questo possiede una quasi totalità di personaggi — come Mark (so’ duro) Lenders, Alan (vai coi defibrillatori) Crocker e Bruce (paro con la faccia) Harper — che per carattere, capacità e stile di disegno rimangono impressi allo spettatore.

La storia del nostro antipaticissimo/perfettino/infallibile/sempre sorridente/sicuro di sé/o infortunato Capitan Tsubasa Oozora, alias Oliver Tsubasa Hutton, si dimostra anche interessante col suo sogno di andare in Brasile. Infatti è proprio quando Roberto Sedinho se ne andrà senza di lui che l’anime comincerà a farsi stanco e ripetitivo, per non dire un po’ presuntuoso e noioso, quando arriveranno addirittura agli europei e ai mondiali, dove per qualche oscura ragione hanno fatto passare proprio i giocatori italiani — portiere escluso — sempre per schiappe allucinanti (Holly dribblava tutta la squadra e segnava), giocatori che si vantavano di aver vinto tre mondiali e persino atteggiamenti poco simpatici.

Per quanto allora potesse far oggettivamente sorridere un Giappone finalista, quest’ultimo ingiustissimo e ripetuto fattore di intolleranza/vittimismo mi ha sempre dato un enorme fastidio: mi ricordava le polemiche di Bruce Lee che in molti suoi film doveva difendere la non inferiorità cinese. E mi ha convinto che, nonostante la presenza futura di Lenders alla Juventus e lo spin-off ambientato in Italia (che oltretutto rincarava la dose di ostilità verso un giapponese), stessimo per qualche motivo sulle scatole all’autore o ai realizzatori dell’anime (se i fatti non coincidono col manga).

Mettendo comunque da parte i vecchi dissapori, sarebbe imperdonabile non citare i colpi esageratissimi che hanno fatto la fortuna di questa serie: tecniche ad effetto come il tiro del falco e quello della tigre, capaci di scavare trincee, bucare la rete e prendere il volo verso il muro dietro, “incrinandolo”. Ma in fondo, di dubbi “Holly e Benji” ne ha fatti venire talmente tanti che c’è l’imbarazzo della scelta: il campo sul cucuzzolo di una collina; i gemelli che si rovinavano le rotule facendo la bicicletta o il trampolino dalla rete per saltare poco più di quanto riuscivano gli altri normalmente; gli stadi gremiti nonostante fossero partite (per la maggiore) di tipo scolastico, fatte in un Paese dove tale sport contava (un po’ meno adesso, vista la moda) quanto il due di picche; Benji che veniva tirato in ballo solo quando aveva fatto la muffa ed ormai tutti si erano dimenticati della sua esistenza; Bruce che, rimbambito masochisticamente, si faceva un dolorosissimo lifting a pallonate autoconvincendosi che, per quanto inanimato, gli volesse bene; Mark che non è stato radiato a vita nonostante abbia azzoppato metà della futura forza lavoro del Giappone, rimanendo stranamente illeso (forse grazie a parastinchi in mithril); il fatto che se ti sbucciavi un ginocchio o un gomito e non stavi a riposo cinque mesi rischiavi che l’arto andasse in cancrena; o che tutti i capitani avevano il numero 10 e quasi sempre una ragazza assistente innamorata segretamente di loro, tra cui Patty, detta l’iraconda sempiterna, che dopo anni sbavava ancora appresso a quel genio asessuato di Holly che nella sua vita non ha mai pensato ad altro che giocare, perché forse ha una tresca segreta con il pallone… insomma, chi più ne ha più ne metta.

Questi, a distanza di anni, sono stati tutti elementi di feroce satira che al tempo stesso ne hanno consolidato il successo, crescendo una folta schiera di sostenitori. Niente di strano quindi che dopo vent’anni ancora esca qualche film e OAV di questi personaggi, senza contare “Holly e Benji Forever”, rifacimento della serie TV andato in onda qualche anno fa con una sigla dal gusto discutibile e una realizzazione discretina ma senza più il carisma di un tempo.

Insomma, "H&B" è un titolo che, come tanti altri cartoni sportivi, puntava molto sull’agonismo improbabile e sull’idea poco sportiva di vincere a costo di crepare; un titolo che, nonostante i sacrifici dei suoi personaggi, a volte mancava di una vera umiltà, ma che ha fatto storia e che merita di essere riproposto ancora oggi, pur non avendo probabilmente le basi per conseguire lo stesso successo del passato.

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A cominciare dalla sigla di Cristina D’Avena, fino alle tute satinate blu velluto delle tre ladre più conturbanti di sempre, questo anime è diventato a tutti gli effetti un cult di proporzioni mondiali, tanto da ispirare con il suo titolo persino marchi di vestiti, locali pubblici, giochi o eventi mondani.
A mio parere, si tratta dell’anime poliziesco più bello che si possa ricordare, ancora oggi forte di una varietà di pregi notevoli: dal comparto tecnico, al chara davvero intrigante (gli stessi autori realizzeranno più avanti il celeberrimo “City Hunter”), passando per una colonna sonora indimenticabile.

“Occhi di gatto” è la storia di tre sorelle che di giorno gestiscono un bar come tanti altri e di notte, da buone “Jekyll e Mr Hyde”, diventano ladre implacabili, vere e proprie gentildonne, una sorta di Lupin al femminile, dai modi decisi e talvolta anche violenti, se necessario.
Ma cosa spinge le tre giovani donne ad agire in questo modo, andando contro una legge che fra le sue file annovera Matthew, poliziotto in carriera, peraltro innamorato di una delle tre ragazze? La risposta è negli oggetti che il trio si prodiga nel rubare: opere d’arte, oggetti storici e simili, con l’intenzione di completare una collezione che era inizialmente il sogno del loro caro padre defunto. L’evoluzione della storia farà emergere, episodio dopo episodio, segreti di questo passato oscuro.

L’intera struttura dell’anime è di pregevole fattura: scenari metropolitani dai fondali con atmosfere impareggiabili, scene del crimine e fughe rocambolesche degne del miglior film d’azione rendono “Occhi di gatto” un titolo unico nel suo genere, dotato di una dinamicità senza pari per i prodotti dell’epoca.
Da sottolineare come siano curate e morbidamente affascinanti le figure delle tre sorelle (Kelly, Sheila e Tati), flessuose, di nero vestite, simili in tutto e per tutto a sensuali gattone che non esitano a tirare fuori gli artigli quando serve, pur di portare a termine i loro furti.

La storia verte principalmente sulla dualità — bene e male — della vita della “protagonista”, se così si può dire, del trio: Sheila. Fidanzata quasi a “tempo pieno” con Matthew, si troverà più volte a doverlo fronteggiare, suo malgrado, durante le sue peripezie notturne.
Uno degli aspetti positivi dell’anime è la sua capacità di fondere comicità, gag semplici ma efficaci, con momenti drammatici e di grande azione, il tutto condito da una velata sensualità che le tre ragazze diffondono semplicemente con la loro presenza.

Ottima la colonna sonora, decisamente belle le animazioni — ancora oggi di tutto rispetto — capaci di rendere al meglio sia le situazioni statiche che quelle dinamiche, sia quando lo scenario è una grande metropoli fredda, buia e artificialmente illuminata, sia quando si tratta di una baita di montagna o di calde spiagge tropicali.

In definitiva, uno dei migliori titoli di quel periodo, che ancora oggi riscuote un successo incredibile.