Nuovo appuntamento con la rubrica dedicata alle recensioni su anime e manga, realizzate degli utenti di AnimeClick.it.
Se volete farne parte anche voi... rimboccatevi le maniche e recensite!
Ricordiamo che questa rubrica non vuole essere un modo per giudicare in maniera perentoria i titoli in esame, ma un semplice contesto in cui proporre delle analisi che forniscano, indipendentemente dal loro voto finale, spunti interessanti per la nascita di discussioni, si auspica, costruttive per l'utenza.
Per saperne di più continuate a leggere.
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Suzume
8.0/10
Da grande fan di Makoto Shinkai, non potevo esimermi dal recensire la sua ultima fatica, “Suzume”, film uscito nelle sale cinematografiche giapponesi nel 2022 e che, a maggior ragione dopo la visione, rimpiango di non aver visto al cinema, per un mio solito eccesso di pigrizia e negligenza.
Realizzato con gran parte dello stesso staff tecnico e artistico che aveva lavorato alle precedenti pellicole, “Your Name.” e “Weathering With You” su tutte, il film è stato un enorme successo commerciale in patria e all'estero, in particolare in Estremo Oriente, dove ha fatto registrare alcuni record ai botteghini di Cina e Corea del Sud. Inoltre, l’opera è stata tra le candidate per la vittoria del premio come miglior film d’animazione (2023) e dell’Orso d’oro (2024). Tutte informazioni che mi hanno lasciato considerevolmente stupito, perché, nonostante io ritenga Makoto Shinkai uno dei migliori registi nipponici in attività, credevo stupidamente che il precedente e tanto discusso “Your Name.” avesse in qualche modo inficiato la sua carriera o la fama delle sue opere. Per fortuna, così non è stato.
Suzume è una studentessa diciassettenne che ha perso i genitori in tenera età e, da diversi anni, vive con la zia in un piccolo paesino del Kyūshū. Un giorno, incontra un giovane viaggiatore di nome Sōta, che le chiede indicazioni per raggiungere una vecchia stazione termale abbandonata e una misteriosa "porta". Affascinata dal giovane, decide di seguirlo e finisce inavvertitamente con l'aprire proprio la porta da lui menzionata, la cui apertura, però, secondo la leggenda, è causa di innumerevoli disastri. Successivamente, Suzume si ritrova a raccogliere una pietra che nelle sue mani si tramuta in un gattino che scappa via. Prima che accada l'irreparabile, lei e Sōta riescono a richiudere la porta scongiurando il peggio e Suzume apprende come Sōta sia in viaggio lungo tutto il Giappone proprio per chiudere questi portali e prevenire disastri naturali di portata nazionale. Tuttavia, proprio nel momento in cui Suzume e Sōta stanno facendo conoscenza, appare il gattino (Daijin), che tramuta Sōta in una sedia per bambini - con sole tre gambe - e poi fugge via. Inizia così l'inseguimento di Suzume e Sōta-sedia al gatto, in un viaggio che porterà i due lungo tutto il Giappone.
Conoscendo molto bene quel vecchio volpone di Shinkai, ero certo che uno dei fili conduttori della trama sarebbe stato l’amore tra i due protagonisti. Immaginatevi dunque lo sconcerto, mio e, credo, di tanti altri spettatori, quando Sōta si trasforma in una grottesca sedia per bambini a tre gambe. In quel preciso istante, ho pensato che il film non potesse funzionare, sotto diversi aspetti, ma alla fine mi sono dovuto ricredere. La storia d’amore tra Suzume e Sōta non è nulla di nuovo: lei si innamora a prima vista di lui, che conoscendola meglio finisce per innamorarsi a sua volta - scusate il tremendo spoiler. Suzume si è chiaramente infatuata di un sedicente ragazzo dai capelli lunghi, eppure continua a stargli accanto, un po’ per obbligo, un po’ per piacere, anche quando perde le sue fattezze umane, a riprova del fatto che la bellezza va cercata dentro le persone e mai fuori. Nonostante l’amore sia uno dei temi portanti del film di Shinkai, a cui il regista ha deciso, stranamente, di concedere un finale diverso da quelli canonici, non mi sento, però, di definire “Suzume” una storia romantica. Sostanzialmente, di romanticismo ce n’è veramente poco, almeno nei termini in cui lo intendo io, e questo, a mio modesto parere, non permette di vivere con pieno coinvolgimento la storia d’amore tra i due protagonisti. Sulla parte sentimentale, di fatto, prevale nettamente quella fantasy. In “Suzume”, così come in “Your Name.”, Shinkai dà sfogo alla sua mente brillante e geniale, conferendo così alla pellicola un’impronta fantastica degna dei fratelli Duffer. Per quanto mi riguarda, il verme rosso è un chiaro riferimento a “Stranger Things” e, da amante della serie Netflix, l’ho apprezzato tantissimo.
Romanticismo e fantasy sono le due componenti fondamentali del viaggio d’avventura dei due protagonisti, ma che, a conti fatti, è soprattutto il viaggio di Suzume. Un viaggio alla scoperta di sé stessi, della propria identità, che implica un duro confronto con il passato, perché senza di esso non può esserci futuro. Un viaggio di formazione, durante il quale la cosa veramente importante è costruire nuovi legami e rafforzare i vecchi. Non nego, infatti, che le mie scene preferite siano quelle in cui Suzume conosce nuove persone, Chika e Rumi su tutte, che la aiutano e la sostengono pur conoscendola appena, a conferma del fatto che, come sosteneva Jonathan Swift, sono le persone a poter cambiare il mondo.
Questi elementi, abbelliti, come da consuetudine, dal lavoro magistrale tanto del comparto tecnico quanto del comparto musicale, contribuiscono a rendere “Suzume” una visione estremamente piacevole.
Realizzato con gran parte dello stesso staff tecnico e artistico che aveva lavorato alle precedenti pellicole, “Your Name.” e “Weathering With You” su tutte, il film è stato un enorme successo commerciale in patria e all'estero, in particolare in Estremo Oriente, dove ha fatto registrare alcuni record ai botteghini di Cina e Corea del Sud. Inoltre, l’opera è stata tra le candidate per la vittoria del premio come miglior film d’animazione (2023) e dell’Orso d’oro (2024). Tutte informazioni che mi hanno lasciato considerevolmente stupito, perché, nonostante io ritenga Makoto Shinkai uno dei migliori registi nipponici in attività, credevo stupidamente che il precedente e tanto discusso “Your Name.” avesse in qualche modo inficiato la sua carriera o la fama delle sue opere. Per fortuna, così non è stato.
Suzume è una studentessa diciassettenne che ha perso i genitori in tenera età e, da diversi anni, vive con la zia in un piccolo paesino del Kyūshū. Un giorno, incontra un giovane viaggiatore di nome Sōta, che le chiede indicazioni per raggiungere una vecchia stazione termale abbandonata e una misteriosa "porta". Affascinata dal giovane, decide di seguirlo e finisce inavvertitamente con l'aprire proprio la porta da lui menzionata, la cui apertura, però, secondo la leggenda, è causa di innumerevoli disastri. Successivamente, Suzume si ritrova a raccogliere una pietra che nelle sue mani si tramuta in un gattino che scappa via. Prima che accada l'irreparabile, lei e Sōta riescono a richiudere la porta scongiurando il peggio e Suzume apprende come Sōta sia in viaggio lungo tutto il Giappone proprio per chiudere questi portali e prevenire disastri naturali di portata nazionale. Tuttavia, proprio nel momento in cui Suzume e Sōta stanno facendo conoscenza, appare il gattino (Daijin), che tramuta Sōta in una sedia per bambini - con sole tre gambe - e poi fugge via. Inizia così l'inseguimento di Suzume e Sōta-sedia al gatto, in un viaggio che porterà i due lungo tutto il Giappone.
Conoscendo molto bene quel vecchio volpone di Shinkai, ero certo che uno dei fili conduttori della trama sarebbe stato l’amore tra i due protagonisti. Immaginatevi dunque lo sconcerto, mio e, credo, di tanti altri spettatori, quando Sōta si trasforma in una grottesca sedia per bambini a tre gambe. In quel preciso istante, ho pensato che il film non potesse funzionare, sotto diversi aspetti, ma alla fine mi sono dovuto ricredere. La storia d’amore tra Suzume e Sōta non è nulla di nuovo: lei si innamora a prima vista di lui, che conoscendola meglio finisce per innamorarsi a sua volta - scusate il tremendo spoiler. Suzume si è chiaramente infatuata di un sedicente ragazzo dai capelli lunghi, eppure continua a stargli accanto, un po’ per obbligo, un po’ per piacere, anche quando perde le sue fattezze umane, a riprova del fatto che la bellezza va cercata dentro le persone e mai fuori. Nonostante l’amore sia uno dei temi portanti del film di Shinkai, a cui il regista ha deciso, stranamente, di concedere un finale diverso da quelli canonici, non mi sento, però, di definire “Suzume” una storia romantica. Sostanzialmente, di romanticismo ce n’è veramente poco, almeno nei termini in cui lo intendo io, e questo, a mio modesto parere, non permette di vivere con pieno coinvolgimento la storia d’amore tra i due protagonisti. Sulla parte sentimentale, di fatto, prevale nettamente quella fantasy. In “Suzume”, così come in “Your Name.”, Shinkai dà sfogo alla sua mente brillante e geniale, conferendo così alla pellicola un’impronta fantastica degna dei fratelli Duffer. Per quanto mi riguarda, il verme rosso è un chiaro riferimento a “Stranger Things” e, da amante della serie Netflix, l’ho apprezzato tantissimo.
Romanticismo e fantasy sono le due componenti fondamentali del viaggio d’avventura dei due protagonisti, ma che, a conti fatti, è soprattutto il viaggio di Suzume. Un viaggio alla scoperta di sé stessi, della propria identità, che implica un duro confronto con il passato, perché senza di esso non può esserci futuro. Un viaggio di formazione, durante il quale la cosa veramente importante è costruire nuovi legami e rafforzare i vecchi. Non nego, infatti, che le mie scene preferite siano quelle in cui Suzume conosce nuove persone, Chika e Rumi su tutte, che la aiutano e la sostengono pur conoscendola appena, a conferma del fatto che, come sosteneva Jonathan Swift, sono le persone a poter cambiare il mondo.
Questi elementi, abbelliti, come da consuetudine, dal lavoro magistrale tanto del comparto tecnico quanto del comparto musicale, contribuiscono a rendere “Suzume” una visione estremamente piacevole.
Dareka no Manazashi
8.0/10
Con la visione di questo cortometraggio si rafforza la mia convinzione personale che Shinkai renda al meglio in opere corte.
Con estrema disinvoltura narrativa, in sette minuti il nostro autore è stato capace di toccare più temi importanti e di trasmetterci vari emozioni, prima fra tutte la malinconia.
Non voglio soffermarmi sui particolari della trama, quella la scoprirete, se ne avrete voglia, quando vi cimenterete nella visione. Tuttavia vorrei illustrare il percorso delle innumerevoli argomentazioni affrontate.
Tramite Aya, protagonista di questo corto, ripercorriamo i vari momenti della vita, affrontando tematiche molto care al pubblico e al nostro Shinkai: l'infanzia e la felicità spontanea che si prova a crescere in una famiglia amorevole; l'amore incondizionato che ci donano gli animali, anche quando noi esseri umani li trascuriamo un po'; il rapporto tra genitori e figli, nel bene e nel male; l'adolescenza, con i suoi conflitti e ribellioni; l'età matura, in cui si desidera rendersi autonomi, lasciare la propria famiglia per rendere tangibili i nostri sogni; la solitudine e la consapevolezza che i nostri obiettivi raggiunti possono non corrispondere esattamente alle nostre aspettative di partenza; la scarsa gratificazione lavorativa e personale; la difficoltà ad esprimere i propri sentimenti, a dire la verità e ad ammettere le nostre difficoltà a chi ci sta vicino.
Tutto questo gestito con accortezza, e grande sensibilità, in un breve lasso di tempo, e tecnicamente confezionato come solo Shinkai sa fare: cura e finezza nei dettagli, giochi di luci ormai facilmente riconoscibili, fondali caldi e luminosi, nonché un commento musicale che ben si sposa con grafica e contenuti.
Tuttavia, se devo cercare un difetto a questo lavoro, personalmente ho trovato la voce fuori campo a volte un po' troppo invasiva, e spesso non necessaria, considerato che già personaggi ed immagini parlavano da sole. Ho intuito che la voce narrante fosse da attribuire al gatto, Mii, appartenente alla famiglia, e la scelta è stata anche interessante, ma in certi casi, a parer mio, andava a rompere l'atmosfera creata.
Un corto consigliato a tutti, anche ai non amanti di questo autore. Una storia in cui difficilmente non ci si può non immedesimare, perché estremamente realistica. Queste fasi delle vita, e questi sentimenti e difficoltà, con le sue personali varianti, le abbiamo (o le stiamo) vissute tutti. Per questo motivo la visione genera rimpianto, malinconia e tristezza.
Pensate, ci evoca tutto questo subbuglio interiore, in poco meno di una manciata di minuti! Quanto, in fondo, siamo individui fragili! Perché? Perché tutti vorremmo essere felici come quando eravamo dei bambini protetti e amati incondizionatamente da mamma e papà (per chi ha avuto la fortuna di esserlo).
Ma tutto sommato, commenta la voce fuori campo alla fine, "la vera felicità è una cosa duratura".
Forse. Ma prima bisognerebbe chiedersi cosa per noi sia la "vera" felicità.
Con estrema disinvoltura narrativa, in sette minuti il nostro autore è stato capace di toccare più temi importanti e di trasmetterci vari emozioni, prima fra tutte la malinconia.
Non voglio soffermarmi sui particolari della trama, quella la scoprirete, se ne avrete voglia, quando vi cimenterete nella visione. Tuttavia vorrei illustrare il percorso delle innumerevoli argomentazioni affrontate.
Tramite Aya, protagonista di questo corto, ripercorriamo i vari momenti della vita, affrontando tematiche molto care al pubblico e al nostro Shinkai: l'infanzia e la felicità spontanea che si prova a crescere in una famiglia amorevole; l'amore incondizionato che ci donano gli animali, anche quando noi esseri umani li trascuriamo un po'; il rapporto tra genitori e figli, nel bene e nel male; l'adolescenza, con i suoi conflitti e ribellioni; l'età matura, in cui si desidera rendersi autonomi, lasciare la propria famiglia per rendere tangibili i nostri sogni; la solitudine e la consapevolezza che i nostri obiettivi raggiunti possono non corrispondere esattamente alle nostre aspettative di partenza; la scarsa gratificazione lavorativa e personale; la difficoltà ad esprimere i propri sentimenti, a dire la verità e ad ammettere le nostre difficoltà a chi ci sta vicino.
Tutto questo gestito con accortezza, e grande sensibilità, in un breve lasso di tempo, e tecnicamente confezionato come solo Shinkai sa fare: cura e finezza nei dettagli, giochi di luci ormai facilmente riconoscibili, fondali caldi e luminosi, nonché un commento musicale che ben si sposa con grafica e contenuti.
Tuttavia, se devo cercare un difetto a questo lavoro, personalmente ho trovato la voce fuori campo a volte un po' troppo invasiva, e spesso non necessaria, considerato che già personaggi ed immagini parlavano da sole. Ho intuito che la voce narrante fosse da attribuire al gatto, Mii, appartenente alla famiglia, e la scelta è stata anche interessante, ma in certi casi, a parer mio, andava a rompere l'atmosfera creata.
Un corto consigliato a tutti, anche ai non amanti di questo autore. Una storia in cui difficilmente non ci si può non immedesimare, perché estremamente realistica. Queste fasi delle vita, e questi sentimenti e difficoltà, con le sue personali varianti, le abbiamo (o le stiamo) vissute tutti. Per questo motivo la visione genera rimpianto, malinconia e tristezza.
Pensate, ci evoca tutto questo subbuglio interiore, in poco meno di una manciata di minuti! Quanto, in fondo, siamo individui fragili! Perché? Perché tutti vorremmo essere felici come quando eravamo dei bambini protetti e amati incondizionatamente da mamma e papà (per chi ha avuto la fortuna di esserlo).
Ma tutto sommato, commenta la voce fuori campo alla fine, "la vera felicità è una cosa duratura".
Forse. Ma prima bisognerebbe chiedersi cosa per noi sia la "vera" felicità.
Recensione di Nicola Scarfaldi Cancello
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Se il buongiorno si vede dal mattino, non potrò avere fiducia nella cinematografia di Shinkai.
E questa cosa mi fa male, perché avrei tutto l'interesse ad andare contro la massa.
In fondo, tutti desideriamo elevarci sopra gli altri e sentirci persone più illuminate (e chi dice il contrario, mente). Ciononostante, la mia onestà intellettuale e la mia obiettività non possono essere sacrificati, e quindi (se i prossimi film non migliorano) nel caso dovrò dargli ragione.
Questa cosa fa molto male.
"Oltre le nuvole, il luogo promessoci" è semplicemente un brutto film.
Non a livello tecnico, poiché so che i film di Shinkai sempre si sono contraddistinti per una qualità visiva molto alta. Era vero quando vidi "Il giardino delle parole", ed è vero sin da questo film a quanto pare. La "prova di forza" a livello estetico è notevole, e un esempio può essere la gestione delle luci nella metropolitana che appare all'inizio, con tanti piccoli bagliori che seguono le rifiniture di metallo dei portabagagli, spostandosi alla stessa velocità del treno.
A livello personale, non ho molto apprezzato i design dei protagonisti, ma per una mera questione di gusti.
Detto questo, tutto il resto, incluse le varie modalità in cui il suo racconto fa uso del media cinematografico, è pieno di problemi.
Possiamo percepirlo già solo provando a descrivere di cosa parli il film, poiché si rivelerebbe a noi una storia quantomeno confusa.
Ci troviamo in un'ucronia dove il Giappone è diviso in due nazioni separate, entrambe sul vertice di un nuovo conflitto. In questo scenario si staglia una torre bianca altissima che fa da tramite ad almeno due universi paralleli. Viene rivelato che gli universi paralleli sono i "sogni" dell'universo, e che sono in qualche modo legati ai sogni umani. Uno dei protagonisti, Sayuri Sawatari, ha un sogno ricorrente di un altro universo e, a un certo punto, si ritroverà a cadere in un sonno apparentemente eterno. Tale sonno la imprigionerà in un sogno dentro un universo parallelo, in cui riesce a comunicare con uno dei suoi amici d'infanzia solo tramite i sogni di quest'ultimo, e in cui chiederà di essere portata in volo sulla cima della torre per essere svegliata, richiamando alla memoria una vecchia promessa della loro infanzia. Questo atto è però grandemente ostacolato dai governi, poiché esso potrebbe portare a una sorta di collasso degli universi.
Dunque, non ci sarebbe nulla di male nel fare una storia complessa.
Il problema è che il film non è complesso, ma dà l'impressione di non avere le idee ben chiare su cosa voglia effettivamente raccontare. Esso sembra composto da tre storie piuttosto diverse, cucite insieme in modo alquanto grezzo, senza che siano davvero ben amalgamate tra loro, e senza che nessuna respiri per davvero.
In un primo momento, potrebbe quasi sembrare una storia su un ragazzo che rivede i luoghi della sua infanzia, e che la storia intenda esplorare con lui il ritorno e il viaggio verso questo fantomatico "luogo oltre le nubi". Dopo 40 minuti circa, vengono introdotti più approfonditamente gli elementi della torre tra gli universi e del sonno di Sayuri, ma ci sono anche ampie parentesi sull'evolvere della situazione geopolitica.
Quindi, semplificando, potremmo dire che ci sono tre storie diverse: una di riscoperta, una sorta di fiaba moderna su due universi paralleli, e una trama geopolitica su un Giappone diverso da come lo conosciamo. Tutte con elementi in comune, ma nessuna che viene esplorata davvero o che da l'impressione di funzionare per approfondire le altre.
Questo risultato è frutto di una scrittura insufficiente.
Prima di tutto, è molto facile che i primi 40 minuti non catturino l'interesse dello spettatore. Questo perché, al di là del ritmo lento (che non sarebbe un problema, di massima), essi non raccontano davvero niente. A parte darci qualche informazione di base, le quali potevano essere riassunte in un minutaggio ben inferiore, non contribuiscono né a caratterizzare più di tanto i personaggi, se non le informazioni di base anche in questo, né a creare efficacemente questo idillio rappresentato dalla natura incontaminata della montagna, che dovrebbe rendere potente il finale dell'opera, poiché è quello "il luogo promessoci" che scompare con il finire del sogno.
Finita questa parte, si capisce un po' di più di cosa effettivamente il film voglia parlare, ma permangono altri problemi.
Oltre un certo stordimento per la modalità eccessivamente sci-fi con cui viene spiegato il funzionamento della torre, il problema più evidente diviene che i personaggi non sono mai davvero caratterizzati. I tre protagonisti sono purtroppo dei personaggi molto blandi e piatti, di cui si sa davvero poco sul loro conto (praticamente, solo che erano amici, che usavano frammenti di droni distrutti per costruire un velivolo, la già citata promessa di raggiungere la cima della torre, e il fatto che Sayuri e Hiroki sono innamorati) e mai verranno approfonditi. Gli elementi che dovrebbero essere caratterizzanti, come il fatto che Hiroki suoni il violino, non lo sono mai per davvero e risultano fini a sé stessi: quindi, a un certo punto, risulta davvero difficile comprendere le scelte dei personaggi, come quando Takuya decide di non sparare a Hiroki, le cui motivazioni si fermano a dei generici "perché sono amici" e "perché la trama non andrebbe avanti".
Però, la cosa peggiore, è il minutaggio su pellicola mangiato dalla parte geopolitica, che viene resa in modo poco interessante, con dei dialoghi lunghi e poco brillanti e una "scena d'azione" abbastanza fine a sé stessa, ma soprattutto risulta fuori luogo per come è raccontata. Dovrebbe approfondire il contesto narrativo dell'opera, invece ha il risultato di dar fastidio perché il film non sembra voler parlare di quello.
Al di là di ciò, vorrei invece far notare che le scene effettivamente da storia romantica, come quella dove Hiroki e Sayuri si stringono la mano pur essendo su piani d'esistenza diversi, o il finale vero e proprio dell'opera, sono le uniche parti che posso dire di aver apprezzato.
Di Shinkai si dice che è troppo melodrammatico e che ricicla costantemente la stessa storia, ma per giudicare ciò dovrò vedere i prossimi film. Non vorrei ci trovassimo davanti a un autore che ha fatto questa scelta poiché, ogniqualvolta ha fatto qualcosa di diverso, ha creato delle opere con molti più problemi di quelle che l'hanno reso famoso.
Quindi, ciò che vorrei dire in conclusione è che io, in quanto utente, avrei preferito dieci volte di più trovarmi davanti una storia d'amore banale o mediocre, piuttosto che un mezzo disastro narrativo con dubbi d'identità, e che per tutta la durata mi ha fatto venire voglia di stendermi sulla tastiera e chiudere gli occhi per dormire, nella speranza di sognare un universo parallelo dove stavo guardando un film migliore.
E se scopro che altri film di Shinkai sono migliori, e che l'unico motivo per cui non li apprezzate è perché dovete fare gli snob e odiare il romanticismo, giuro che vengo nelle vostre case personalmente e vi disinstallo Adblock.
Auf wiedersehen.
P.S. Secondo voi, Shinkai, ha letto il ciclo della Torre Nera di Stephen King? No, perché è la prima cosa a cui ho pensato quando ho visto come funzionava quella torre.
E questa cosa mi fa male, perché avrei tutto l'interesse ad andare contro la massa.
In fondo, tutti desideriamo elevarci sopra gli altri e sentirci persone più illuminate (e chi dice il contrario, mente). Ciononostante, la mia onestà intellettuale e la mia obiettività non possono essere sacrificati, e quindi (se i prossimi film non migliorano) nel caso dovrò dargli ragione.
Questa cosa fa molto male.
"Oltre le nuvole, il luogo promessoci" è semplicemente un brutto film.
Non a livello tecnico, poiché so che i film di Shinkai sempre si sono contraddistinti per una qualità visiva molto alta. Era vero quando vidi "Il giardino delle parole", ed è vero sin da questo film a quanto pare. La "prova di forza" a livello estetico è notevole, e un esempio può essere la gestione delle luci nella metropolitana che appare all'inizio, con tanti piccoli bagliori che seguono le rifiniture di metallo dei portabagagli, spostandosi alla stessa velocità del treno.
A livello personale, non ho molto apprezzato i design dei protagonisti, ma per una mera questione di gusti.
Detto questo, tutto il resto, incluse le varie modalità in cui il suo racconto fa uso del media cinematografico, è pieno di problemi.
Possiamo percepirlo già solo provando a descrivere di cosa parli il film, poiché si rivelerebbe a noi una storia quantomeno confusa.
Ci troviamo in un'ucronia dove il Giappone è diviso in due nazioni separate, entrambe sul vertice di un nuovo conflitto. In questo scenario si staglia una torre bianca altissima che fa da tramite ad almeno due universi paralleli. Viene rivelato che gli universi paralleli sono i "sogni" dell'universo, e che sono in qualche modo legati ai sogni umani. Uno dei protagonisti, Sayuri Sawatari, ha un sogno ricorrente di un altro universo e, a un certo punto, si ritroverà a cadere in un sonno apparentemente eterno. Tale sonno la imprigionerà in un sogno dentro un universo parallelo, in cui riesce a comunicare con uno dei suoi amici d'infanzia solo tramite i sogni di quest'ultimo, e in cui chiederà di essere portata in volo sulla cima della torre per essere svegliata, richiamando alla memoria una vecchia promessa della loro infanzia. Questo atto è però grandemente ostacolato dai governi, poiché esso potrebbe portare a una sorta di collasso degli universi.
Dunque, non ci sarebbe nulla di male nel fare una storia complessa.
Il problema è che il film non è complesso, ma dà l'impressione di non avere le idee ben chiare su cosa voglia effettivamente raccontare. Esso sembra composto da tre storie piuttosto diverse, cucite insieme in modo alquanto grezzo, senza che siano davvero ben amalgamate tra loro, e senza che nessuna respiri per davvero.
In un primo momento, potrebbe quasi sembrare una storia su un ragazzo che rivede i luoghi della sua infanzia, e che la storia intenda esplorare con lui il ritorno e il viaggio verso questo fantomatico "luogo oltre le nubi". Dopo 40 minuti circa, vengono introdotti più approfonditamente gli elementi della torre tra gli universi e del sonno di Sayuri, ma ci sono anche ampie parentesi sull'evolvere della situazione geopolitica.
Quindi, semplificando, potremmo dire che ci sono tre storie diverse: una di riscoperta, una sorta di fiaba moderna su due universi paralleli, e una trama geopolitica su un Giappone diverso da come lo conosciamo. Tutte con elementi in comune, ma nessuna che viene esplorata davvero o che da l'impressione di funzionare per approfondire le altre.
Questo risultato è frutto di una scrittura insufficiente.
Prima di tutto, è molto facile che i primi 40 minuti non catturino l'interesse dello spettatore. Questo perché, al di là del ritmo lento (che non sarebbe un problema, di massima), essi non raccontano davvero niente. A parte darci qualche informazione di base, le quali potevano essere riassunte in un minutaggio ben inferiore, non contribuiscono né a caratterizzare più di tanto i personaggi, se non le informazioni di base anche in questo, né a creare efficacemente questo idillio rappresentato dalla natura incontaminata della montagna, che dovrebbe rendere potente il finale dell'opera, poiché è quello "il luogo promessoci" che scompare con il finire del sogno.
Finita questa parte, si capisce un po' di più di cosa effettivamente il film voglia parlare, ma permangono altri problemi.
Oltre un certo stordimento per la modalità eccessivamente sci-fi con cui viene spiegato il funzionamento della torre, il problema più evidente diviene che i personaggi non sono mai davvero caratterizzati. I tre protagonisti sono purtroppo dei personaggi molto blandi e piatti, di cui si sa davvero poco sul loro conto (praticamente, solo che erano amici, che usavano frammenti di droni distrutti per costruire un velivolo, la già citata promessa di raggiungere la cima della torre, e il fatto che Sayuri e Hiroki sono innamorati) e mai verranno approfonditi. Gli elementi che dovrebbero essere caratterizzanti, come il fatto che Hiroki suoni il violino, non lo sono mai per davvero e risultano fini a sé stessi: quindi, a un certo punto, risulta davvero difficile comprendere le scelte dei personaggi, come quando Takuya decide di non sparare a Hiroki, le cui motivazioni si fermano a dei generici "perché sono amici" e "perché la trama non andrebbe avanti".
Però, la cosa peggiore, è il minutaggio su pellicola mangiato dalla parte geopolitica, che viene resa in modo poco interessante, con dei dialoghi lunghi e poco brillanti e una "scena d'azione" abbastanza fine a sé stessa, ma soprattutto risulta fuori luogo per come è raccontata. Dovrebbe approfondire il contesto narrativo dell'opera, invece ha il risultato di dar fastidio perché il film non sembra voler parlare di quello.
Al di là di ciò, vorrei invece far notare che le scene effettivamente da storia romantica, come quella dove Hiroki e Sayuri si stringono la mano pur essendo su piani d'esistenza diversi, o il finale vero e proprio dell'opera, sono le uniche parti che posso dire di aver apprezzato.
Di Shinkai si dice che è troppo melodrammatico e che ricicla costantemente la stessa storia, ma per giudicare ciò dovrò vedere i prossimi film. Non vorrei ci trovassimo davanti a un autore che ha fatto questa scelta poiché, ogniqualvolta ha fatto qualcosa di diverso, ha creato delle opere con molti più problemi di quelle che l'hanno reso famoso.
Quindi, ciò che vorrei dire in conclusione è che io, in quanto utente, avrei preferito dieci volte di più trovarmi davanti una storia d'amore banale o mediocre, piuttosto che un mezzo disastro narrativo con dubbi d'identità, e che per tutta la durata mi ha fatto venire voglia di stendermi sulla tastiera e chiudere gli occhi per dormire, nella speranza di sognare un universo parallelo dove stavo guardando un film migliore.
E se scopro che altri film di Shinkai sono migliori, e che l'unico motivo per cui non li apprezzate è perché dovete fare gli snob e odiare il romanticismo, giuro che vengo nelle vostre case personalmente e vi disinstallo Adblock.
Auf wiedersehen.
P.S. Secondo voi, Shinkai, ha letto il ciclo della Torre Nera di Stephen King? No, perché è la prima cosa a cui ho pensato quando ho visto come funzionava quella torre.
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Dareka no Manazashi visto adesso vista la facile reperibilità e la breve durata. Carino, non mi saprei esprimere.
Mentre Oltre le nuvole, il luogo promessoci è l'unica opera che non ho ancora visto di Shinkai, escludendo i corti.
Dareka no Manazashi carino, in cinque minuti fa il suo lavoro.
Oltre le nuvole, zzzzzzzzz..........
Oltre le Nuvole è sicuramente il film più debole di Shinkai insieme a I Bambini che Inseguono le Stelle, a me è comunque piaciuto perché adoro lo stile del regista e ha dei momenti buoni, ma si vede che era il suo primo lungometraggio e gli mancava parecchia esperienza.
Aggiungo un appunto sul titolo: in realtà non c'è questa grande discrepanza tra il successo di pubblico e di critica. Basta guardare i vari siti di recensioni. L'unico motivo per cui può sembrare controverso è che qui in Italia ci sono alcuni finti esperti e pagliacci... scusate, influencer con più seguito del dovuto che per qualche motivo proprio non lo apprezzano.
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