Nuovo appuntamento con la rubrica dedicata alle recensioni su drama e live action, realizzate degli utenti di AnimeClick.it.
Se volete farne parte anche voi... rimboccatevi le maniche e recensite!
Ricordiamo che questa rubrica non vuole essere un modo per giudicare in maniera perentoria i titoli in esame, ma un semplice contesto in cui proporre delle analisi che forniscano, indipendentemente dal loro voto finale, spunti interessanti per la nascita di discussioni, si auspica, costruttive per l'utenza.
Per saperne di più continuate a leggere.
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Ricordiamo che questa rubrica non vuole essere un modo per giudicare in maniera perentoria i titoli in esame, ma un semplice contesto in cui proporre delle analisi che forniscano, indipendentemente dal loro voto finale, spunti interessanti per la nascita di discussioni, si auspica, costruttive per l'utenza.
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Meeting Dr. Sun
9.0/10
Lefty è un liceale di Taipei in arretrato con la retta scolastica. Per rimediare i soldi necessari escogita un piano ingegnoso per rubare dalla scuola una vecchia statua in acciaio di Sun Yat‑sen (padre della Cina moderna) abbandonata in un magazzino. Fiancheggiato da tre compagni nelle sue stesse condizioni, è tutto intento a studiare il colpo nei minimi particolari, quando accidentalmente trova un quaderno smarrito che gli rivela il piano segreto di un altro studente che ha avuto la sua stessa idea. Tra i due, spalleggiati dai rispettivi gruppetti di compagni, si scatenerà un duello senza esclusione di colpi.
In prima visione europea, il 17° Far East Film Festival presenta l’ultima fatica del regista, sceneggiatore e produttore Yee Chih‑yen che, a tredici anni di distanza dal suo ultimo film per il cinema Incrocio d’amore (Blue Gate Crossing), riprende il filo della tematica giovanile allargando la prospettiva sulla questione sociale della disuguaglianza economica.
Il regista descrive, in tono faceto ma con un fondo di mestizia, le condizioni disagiate di un gruppo di ragazzi che appartengono a una generazione ormai priva di pastoie ideologiche e di impegno politico, ma che diventano loro malgrado gli (anti)eroi capaci di riportare in auge un vecchio simbolo della rivoluzione ormai obliato come Sun Yat‑sen, liberandolo dalle ragnatele del dimenticatoio e facendolo scorrazzare per le vie del centro di Taipei.
Ai tempi della legge marziale di Chiang Kai‑shek, le effigi di quest’ultimo e di Sun Yat‑sen erano presenti praticamente ovunque, a testimoniare l’egemonia politica che si estendeva in ogni angolo del suolo cinese. Ma dopo il processo di democratizzazione di Taiwan, queste figure mitizzate dal Kuomintang sono diventate obsolete reminiscenze di un passato remoto, ferri vecchi da riciclare.
I ragazzi protagonisti di Meeting Dr. Sun, nati nell’era post‑legge marziale, non hanno mai conosciuto la repressione politica; tuttavia sono costretti a una presa di posizione e a una riflessione sulla propria condizione proprio a causa delle ristrettezze economiche.
Così la loro attenzione per la statua impolverata del Dottor Sun è dettata prima di tutto da motivazioni meramente materiali, ma in controluce si intravede un sotto‑testo affatto banale e una rivalutazione dei suoi ideali rivoluzionari di redistribuzione della ricchezza.
Il film non si sbilancia in critiche dirette al sistema: semplicemente invita a meditare sui poveri che sono da sempre poveri e saranno sempre più poveri. E poi c’è la battuta ricorrente del protagonista, che da sola dice molto sull’argomento in tono canzonatorio: “Mi chiamo Lefty, come quelli di sinistra!”.
La comica contesa fra i due gruppi di adolescenti termina nell’aula scolastica, dove i ragazzi — costretti a scrivere un’autocritica sull’accaduto e sulle motivazioni che li hanno spinti — finiscono per contendersi il ruolo di più squattrinato, andando a ritroso per generazioni nelle loro rispettive famiglie indigenti.
La reazione del pubblico in sala è stata a dir poco entusiastica, trascinata dalla contagiosa simpatia dei protagonisti e da un intreccio brillante e coinvolgente. L’ora e mezza di proiezione vola via sulle note reinterpretate, in maniera originale e leggera, de “La Primavera” di Vivaldi, colonna sonora ideale per un film di ambientazione giovanile.
Ci sono voluti anni di preparazione e ricerca per la scelta del cast e per la scrittura della sceneggiatura, ma bisogna riconoscere un lavoro di grande qualità nell’intreccio. Il ritratto dei giovani di Taipei è puntuale e meticoloso, e più o meno tutti i giovani attori risultano all’altezza del loro ruolo, con interpretazioni naturali e convincenti che emanano simpatia e complicità nello spettatore, il quale si ritrova completamente dalla loro parte.
L’interprete principale ha anche ricevuto un premio AFA (Asian Film Award) come miglior attore emergente.
Attraverso le loro irresistibili avventure metropolitane filtra una forte carica simbolica e una lettura politica non troppo esplicita ma fortemente ironica, sottile e irriverente. Il padre della patria, Sun Yat‑sen — la cui immagine è tuttora stampata sulle banconote taiwanesi — che all’inizio del film è confinato in un polveroso scantinato, alla fine viene ritrovato in una centralissima via dell’opulento quartiere di Ximending (una sorta di Akihabara di Taipei). Una circostanza che dona all’incauta bravata dei personaggi un significato profondo su cui riflettere.
In prima visione europea, il 17° Far East Film Festival presenta l’ultima fatica del regista, sceneggiatore e produttore Yee Chih‑yen che, a tredici anni di distanza dal suo ultimo film per il cinema Incrocio d’amore (Blue Gate Crossing), riprende il filo della tematica giovanile allargando la prospettiva sulla questione sociale della disuguaglianza economica.
Il regista descrive, in tono faceto ma con un fondo di mestizia, le condizioni disagiate di un gruppo di ragazzi che appartengono a una generazione ormai priva di pastoie ideologiche e di impegno politico, ma che diventano loro malgrado gli (anti)eroi capaci di riportare in auge un vecchio simbolo della rivoluzione ormai obliato come Sun Yat‑sen, liberandolo dalle ragnatele del dimenticatoio e facendolo scorrazzare per le vie del centro di Taipei.
Ai tempi della legge marziale di Chiang Kai‑shek, le effigi di quest’ultimo e di Sun Yat‑sen erano presenti praticamente ovunque, a testimoniare l’egemonia politica che si estendeva in ogni angolo del suolo cinese. Ma dopo il processo di democratizzazione di Taiwan, queste figure mitizzate dal Kuomintang sono diventate obsolete reminiscenze di un passato remoto, ferri vecchi da riciclare.
I ragazzi protagonisti di Meeting Dr. Sun, nati nell’era post‑legge marziale, non hanno mai conosciuto la repressione politica; tuttavia sono costretti a una presa di posizione e a una riflessione sulla propria condizione proprio a causa delle ristrettezze economiche.
Così la loro attenzione per la statua impolverata del Dottor Sun è dettata prima di tutto da motivazioni meramente materiali, ma in controluce si intravede un sotto‑testo affatto banale e una rivalutazione dei suoi ideali rivoluzionari di redistribuzione della ricchezza.
Il film non si sbilancia in critiche dirette al sistema: semplicemente invita a meditare sui poveri che sono da sempre poveri e saranno sempre più poveri. E poi c’è la battuta ricorrente del protagonista, che da sola dice molto sull’argomento in tono canzonatorio: “Mi chiamo Lefty, come quelli di sinistra!”.
La comica contesa fra i due gruppi di adolescenti termina nell’aula scolastica, dove i ragazzi — costretti a scrivere un’autocritica sull’accaduto e sulle motivazioni che li hanno spinti — finiscono per contendersi il ruolo di più squattrinato, andando a ritroso per generazioni nelle loro rispettive famiglie indigenti.
La reazione del pubblico in sala è stata a dir poco entusiastica, trascinata dalla contagiosa simpatia dei protagonisti e da un intreccio brillante e coinvolgente. L’ora e mezza di proiezione vola via sulle note reinterpretate, in maniera originale e leggera, de “La Primavera” di Vivaldi, colonna sonora ideale per un film di ambientazione giovanile.
Ci sono voluti anni di preparazione e ricerca per la scelta del cast e per la scrittura della sceneggiatura, ma bisogna riconoscere un lavoro di grande qualità nell’intreccio. Il ritratto dei giovani di Taipei è puntuale e meticoloso, e più o meno tutti i giovani attori risultano all’altezza del loro ruolo, con interpretazioni naturali e convincenti che emanano simpatia e complicità nello spettatore, il quale si ritrova completamente dalla loro parte.
L’interprete principale ha anche ricevuto un premio AFA (Asian Film Award) come miglior attore emergente.
Attraverso le loro irresistibili avventure metropolitane filtra una forte carica simbolica e una lettura politica non troppo esplicita ma fortemente ironica, sottile e irriverente. Il padre della patria, Sun Yat‑sen — la cui immagine è tuttora stampata sulle banconote taiwanesi — che all’inizio del film è confinato in un polveroso scantinato, alla fine viene ritrovato in una centralissima via dell’opulento quartiere di Ximending (una sorta di Akihabara di Taipei). Una circostanza che dona all’incauta bravata dei personaggi un significato profondo su cui riflettere.
Prima della recensione è necessaria una premessa: questa pellicola non va guardata come una fedele trasposizione con attori in carne e ossa di “Dragon Ball”, quanto piuttosto come un action movie a basso costo dai retrogusti orientali che s’ispira vagamente al manga di Akira Toriyama. Se lo si vede sotto quest’ottica il film può piacere, altrimenti difficilmente.
“Cos’è, una scusa per giustificare qualcosa che con ‘Dragon Ball’ non c’entra una virgola?” potreste pensare. “A questo punto allora diciamo la stessa cosa di ‘Dragonball Evolution’”.
Si potrebbe, ma riguardo a quest’ultimo personalmente ho faticato a dargli un senso, sia associandolo al manga sia guardandolo come film a sé stante. Non mi ha detto nulla.
“Dragon Ball – The Magic Begins”, diversamente dal lungometraggio hollywoodiano, è un filmetto senza tante pretese. Eppure questo B‑movie made in Taiwan, nella sua ingenuità, ha un’anima. Certo, a volte quest’ingenuità fa sorridere; complici anche alcune scene che, volontariamente o meno, sfociano nel comico, soprattutto quando il comico non è previsto (potrete scorgere con un po’ di attenzione cavi vaganti che sorreggono i personaggi mentre volano oppure cadaveri che si muovono).
E per molti, abituati alle produzioni odierne, può essere difficile passare sopra ai rudimentali effetti speciali e ai costumi pacchiani degli antagonisti, che ricordano l’epoca d’oro dei “Power Ranger”.
Nondimeno — e in parte anche per questo — “The Magic Begins” sa distinguersi. E nonostante la trama non sia del tutto fedele alla storia del manga, che risulta quasi impossibile racchiudere in un unico film, si percepisce nella pellicola lo stesso spirito umoristico e disinvolto presente nella prima serie di “Dragon Ball”.
Gli attori stessi sono delle macchiette e incarnano bene il lato caricaturale dei personaggi che rappresentano.
Non me la sento dunque di disprezzare questo titolo, che mi infonde una certa tenerezza e simpatia. È un film che non ha mai avuto la pretesa di diventare un cult, e che va guardato tenendo conto dei mezzi a disposizione e del contesto culturale dell’epoca.
Se avete abbastanza fegato da arrischiarvi in un live‑action di fattura taiwanese dei primi anni ’90, allora reperitevi “Dragon Ball – The Magic Begins” e dategli una chance.
Può darsi che questo dimenticato esempio di cinema trash asiatico non vi sembrerà così malvagio e, perché no, potrebbe persino piacervi.
“Cos’è, una scusa per giustificare qualcosa che con ‘Dragon Ball’ non c’entra una virgola?” potreste pensare. “A questo punto allora diciamo la stessa cosa di ‘Dragonball Evolution’”.
Si potrebbe, ma riguardo a quest’ultimo personalmente ho faticato a dargli un senso, sia associandolo al manga sia guardandolo come film a sé stante. Non mi ha detto nulla.
“Dragon Ball – The Magic Begins”, diversamente dal lungometraggio hollywoodiano, è un filmetto senza tante pretese. Eppure questo B‑movie made in Taiwan, nella sua ingenuità, ha un’anima. Certo, a volte quest’ingenuità fa sorridere; complici anche alcune scene che, volontariamente o meno, sfociano nel comico, soprattutto quando il comico non è previsto (potrete scorgere con un po’ di attenzione cavi vaganti che sorreggono i personaggi mentre volano oppure cadaveri che si muovono).
E per molti, abituati alle produzioni odierne, può essere difficile passare sopra ai rudimentali effetti speciali e ai costumi pacchiani degli antagonisti, che ricordano l’epoca d’oro dei “Power Ranger”.
Nondimeno — e in parte anche per questo — “The Magic Begins” sa distinguersi. E nonostante la trama non sia del tutto fedele alla storia del manga, che risulta quasi impossibile racchiudere in un unico film, si percepisce nella pellicola lo stesso spirito umoristico e disinvolto presente nella prima serie di “Dragon Ball”.
Gli attori stessi sono delle macchiette e incarnano bene il lato caricaturale dei personaggi che rappresentano.
Non me la sento dunque di disprezzare questo titolo, che mi infonde una certa tenerezza e simpatia. È un film che non ha mai avuto la pretesa di diventare un cult, e che va guardato tenendo conto dei mezzi a disposizione e del contesto culturale dell’epoca.
Se avete abbastanza fegato da arrischiarvi in un live‑action di fattura taiwanese dei primi anni ’90, allora reperitevi “Dragon Ball – The Magic Begins” e dategli una chance.
Può darsi che questo dimenticato esempio di cinema trash asiatico non vi sembrerà così malvagio e, perché no, potrebbe persino piacervi.
Amour-Legende
7.0/10
In un’isola remota del Sud America, due amanti in fuga da Taiwan e dal fallimento dei rispettivi matrimoni si trovano proiettati in uno scenario surreale: la portiera della macchina presa a nolo s’inceppa, lasciandoli chiusi fuori nel mezzo di un anomalo deserto, dove degli scoiattoli sembrano voler porre fine alla propria vita consegnandosi alle ruote dei veicoli.
La donna si allontana per un tempo apparentemente breve (ma, come si scoprirà, decisivo) alla ricerca di aiuto, quand’ecco che gli ingranaggi della storia si scompaginano, assieme alla memoria di Ōshima.
In stato di amnesia e privo di passaporto e carte di credito, l’uomo si ritrova accanto una donna poliglotta che si presenta come Coco, offrendosi di aiutarlo a ritrovare la sua partner scomparsa, May, con la quale egli si sarebbe dovuto dirigere verso la montagna innevata.
Almeno, questa è la versione dei fatti presentata da Coco, le cui parole — presto contraddette da lei stessa — restano avvolte da un’ambiguità di fondo. Col passare del tempo, i dubbi sull’identità di Coco e su quella di May, nonché sulla natura del legame tra le due, sconvolgono l’equilibrio di Ōshima.
Lo stile narrativo è decisamente ellittico, pieno di vuoti e scarso di appigli utili alla ricostruzione lineare del racconto: la storia viene ripresa più volte, con un andamento ricorsivo.
Attraverso variazioni di sottili dettagli, secondo una modalità a tratti allucinatoria, nello spettatore s’insinua precocemente il dubbio sullo statuto di realtà dell’intera vicenda.
La complessità psicologica della trama e del modo di raccontarla — attraverso serie di ricordi che differiscono per minuzie quasi poliziesche — richiama esempi letterari come “La lettera rubata” di E. A. Poe.
Altri momenti, come la vicenda paradossale degli scoiattoli suicidi o il finale fantasmatico (di cui nulla anticipiamo), non lasciano dubbi sull’appartenenza della storia a un filone prettamente onirico.
La componente fantastica non mette tuttavia in secondo piano l’impalcatura solida dei dialoghi, funzionali alla struttura intricata della fabula.
È proprio il prevalere dell’intreccio, la sapienza registica con cui vengono presentati gli avvenimenti, a far dubitare del loro carattere di ricordi, facendoli apparire come borgesiane finzioni.
L’amnesia diventa così occasione per una ricostruzione della realtà dal valore di verità ambiguo: il passato evanescente permette a May il gioco — estremamente crudele, forse soprattutto verso sé stessa — di mescolare le carte della verità.
Quando la perdita di memoria cancella la realtà, il racconto e la finzione possono prenderne il posto.
Il medium cinematografico, con la sua sovrapposizione di immagini simile al procedimento onirico, dà qui il suo meglio: ogni riavvolgimento della bobina del tempo, ogni cambio di scena, riscrive gli eventi, ricostruisce i ricordi, accelera il normale processo di alterazione della memoria.
La stessa amnesia di Ōshima può avere due letture, entrambe legittime:
– come artificio cinematografico che mostra in due ore ciò che nella vita accade alla memoria;
– oppure come strategia esistenziale dei protagonisti, entrambi intenzionati a “giocare sporco”, riportando la relazione al “grado zero”, illudendosi di purificarla, rinnovarla o cancellarla.
Il senso di colpa di Ōshima, il non sentirsi amata in maniera esclusiva da parte di May: entrambi sconteranno il fallimento di questa operazione.
Neppure la maledizione della montagna innevata al centro dell’isola può cancellare ciò che è più profondo della memoria: l’amore, con il suo portato di colpe, vergogne, gelosie, debolezze, inganni, ma anche con il suo nucleo inattaccabile di desiderio e tenerezza, immune a qualsiasi rimescolamento del tempo e a qualsiasi distanza, fosse anche quella di “ottocento milioni di anni luce”.
La sensazione finale è quella di un ritratto amaro dei personaggi principali e dei comprimari, le cui vite sembrano destinate a un’irrimediabile solitudine, adombrata anche nel nome di Ōshima (“grande isola” in giapponese), cui nessun inganno, per quanto sapientemente orchestrato, può porre rimedio.
Yōsuke Kubozuka, ex modello visto in “Himizu” e “Genji monogatari: Sennen no nazo”, offre un’interpretazione convincente.
Estremamente espressiva Rachel Ngan, capace di rendere la perturbante personalità di May.
Difficoltà — oltre che recitative — emergono però dal pastiche linguistico della sceneggiatura: inglese, giapponese, taiwanese e spagnolo si alternano in modo disordinato, restituendo talvolta un’impressione di artificiosità.
Non sempre è chiaro se la scelta linguistica di Coco serva ad avvicinarsi a Ōshima (usando il giapponese) o a mascherarsi (preferendo mandarino o inglese). La pronuncia e la velocità dell’eloquio della Ngan risultano talvolta inadeguate, anche considerando che la varietà linguistica avrebbe dovuto rendere l’incomunicabilità.
La scenografia, affascinante sul piano naturalistico, è sorprendentemente “girata in casa”: l’esotica “Bomba del Corazon”, ai confini del Sud America, è in realtà resa dal paesaggio taiwanese.
Il comparto audio sottolinea con misura il tono drammatico della vicenda.
In ultima analisi, il regista Wu Mi‑sen, reduce da “Fluffy Rhapsody” e “Drop Me a Cat”, ripropone un film onirico e ipnotico, in cui la frammentazione del linguaggio cinematografico corrisponde a quella dell’identità dei personaggi.
La parola diventa strumento d’inganno, disorientamento e straniamento culturale, consumato in un paesaggio ai limiti dell’immaginario: un’isola che “potrebbe non esistere”.
Proprio per il suo carattere estremamente sperimentale, il film — risalente al 2006 — è approdato alla distribuzione commerciale solo un anno dopo essere stato ultimato, e la sua diffusione all’estero non è stata semplice, pur trovando spazio in alcune kermesse europee e americane, come il San Francisco International Film Festival.
La donna si allontana per un tempo apparentemente breve (ma, come si scoprirà, decisivo) alla ricerca di aiuto, quand’ecco che gli ingranaggi della storia si scompaginano, assieme alla memoria di Ōshima.
In stato di amnesia e privo di passaporto e carte di credito, l’uomo si ritrova accanto una donna poliglotta che si presenta come Coco, offrendosi di aiutarlo a ritrovare la sua partner scomparsa, May, con la quale egli si sarebbe dovuto dirigere verso la montagna innevata.
Almeno, questa è la versione dei fatti presentata da Coco, le cui parole — presto contraddette da lei stessa — restano avvolte da un’ambiguità di fondo. Col passare del tempo, i dubbi sull’identità di Coco e su quella di May, nonché sulla natura del legame tra le due, sconvolgono l’equilibrio di Ōshima.
Lo stile narrativo è decisamente ellittico, pieno di vuoti e scarso di appigli utili alla ricostruzione lineare del racconto: la storia viene ripresa più volte, con un andamento ricorsivo.
Attraverso variazioni di sottili dettagli, secondo una modalità a tratti allucinatoria, nello spettatore s’insinua precocemente il dubbio sullo statuto di realtà dell’intera vicenda.
La complessità psicologica della trama e del modo di raccontarla — attraverso serie di ricordi che differiscono per minuzie quasi poliziesche — richiama esempi letterari come “La lettera rubata” di E. A. Poe.
Altri momenti, come la vicenda paradossale degli scoiattoli suicidi o il finale fantasmatico (di cui nulla anticipiamo), non lasciano dubbi sull’appartenenza della storia a un filone prettamente onirico.
La componente fantastica non mette tuttavia in secondo piano l’impalcatura solida dei dialoghi, funzionali alla struttura intricata della fabula.
È proprio il prevalere dell’intreccio, la sapienza registica con cui vengono presentati gli avvenimenti, a far dubitare del loro carattere di ricordi, facendoli apparire come borgesiane finzioni.
L’amnesia diventa così occasione per una ricostruzione della realtà dal valore di verità ambiguo: il passato evanescente permette a May il gioco — estremamente crudele, forse soprattutto verso sé stessa — di mescolare le carte della verità.
Quando la perdita di memoria cancella la realtà, il racconto e la finzione possono prenderne il posto.
Il medium cinematografico, con la sua sovrapposizione di immagini simile al procedimento onirico, dà qui il suo meglio: ogni riavvolgimento della bobina del tempo, ogni cambio di scena, riscrive gli eventi, ricostruisce i ricordi, accelera il normale processo di alterazione della memoria.
La stessa amnesia di Ōshima può avere due letture, entrambe legittime:
– come artificio cinematografico che mostra in due ore ciò che nella vita accade alla memoria;
– oppure come strategia esistenziale dei protagonisti, entrambi intenzionati a “giocare sporco”, riportando la relazione al “grado zero”, illudendosi di purificarla, rinnovarla o cancellarla.
Il senso di colpa di Ōshima, il non sentirsi amata in maniera esclusiva da parte di May: entrambi sconteranno il fallimento di questa operazione.
Neppure la maledizione della montagna innevata al centro dell’isola può cancellare ciò che è più profondo della memoria: l’amore, con il suo portato di colpe, vergogne, gelosie, debolezze, inganni, ma anche con il suo nucleo inattaccabile di desiderio e tenerezza, immune a qualsiasi rimescolamento del tempo e a qualsiasi distanza, fosse anche quella di “ottocento milioni di anni luce”.
La sensazione finale è quella di un ritratto amaro dei personaggi principali e dei comprimari, le cui vite sembrano destinate a un’irrimediabile solitudine, adombrata anche nel nome di Ōshima (“grande isola” in giapponese), cui nessun inganno, per quanto sapientemente orchestrato, può porre rimedio.
Yōsuke Kubozuka, ex modello visto in “Himizu” e “Genji monogatari: Sennen no nazo”, offre un’interpretazione convincente.
Estremamente espressiva Rachel Ngan, capace di rendere la perturbante personalità di May.
Difficoltà — oltre che recitative — emergono però dal pastiche linguistico della sceneggiatura: inglese, giapponese, taiwanese e spagnolo si alternano in modo disordinato, restituendo talvolta un’impressione di artificiosità.
Non sempre è chiaro se la scelta linguistica di Coco serva ad avvicinarsi a Ōshima (usando il giapponese) o a mascherarsi (preferendo mandarino o inglese). La pronuncia e la velocità dell’eloquio della Ngan risultano talvolta inadeguate, anche considerando che la varietà linguistica avrebbe dovuto rendere l’incomunicabilità.
La scenografia, affascinante sul piano naturalistico, è sorprendentemente “girata in casa”: l’esotica “Bomba del Corazon”, ai confini del Sud America, è in realtà resa dal paesaggio taiwanese.
Il comparto audio sottolinea con misura il tono drammatico della vicenda.
In ultima analisi, il regista Wu Mi‑sen, reduce da “Fluffy Rhapsody” e “Drop Me a Cat”, ripropone un film onirico e ipnotico, in cui la frammentazione del linguaggio cinematografico corrisponde a quella dell’identità dei personaggi.
La parola diventa strumento d’inganno, disorientamento e straniamento culturale, consumato in un paesaggio ai limiti dell’immaginario: un’isola che “potrebbe non esistere”.
Proprio per il suo carattere estremamente sperimentale, il film — risalente al 2006 — è approdato alla distribuzione commerciale solo un anno dopo essere stato ultimato, e la sua diffusione all’estero non è stata semplice, pur trovando spazio in alcune kermesse europee e americane, come il San Francisco International Film Festival.
I prezzi indicati sono stati rilevati alle 20:00 del 29/10/2026.
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