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5.0/10
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"Più che un Amore Silenzioso, un Romanticismo Sordo".

Parafrasando in senso ironico il titolo di un capolavoro di Sergio Leone — alludo a "Il buono, il brutto e il cattivo" — ecco che un regista nipponico prova a servire una perla di rom‑com che si potrebbe intitolare “La cieca, il muto e il sordo (dramma di uno spettatore che non sente nulla)”.
Trattandosi di un live action nipponico, credo che il regista e sceneggiatore Eiji Uchida si sia ispirato alle tre scimmie sagge del tempio di Tōshō‑gū a Nikkō: ma anziché rifarsi al significato filosofico “non vedere il male, non sentire il male, non parlare del male”, sembra aver attinto al significato occidentale meno nobile (non vedo, non sento, non parlo: indifferenza, omertà, neutralità).

A parte gli scherzi, se gli amanti dei J‑Drama pensavano che "Silent Love" regalasse una perla romantica basata su una sceneggiatura strappalacrime e sul principio del “show, don’t tell”, con questo lungometraggio bisogna prepararsi a una cocente delusione.
Il titolo del film è forse la cosa più onesta e profetica dell’intero progetto: l’amore qui è talmente “silenzioso” che non si sente, non si vede, non si palesa e, soprattutto, non trasmette nulla allo spettatore.
Un melodramma che, invece di toccare il cuore, mette a dura prova la pazienza.

L’intreccio narrato dovrebbe rappresentare l’apoteosi dell’emozione: un ragazzo muto (Ryosuke Yamada) e una studentessa di pianoforte cieca (Minami Hamabe) che iniziano a interagire tra loro.
Sulla carta, la tempesta perfetta del pathos.
Risultato sullo schermo? Restando in ambito medico, un lungo ed estenuante elettroencefalogramma piatto.
I due protagonisti non sembrano esseri umani dotati di emotività, ma due androidi privati della parola e della vista per sopperire a una totale mancanza di personalità.
Non imputo tale lacuna agli attori, ma alla scrittura: manca del tutto la chimica tra i protagonisti, e il batticuore resta un miraggio.

Le disabilità vengono ridotte a meri accessori estetici o a espedienti narrativi pescati dal manuale delle “tragedie cliché per sceneggiatori pigri”.
La sceneggiatura tenta disperatamente di ergersi a manifesto dell’incomunicabilità moderna, ma scivola rovinosamente.
Non assistiamo mai al vero dramma intimo, alle frustrazioni quotidiane, all’elaborazione dei traumi.
I personaggi non comunicano non per profondità emotiva, ma perché manca un background solido: il copione sembra non sapere cosa far loro dire o fare.

Menzione “d’onore” per il protagonista maschile, l’“eroe” muto.
Una figura la cui incoerenza narrativa è seconda solo al suo discutibile istinto di sopravvivenza.
Da una parte soffre in silenzio spazzando pavimenti; dall’altra sembra credere di essere sul set di "Fight Club" o "John Wick": si getta in ogni rissa possibile, prendendo e dando botte senza ritegno.
La sua carica violenta è maldestramente coperta da una patina di buonismo che sfocia nel surreale: il classico “teppista dal cuore d’oro” pronto a immolarsi per la fragile pianista, in una dinamica talmente forzata da sfiorare il comico involontario.

Se per miracolo lo spettatore fosse riuscito a sopravvivere a due ore di silenzi imbarazzanti, strimpellate al pianoforte, pulizie e scazzottate casuali, sperando in un finale che ridasse senso allo scempio, resterà deluso.
L’epilogo è una superficialità narrativa, somministrata in fretta e risolta dall’ineffabile campanellino che assurge a vero protagonista del film.
Non c’è coinvolgimento emotivo: solo un goffo tentativo della regia di chiudere il cerchio prima dei titoli di coda.

In conclusione, "Silent Love" è un live action che predica il silenzio emotivo ma finisce per suggerire che il vero dramma non lo vivono i personaggi, ma gli spettatori che resistono fino ai titoli di coda.
Da guardare solo se si soffre di insonnia.