Un posto più lontano dell’universo. Ho sempre sognato di poter agguantare una tale meta ma, non riuscendo a capire come riuscirci, l’ho potuta solo sognare ogni singolo giorno... ci ho provato in mille e più modi a raggiungerla ma il tempo scorre troppo in fretta e ti rendi conto troppo tardi che quel momento perfetto per approdarci è già passato. Grazie a quattro folli e meravigliose ragazze ho avuto modo di vivere quello che, per un motivo o per un altro, il destino mi ha precluso.

A Place Further Than the Universe è un anime trasmesso su Crunchyroll, di 13 episodi, progetto originale di Atsuko Ishizuka (già regista di No Game No Life e No Game No Life – Zero –, ed una delle donne più rispettate dell'animazione); un'opera che ci porta nella vita di quattro ragazze che hanno un obiettivo ridicolo e meraviglioso: raggiungere l’Antartide.

Le premesse per un’opera indimenticabile sinceramente non c’erano. Siamo fin troppo abituati a serie che con i pretesti narrativi più strampalati piegano le regole del buon senso, ma Yorimoi riesce a creare una storia narrativamente più che solida e divertente. Sì, gioca sul limite tra realtà e finzione, probabilmente la storia di queste quattro ragazze è inverosimile per la nostra realtà (anche se ci sono casi non così diversi) ma ciò che viviamo grazie a loro è un lungo addio alla parte più dolce e scapestrata della nostra vita, un ultimo inchino alla pubertà prima di arrivare nel mondo dei grandi. Un viaggio che porta in Antartide, ma non è l'ultima meta.
 
Mari Tamaki: Mia Cara Amica
 
"Salirò sul treno che va nella direzione opposta alla solita, vedrò tante cose. Ho paura, vorrei tirarmi indietro. Potrebbe risultare tutto inutile."

"Sento che la mia gioventù è in movimento. Sì… è proprio così. Potrebbe succedere qualsiasi cosa. Potrei realizzare qualsiasi cosa. Lo scenario che mi circonda ogni giorno sta cambiando in modo vertiginoso."
 

Invece di parlare sterilmente della trama, voglio concentrarmi su di lei per approfondire i temi principali della storia, anche perché siamo stati tutti Mari. Ragazzini alle prese con le nostre innocue giornate piene di frivolezze, facendo sempre quello che è necessario (non di più, non di meno) per portare avanti la nostra esistenza e pensare “ma sì, domani è un altro giorno”. C’è un periodo della vita per ogni singola cosa, c’è quindi anche un periodo per decidere che è meglio lasciarsi trasportare dalla corrente della giovinezza che rimanere ancorati al suolo delle certezze. Lei è l’amica che abbiamo avuto e che siamo stati, esattamente come il suo rapporto con Megumi. Rappresenta la consapevolezza che se non siamo riusciti mai a cambiare, è principalmente per colpa nostra, perché amiamo troppo le certezze e farci sostenere, temiamo di essere lasciati indietro in una sorta di circolo vizioso che prima o poi si spezzerà facendoci cadere e lasciandoci con le ginocchia sbucciate, proprio come quando eravamo bambini.

Lei però, a differenza di molti di noi, ha compreso l’importanza di salutare come si deve questa fase della propria vita. Per citare la fantastica opening “The Girls Are Alright!” di Saya: "In classe apro il mio quaderno e fisso una pagina bianca, con una matita scarabocchio “voglio cambiare me stessa”, non posso permettermi di sentirmi persa ancora a lungo". Mari si rende conto che i domani del futuro avranno un sapore diverso rispetto quelli di oggi; si rende conto che a breve arriverà il diploma ed in un batter d’occhio dovrà già pensare al lavoro, al suo posto in società, allo stress dei 20 ruggenti, 30 urlanti, 40 stridenti.
 
Shirase II: La Nave Che Vede L’Universo

Questo anime è un eccellente esempio di come sceneggiare un’opera originale senza fronzoli, di come poter osare con una trama sopra le righe mantenendo allo stesso tempo una forte nota di realtà, tutto ciò è possibile grazie all’impeccabile cura dei dettagli. La nave rompighiaccio Shirase è una chiara protagonista della storia, un ponte tra le due dimensioni ove danza questa serie. Sappiate inoltre che potete seguire tutti i suoi movimenti tramite questo link, così come potete seguire le “avventure 3D” della stazione Showa cliccando qua.

Ma lo stretto rapporto con l’Antartide non si limita solo a questo. Chiaramente Kobuchizawa Shirase deve il suo nome a Nobu Shirase, la guida per la prima spedizione giapponese in Antartide, anche Hinata Miyake dovrebbe aver preso il suo nome da un membro della stessa spedizione, Yukihiko Miyake; Shiraishi condivide il suo nome con Kazuyuki Shiraishi, ovvero il direttore generale del National Institute of Polar Research, mentre Tamaki ha un nome più singolare, il quale probabilmente è legato a Tamaki Street, la strada dove sorge il Sea Life Acquarium di Auckland (Nuova Zelanda), rinomato in tutto il mondo proprio per il suo Antarctic Encouter, il modo più “tranquillo” che si possa avere per arrivare in Antartide.

Lo stesso titolo dell’opera è in realtà una citazione di Mamoru Mohri, un astronauta giapponese che, quando venne invitato in una ricerca in Antartide, notò divertito: “Ci vogliono pochi minuti per raggiungere lo spazio, ma ci vogliono giorni per raggiungere la Stazione Showa. È più lontano dell’universo”.

Per altre informazioni a riguardo vi rimando a questa intervista alla regista.

Alla Faccia Nostra
 
"Un posto più lontano dell’universo. Mia madre definiva così questo luogo. È un posto che mette tutto a nudo. Il tempo, la vita, il cuore. Un luogo dove non c’è nulla che possa proteggerti, in cui non puoi nasconderti da nessuna parte.

È un ambiente che mette allo scoperto tutte le cose che ci imbarazzano e quelle che vorremmo nascondere. E così, nudi e in lacrime, siamo costretti ad affrontare noi stessi. Insieme abbiamo superato una prova dietro l’altra."
 

L’urlo che arriva da Shirase, diretto non solo ai compagni di scuola ma un po’ a tutti noi, è simbolo di quella frustrazione giovanile dove tutto sembra tanto insormontabile quanto possibile. Lei rappresenta meglio di chiunque altro la determinazione e la follia di un’età che si sta per abbandonare, lei più di chiunque di altro sarà trasformata da questo viaggio che la porta a ripercorrere i passi di sua madre.

La ricerca della madre, membro della spedizione civile di 3 anni prima ma che risulta tutt’ora dispersa, non è mai stata vissuta realmente con la speranza che lei fosse ancora viva (come una sorta di Made in Abyss a tema pinguino) ma quel che lei vuole è ritrovare i pezzi dell’anima che sua madre ha donato a quella vasta distesa bianca (anche se a volte sembra una torta al cioccolato), comprendere per quale motivo lei abbia donato tutta sé stessa ad un qualcosa di così assurdo. Pinguini a parte, ovviamente, loro sono un motivo valido e palese.

La crescita avviene anche dalle complicazioni dell’amore-odio, la loro è un’età che fa rima con confusione, la nostra Shirase ha odiato così tanto l’Antartide fino arrivare ad amarla nel modo più puro e profondo possibile.
 
#SeguoChiMiSegue

La fragilità della giovinezza si riflette nel modo in cui gestiamo le nostre amicizie. Yuzu ed Hinata, a differenza di Mari e Shirase, non sono guidate dalla loro risolutezza ma da un senso del dovere. Vero e proprio quando si parla di Yuzu, idol, fin da bambina, che non ha mai avuto tempo per sé; auto-inflitto per Hinata, una ragazza che si mostra incessantemente forte e sempre col sorriso sul volto per celare tutte le ferite che sfiora ogni giorno.

In realtà le due ragazze sono quelle probabilmente più pronte al salto verso la maggiore età. Hinata è ridicolmente saggia e sempre pronta a prendersi le sue responsabilità, Yuzu è, come dicevo, un’idol fin da bambina, con tutte le conseguenze che comporta, e forse ciò che è mancato ad entrambe è la possibilità di fare i capricci. Mari ne ha fatti anche troppi nella sua vita mentre la volontà ferrea di Shirase di andare in Antartide è a volte più un capriccio che una missione, le altre due palesano insicurezze molto più forti quando si parla di amicizie, un argomento che invece dovrebbero aver fatto proprio in questi anni.

Per quanto riguarda Hinata aggiungere qualcosa sarebbe ahimé troppo spoiler e quindi non mi posso soffermare. Per quanto riguarda Yuzu basti pensare al suo hashtag che si palesa in ogni foto, il quale non è un semplice trend per Instagram, ma è un vero e proprio marchio di fabbrica per la giovane ragazza, ripetuto anche nel titolo del suo CD “Follow Back Wont Stop”, il quale ci dà un’immagine di lei fin troppo misera, di una ragazza che non si fida di sé e che ha bisogno (nonostante stia diventando sempre più famosa) di fare certe promesse per mantenere questa parvenza di rapporti col pubblico. Tutto confermato anche col rapporto con le sue amiche polari, le quali fino all’ultimo continua a considerarle quasi più come follower che come colleghe, palesando tutte le sue infinite insicurezze che devono essere distrutte con una precisione quasi chirurgica. Amicizia è fragilità, pazienza e affetto, tutte componenti che la piccola Yuzu ha imparato a conoscere in questo viaggio.

Io sono conscio che ormai "quel posto" è irraggiungibile ma se ho amato così tanto quest'opera è proprio perché mi ha confermato che non ho mai sbagliato a cercarlo, a soffrire per poter raggiungere quella meta prima che fosse troppo tardi. La vita non è un anime e quindi le cose raramente vanno nel modo in cui speri, ma almeno grazie a quattro pinguine ho avuto modo di sentire il mio cuore battere forte quasi come se il mio sogno si fosse avverato. Grazie, per avermi portato con voi.
 
 
Madhouse ha fatto in definitiva un ottimo lavoro; è riuscita a ricreare perfettamente l’Antartide così come la Shirase e tutti gli altri posti visitati dalle ragazze. Non si registrano particolari cali tecnici e la musica curata da Yoshiaki Fujisawa è tra le più belle esperienze che avremo quest’annata, così come l’ottimo lavoro delle seiyuu (ma qui niente sorprese, parliamo tra le migliori in assoluto, due divinità come Inori Minase e Kana Hanazawa ma anche fantastiche Yuka Iguchi e Saori Hayami). Ancora complimenti agli sforzi della regista Atsuko Ishizuka e dello sceneggiatore Jukki Hanada (Sound! Euphonium, Steins;Gate 0) i quali hanno dato vita ad un qualcosa battezzato come improbabile rendendolo un anime che terrò per tutta la vita accanto a me.
 
"Stiamo facendo il primo passo. Verso un mondo in cui non c’è nessuna delle cose su cui abbiamo sempre fatto affidamento. Verso un mondo in cui non sappiamo cosa ci attende o quale sia la strada di casa. Verso un mondo in cui non sapremo dove saremo il giorno dopo o dove andremo quello dopo ancora. Eppure stiamo facendo quel passo."

Stiamo davvero parlando dell’Antartide?