Junji Ito, l’autore di capolavori come Uzumaki, Gyo e Lo squalificato, considerato il maggior esponente del fumetto horror giapponese contemporaneo, è stato tra gli artisti giapponesi più seguiti e acclamati di Lucca Comics & Games 2018. Ospite di Star Comics, il maestro ha attratto nutrite schiere di fan e appassionati, in un fitto calendario di appuntamenti che abbiamo seguito per voi: "La spirale della mente, l'inferno della carne" (la mostra a Palazzo Ducale), il Press Cafè della stampa specializzata, “Alla corte del re del terrore” (la conferenza degli editori), l’intervista di AnimeClick.it, il tradizionale Showcase (l'esibizione dal vivo della sua arte) e l’incontro esclusivo “Masters of Horror”.
 

Press Cafè

Giovedì 1, ore 11:00, Area Stampa Camera di Commercio

L'incontro è stato introdotto da Cristian Posocco, publishing manager di StarComics, che ha presentato il maestro Junji Ito e i suoi accompagnatori, il signor Kato (editor), e il signor Koike (manager di Shogakukan). Moderazione a cura di Andrea Fornasiero (Rai 4), e traduzione dal giapponese di Tommaso Tommasi.
 


Lei ha uno straordinario talento visionario. Da dove arriva l'ispirazione per le sue raccapriccianti fantasie?

Junji Ito: Nel cercare l'ispirazione per le mie opere, mi riferisco sempre a due mangaka in particolare. Il primo è Kazuo Umezu, che ho conosciuto sin da quando ero bambino ed ho praticamente acquisito il suo stile di disegno in maniera abbastanza naturale. Poi crescendo, nel periodo delle scuole medie, mi sono avvicinato anche al mondo della fantascienza. Ho pensato che avrei potuto estrapolare qualcosa di nuovo unendo quel genere all’horror. Quindi il mio stile di disegno è stato influenzato da Katsuhiro Otomo, soprattutto per quanto riguarda il suo modo di rappresentare le scene molto tragiche e ricche di pathos.

L'ossessione è un tema ricorrente nelle sue opere e si divide perlopiù in fascinazione e avversione per qualcosa. Perché, prima o poi, gran parte dei suoi personaggi cade vittima di un'ossessione?

Junji Ito: Sin da piccolo sono stato vittima di numerose ossessioni. Una delle cose che mi ossessionava tantissimo era lo sguardo delle persone. L'ossessione è un qualcosa che mi consente di sviluppare molto facilmente le storie che voglio disegnare.

Si ha l'impressione che dietro queste mostruosità ci sia una critica a qualcosa di più concreto. Qual è la mostruosità reale che in questi giorni la attanaglia o di cui vorrebbe parlare e non ne ha ancora avuto modo?

Junji Ito: Sicuramente uno dei temi che mi viene più facilmente da criticare è la politica, soprattutto per le bugie, spesso anche molto spietate e spudorate, propinate dal politico di turno. Un’altra tematica che mi preme moltissimo è il terrorismo internazionale. Sarebbe molto bello se tutti potessimo vivere in pace. In ogni caso ultimamente non sto seguendo molto la situazione internazionale quindi direi che non c’è effettivamente una critica alle cose concrete nelle mie opere.

Cosa pensa degli adattamenti cinematografici di Tomie e di Uzumaki? Qual’è il suo capitolo preferito della saga di Tomie?

Junji Ito: Per quanto riguarda Tomie sono stati fatti otto adattamenti cinematografici e la cosa che più mi ha colpito positivamente è stata proprio la fedeltà ai miei disegni. Per quanto riguarda Uzumaki, che è stato rilasciato nel 2000, conservo dei ricordi molto positivi, il regista ha preso a cuore i disegni originali e li ha resi in maniera molto fedele e realistica. Da autore delle tavole originali, la cosa non poteva che rendermi felice e mi ha permesso di godere appieno della pellicola quando l’ho visionata. Tornando a Tomie, l’ultimo episodio (Versus Tomie) lo ritengo di grande impatto.

Cosa pensa degli adattamenti in serie animata delle sue opere (Junji Ito Collection)? Può parlarci della sua esperienza di sceneggiatore?

Junji Ito: Anche per gli adattamenti anime delle mie storie ho soltanto commenti positivi. In quanto addetto alla sceneggiatura, in realtà non ho scritto granché, ho semplicemente fatto un'operazione di controllo, in particolare non ho avuto niente da ridire sul lavoro degli sceneggiatori. Sono abbastanza soddisfatto di come sono state rese le mie storie. Anche questa volta devo ringraziare tantissimo il regista che è riuscito a confezionare un'opera che a mio parere tiene molto conto dei miei dei disegni e addirittura riesce anche a superare gli originali. Di questo non posso che essere grato il regista, è una cosa che mi ha commosso. Per quanto riguarda la serie anime, in alcuni punti è addirittura di qualità superiore rispetto al manga, perché può vantare non soltanto di un impatto visivo notevole, ma anche della componente sonora. Non è facile riuscire a trovare una musica e degli effetti sonori che si adattino bene alle mie storie, sicuramente è un'operazione non scontata. E poi dare delle voci ai personaggi tramite il doppiaggio è un altro lavoro che richiede grande sforzo, e di questo non posso che essere grato ai doppiatori che si sono dimostrati all'altezza, molto professionali e dotati di grande talento.

Le sue storie sono ricche di orrore e paranormale. Volevo sapere se per caso ha mai sentito parlare dei famosi 7 misteri delle scuole giapponesi, e se gli fosse mai capitato nella vita reale qualche leggenda metropolitana che poi magari gli ha dato ispirazione.

Junji Ito: Fino al periodo delle scuole elementari ho sempre creduto negli ufo e nei fantasmi, insomma nei fenomeni paranormali. Credevo effettivamente che esistessero ed un motivo che dava maggior credito alle mie convinzioni era il fatto che vivevo in una casa molto vecchia, in cui c’erano dei corridoi che avevano una presenza incombente. Il solo fatto di entrarci o di passarci attraverso durante la notte mi dava un senso di terrore, ad esempio non riuscivo ad andare in bagno. Per quanto riguarda gli ufo in particolare, ci ho sperato tanto che esistessero, mi è capitato più volte che la sera mi appostarsi in terrazza e scrutassi il cielo in attesa che arrivasse qualcosa. Ho smesso di crederci intorno alle scuole medie, soprattutto perché all'epoca lessi il paragrafo di un libro di scuola che parlava del cervello umano, in particolare parlava delle reazioni chimiche che avvengono nel cervello durante la fase dello sviluppo. Mi convinsi che l'anima non esiste e quindi non possono esistere neanche i fantasmi, che dovrebbero essere la manifestazione dell'anima che esce dal corpo dopo la morte. In effetti ho avuto un po' di paura della sala della musica della mia scuola nel primo anno di liceo, quando c'è stato in me un ritorno al paranormale. Praticamente ho iniziato ad avere paura di quel mostro chiamato Kuchisake-Onna, sarebbe quella donna spaventosa che ha una bocca famelica che arriva praticamente alle orecchie. Questa paura si è rafforzata per due motivi principali: il primo è perché mi trovai a parlarne con un amico mentre stavo tornando da scuola, e poi perché la Kuchisake-Onna è una creatura di cui si è parlato tanto nella prefettura di Gifu, della quale sono originario.

Dove nascono gli spunti per le sue storie brevi in riferimento alla raccolta Fragments of Horror?

Junji Ito: Fragments of Horror è una serie di storie brevi auto conclusive, sono racconti che si espandono da situazioni di vita comuni, quindi qualcosa di ordinario che viene trasformato appositamente in chiave horror. Le ispirazioni per le storie mi vengono spesso durante la vita di tutti i giorni, compiendo gesti quotidiani, come guidare lungo l'autostrada oppure fare un bagno. Allora le idee iniziano ad affiorare, mi viene in mente qualcosa di misterioso e provo ad esagerare espandendo il contesto fino a ricavare qualcosa di mostruoso e orrorifico. Una delle storie che avrei voluto inserire in Fragments of Horror mi è venuta quando stavo buttando via un vecchio futon. Per gettarlo avevo bisogno di tagliarlo in piccoli pezzi, una volta tagliato ho praticamente trovato una sottospecie di muffa che aveva la forma di uno strano millepiedi, una cosa particolarmente raccapricciante. Ho pensato che avrei potuto esagerare questo episodio che mi era capitato e ricavarne un manga horror, però consultandomi con l'editore, mi venne detto che era un'idea troppo banale e particolarmente insignificante, quindi fui costretto ad abbandonarla. C’è da dire che in quel periodo stavo lavorando a Yuukoku no Rasputin (ancora inedito in Italia) che è un'opera che si distacca molto dal genere horror e abbraccia temi come la politica e il sociale, quindi secondo l'editor questo manga storico aveva un po attutito la mia vena horror.
 


C’è un suo manga che non è ancora stato adattato e che vedrebbe bene in una trasposizione cinematografica?

Junji Ito: Una delle storie che mi piacerebbe vedere adattata in un film è Il mistero di Amigara, la storia finale del volume Gyo - Odore di Morte. Si tratta di una storia in cui, a causa di un terremoto in una regione montuosa, viene fuori una faglia dove ci sono varie fessure che hanno la sagoma di corpi umani. I telespettatori che vedono il servizio in televisione vengono misteriosamente richiamati verso la montagna, con un desiderio inspiegabile di approssimarsi e di vedere da vicino queste fessure. Sentono una fortissima attrazione ad entrarci, anche perché ogni fessura sembra praticamente scavata su misura per ognuna di quelle persone, che hanno visto il servizio in TV, ed è rimasta ipnotizzata. Questa storia non è ancora stata trasposta al cinema.

Come mai in Uzumaki i racconti hanno una cadenza auto conclusiva, mentre in Gyo gli episodi hanno una struttura più lineare?

Junji Ito: Lo stile che più si confà alla mia indole è quello delle storie brevi auto conclusive, per svariati motivi. Uno di natura abbastanza pratica e logistica: essendo piuttosto lento a disegnare, ho bisogno di tempo per fare un buon lavoro, e quindi la cadenza settimanale la trovo piuttosto scomoda. Invece trovo più adatta alle mie esigenze la cadenza mensile, che si presta di più al racconto breve che non a serie lunghe, quindi ho bisogno di almeno un mese. Il mio primo debutto praticamente è stato 20 anni fa su una serializzazione mensile e anche in quel frangente ho pubblicato storie brevi. Diciamo che Gyo è stato un esperimento su cui mi sono voluto cimentare per la prima volta, qualcosa che avesse una continuità più lineare, infatti è stato pubblicato settimanalmente. Ho provato ad andare un po' fuori dai miei canoni, pubblicando una storia che avesse un continuum rispetto ad una raccolta di storie frammentate e auto conclusive.

Qual è stato il suo approccio a Lo squalificato di Osamu Dazai (opera molto ingombrante nella storia della letteratura giapponese, su cui altri mangaka e animatori si sono già cimentati)?

Junji Ito: Dal momento che che i miei manga horror sono principalmente rivolti ad un pubblico femminile, ho pensato che avrei potuto rivolgermi ad una fascia di lettori più ampia, per temi ed età anagrafica, magari coinvolgendo anche gli uomini. Quindi l’ho fatto presente al mio editore, il quale mi propose di lavorare ad una adattamento di un'opera letteraria. Mi preparò una lista da cui potevo attingere e fra queste mi saltò subito all'occhio Ningen shikkaku (Lo squalificato). Il motivo è da ricercare nella storia originale, quella di una persona che non riesce a relazionarsi con il prossimo e che si crea volutamente un alter ego. In quest’opera ho visto come un riflesso della mia stessa personalità sociopatica di cui soffrivo da bambino, della mia impossibilità a relazionarmi con le persone. Allora ho voluto mettermi alla prova dando la mia interpretazione e quello stato un po' il motivo della scelta. Precedentemente anche un altro autore, Usamaru Furuya, aveva già lavorato allo stesso soggetto con un suo adattamento. Io però non sapevo di questa cosa quando mi misi a lavorare sul progetto, se l'avessi saputo è molto probabile che avrei deciso di non fare quell’adattamento, avrei scelto un altro romanzo.

Cosa può raccontarci dell'incontro con gli altri Masters of Horror, Dave McKean, Ruggero Deodato e Alberto Dal Lago (rispettivamente disegnatore DC Comics, regista di Cannibal Holocaust e illustratore)?

Junji Ito: Uno dei temi affrontati sono state le nostre impressioni su Frankenstein, il famoso romanzo scritto da Mary Shelley, nel bicentenario della sua pubblicazione. L’opera è stata concepita durante una tempesta quando, insieme ad altri poeti e scrittori, tra cui Byron, la Shelley si rifugiò in una villa isolata per trascorrere il tempo in modo creativo. Con Dave McKean, Ruggero Deodato e Alberto Dal Lago è stato uno scambio di opinioni molto interessante sull'opera in questione ed è stata anche l'occasione per tirare fuori delle nostre opere. Ognuno di noi ha quindi messo su carta un disegno a tema Frankenstein. Sono rimasto molto impressionato dalla personalità e dalle idee di Dave McKean, Ruggero Deodato e Alberto Dal Lago. È stato piuttosto scioccante per me incontrare persone così dotate di grande talento, mi sono venuti i brividi. Purtroppo è stato condotto in inglese ed io purtroppo non me la cavo molto bene, di questo devo ringraziare Tommaso per avermi dato una mano a capire. Posso dire che sono tutti artisti di prima linea e di altissimo livello, consolidati da tempo, e dovrò darmi da fare e dare il massimo nelle mie opere, d'ora in avanti. Da programma avremmo dovuto scegliere un tema e su quel tema ricavare un'opera, ma in realtà abbiamo un po' abbandonato il programma e ci siamo messi a discutere un po a ruota libera, ad ogni modo le opere che ho disegnato sono nate da quella discussione. I disegni che sono stati concepiti durante l'incontro verranno mostrati il 4 di novembre alle 11:00 al Teatro del Giglio, e devo anche sbrigarmi a rifinirli. Spero di poter scambiare ancora delle opinioni in quell'occasione.

Ringraziamo e salutiamo il maestro Junji Ito.

Junji Ito: Grazie a voi, è stato è stato un incontro molto divertente!


Alla corte del re del terrore

Venerdì 2, ore 12:00, Caffetteria Palazzo Ducale

Nella sala gremita in ogni ordine di posto, il maestro Junji Ito si è onfrontato con i suoi editori italiani, Antonio Scuzzarella (001 – Hikari), Alessandra Marchioni (Panini - Planet Manga), Jacopo Costa Buranelli (J-Pop Manga) e Cristian Posocco (Star Comics), per la prima volta riuniti in un unico evento e con un moderatore d'eccezione: Dario Moccia.

 

Dario Moccia: Questo è un momento d’oro per i fan italiani di Junji Ito. Dato che negli ultimi anni c’è stato un caloroso interessamento per le opere del maestro da parte di tutte le case editrici, adesso possiamo finalmente apprezzare su carta capolavori di cui avevamo solo sentito parlare in rete.
Abbiamo diviso questo panel per temi, fra i preferiti del maestro. Il primo è “Uomini contro donne”. Ito ha tratteggiato dei personaggi maschili e femminili molto potenti, che spesso sono il motore delle sue storie. È più difficile tratteggiare un carattere maschile o uno femminile? E per quale motivo?

Junji Ito: Mi viene molto più facile disegnare personaggi che sono dotati di un carattere strano, particolare, rispetto ad altri che sono più piatti.

Dario Moccia: Visto lo stile realistico dei suoi personaggi, è difficile colpire quei ragazzi che sono abituati al moe, al kawaii, a una bellezza orientaleggiante, stereotipata “giapponese”?

Junji Ito: Essendomi occupato sempre di horror non mi sono mai posto il problema del moe e del kawaii. Gli oggetti delle mie rappresentazioni esercitano sempre un influenza negativa sui personaggi che li circondano. Disegno personaggi molto forti che esprimono tanta negatività.

Jacopo Costa Buranelli: Come J-Pop abbiamo pubblicato Tomie, il volume dove la figura femminile emerge di più. È una donna così affascinante che ti tormenterà in eterno. Ma abbiamo anche pubblicato di recente la raccolta Brivido, in cui c’è una storia con una fotomodella estremamente brutta, quasi una donna squalo. Quindi riflettevo sul fatto che non si parla tanto di bellezza o bruttezza, importa la natura umana, che nel profondo può essere inquietante e diabolica.

Junji Ito: Grazie! (risate)

Alessandra Marchioni: Come Planet Manga, abbiamo pubblicato un divertissment, un’opera unica nella produzione del maestro, un Cat diary, un racconto in chiave horror che narra della sua convivenza con i suoi due animali domestici. Il sensei Junji Ito si definisce un amante dei cani, ma quando si trasferisce a casa di sua moglie deve convivere con due gatti, questo innesca un meccanismo pericolosissimo nel rapporto di coppia. Ci sono momenti veramente esilaranti che solo il maestro è capace di rendere, con sua moglie che diventa una specie di demone. Ho capito solo una cosa da tutto questo: sensei, lei ha paura di sua moglie! (risate).

Junji Ito: È esattamente così! Mi sgrida molto spesso. Per farla contenta cerco di aiutare più che posso con le faccende di casa. Farei qualunque cosa pur di renderla felice. Mia moglie non è una semplice casalinga, è un’artista, un illustratrice che lavora in prima linea. Gli artisti sono personalità che io rispetto e vorrei che lei fosse libera di seguire il suo istinto. In quanto artista a mia volta, vorrei anche che lei si impegnasse, che non sprecasse il suo talento. Affinché lei possa esprimere al meglio il suo talento, voglio aiutarla in qualsiasi modo, quindi mi do da fare in casa, accompagno i bambini etc. Voglio che riesca a fare un buon lavoro. Mia moglie in questo momento è molto contenta, e questo è il top per quanto riguarda la felicità coniugale. Recentemente ho trovato anche un trucco che serve per mandare avanti la baracca. Ho notato che ha iniziato a sgridare molto meno me e molto più le figlie! (risate)
 


Alessandra Marchioni: Avete ancora i gatti?

Junji Ito: Purtroppo Yon è scomparso prima del terremoto del 2011 nel Tohoku. Già qualche mese prima che morisse aveva un problema alla pelle e i suoi organi interni si erano indeboliti, soprattutto il cuore. Una mattina, i gatti stavano giocando e mentre saltava, Yon ha avuto un arresto cardiaco. Era un gatto davvero particolare, molto interessante. Aveva sulle spalle delle chiazze che ricordavano la forma di un teschio, e poi cercava in tutti i modi di scappare di casa. Ci ha creato non pochi problemi. Nel manga ho cercato di tratteggiare il carattere di Yon in modo facile da intuire. Anche quando era ancora in vita mi aspettavo sempre che si cacciasse nei guai per trarre ispirazione dalle sue sventure, per le mie storie. Oltre al fatto tragico in sé, la cosa triste è che purtroppo non ho più potuto proseguire le sue storie. C’è un’altra cosa che vorrei raccontarvi di Yon. Prima di morire ha tentato di scappare un’altra volta di casa, ha provato ad uscire dalla finestra. Abbiamo provato a cercarlo nel buio, poi lo abbiamo intravisto in lontananza. Abbiamo cercato di avvicinarci, ma lui è scappato subito. Alla fine ci siamo arresi e abbiamo aspettato che si ritirasse da solo dalle zone di campagna, sotto la pioggia. Dopo un po, il gatto è tornato e abbiamo rinvenuto delle lumache sul suo pelo. Mi sono detto ma che roba è questa? Un po schifato, le ho buttate via. È uno degli episodi che più mi hanno colpito di Yon. Penso che ne scriverò qualcos’altro prima o poi.

Antonio Scuzzarella: Con la 001 – Hikari abbiamo deciso di pubblicare a dicembre Lovesick dead, un capolavoro del maestro Ito, una summa del suo modo di disegnare e del suo modo di raccontare storie. La mia società lavora in molti campi fra cui il cinema, e ho notato che il suo modo di raccontare è molto cinematografico. Nelle scene iniziali di Lovesick dead sembra di vedere un film. Quali sono le sue fonti di ispirazione da cui poi ha ricavato la sua personale poetica, subito riconoscibile dal pubblico?

Junji Ito: I film mi piacciono molto e in futuro mi piacerebbe realizzarne uno. Nei film gli attori si muovono, c’è la musica, i suoni e tutto ciò che riesce a catturare l’attenzione dello spettatore. Con la musica si possono creare atmosfere. Questo è, a mio modo di vedere, un punto di forza della musica, per cui penso che la potenza di un film sia qualcosa di meraviglioso, di fantastico. Molti mangaka condividono la stessa idea: sarebbe bello realizzare un film ma ci vogliono tanti soldi. Molti rinunciano e si affidano esclusivamente alla penna e all’inchiostro. Il fumetto è il mezzo che più si avvicina al film che non richiede molti sforzi economici, bastano pochi mezzi e una buona mano. Ovviamente a differenza dei film nei fumetti non c’è suono, e al loro posto si fa ricorso alle onomatopee che cercano di sostituire le vibrazioni del suono. Un’altra cosa che concorre tanto è il carattere del testo, il suo design. I manga sono un mezzo che non esprime il suono come tale, ma si può ricrearlo nella mente del lettore attraverso degli stimoli visivi. E questo non si limita solo al testo scritto. Per esempio, in Lovesick dead, c’è una città completamente avvolta nella nebbia, e per renderla nel fumetto ho cercato di creare un design ondulato per dargli un che di sinistro. Mi sono molto divertito a creare particolari effetti visivi come la nebbia.

Dario Moccia: Cosa ne pensa della trasposizione cinematografica di Uzumaki?

Junji Ito: L’adattamento di Uzumaki (Live action) risale agli anni 2000 e venne rilasciato quando il manga era ancora in corso. Per via di ciò, il finale del film differisce da quello che è poi stato il finale del manga. A livello di storia l’ho visto come non del tutto risolto, come se non avesse detto tutto, e l’avesse fatto in maniera un po troppo concisa. Per esempio il padre della protagonista muore attorcigliandosi in una bara che gli fa assumere una forma a spirale. Il manga parla di una cittadina colpita da una maledizione che coinvolge i personaggi in una serie di fenomeni grotteschi e paranormali incentrati sulla figura della spirale. La prima persona che cade vittima della maledizione è proprio il papà del fidanzato della protagonista, che muore assumendo la forma della spirale. Generalmente in Giappone quando muore una persona viene cremata e nella storia, quando il personaggio viene cremato, dalla cappa del camino esce un fumo nero spiraliforme. Ho cercato di rappresentare una paura che fosse indotta dalle rappresentazioni visive che avessero come tema la spirale. Nel film si è tenuto molto conto dell’opera originale e tutti i motivi a spirale sono stati riprodotti molto fedelmente. Ero un po incerto all’inizio, ma alla fine sono rimasto molto soddisfatto della resa.
 

 

Cristian Posocco: Lo squalificato è un’opera in cui le donne hanno un ruolo centrale, dato che il protagonista è un tombeur de femme, tutte cadono ai suoi piedi. Sua moglie, quando disegnava questo protagonista, che cosa le diceva?

Junji Ito: Ultimamente mia moglie non ha molte interferenze nel mio lavoro. Il fumetto è un adattamento dell’omonimo romanzo di Osamu Dazai. Siccome anche nel romanzo Yozo è un personaggio molto libertino, con il vizio delle donne, mia moglie non mi ha sgridato più di tanto perché non ha visto in me delle intenzioni celate mentre disegnavo il manga, ma solo il tentativo di interpretare fedelmente l’opera originale.

Dario Moccia: Il secondo tema di oggi è “adulti contro infanzia”. Quindi parliamo di Soichi.

Jacopo Costa Buranelli: Soichi è uno dei personaggi canonici del maestro, a metà strada tra il diabolico e il mitomane, ed è solo un bambino. Nella raccolta Brivido, spesso il maestro cita, nei commenti, episodi della sua infanzia. Quanto c’è di Ito sensei in Soichi e quanto l’infanzia è fonte di ispirazione per le sue storie macabre e grottesche?

Junji Ito: È esattamente così. Il Soichi che vedete raffigurato nelle mie opere è esattamente me quando ero bambino, avevo un carattere un po particolare. La figura di Soichi è un po esagerata ovviamente, non ero proprio così bastardello. Naturalmente ho rielaborato, esagerando e rafforzando, alcuni tratti che avevo da bambino e li ho messi in forma di manga. Il pretesto è stato quello di mettere su carta qualcosa che fosse legato ai miei ricordi di infanzia. Il primo episodio è una storia ambientata durante le vacanze estive. Da noi venivano alcuni familiari a trovarci e rimanevano per circa una settimana. Non era sempre così divertente, a volte litigavamo, e mi sono basato su quei ricordi disegnando Soichi. Inizialmente Soichi non era il protagonista, ma un personaggio secondario, i suoi fratelli erano i protagonisti, che in campagna si scontrano con dei fenomeni di malasorte. Quindi inizia un’avventura e succedono dei fatti particolarmente spaventosi. A un certo punto ho voluto serializzarla. Quando ho disegnato il primo episodio, il mio editor dell’epoca fu molto interessato al personaggio di Soichi. Fui molto felice quando notai che il mio alter ego era una personalità interessante, ed è per quello che dal secondo episodio è diventato il protagonista.

Dario Moccia: ringraziamo gli editori intervenuti per aver portato il maestro in carne ed ossa insieme alle sue opere qui in Italia, e ringrazio il maestro per essere stato qui con noi.

Junji Ito: Grazie a voi!
 


L’intervista di AnimeClick.it

Sabato 3, ore 12:00, Piazza Star Comics
 

 

AnimeClick.it: A un certo punto della sua vita, si è trovato di fronte a un bivio: continuare la carriera di odontotecnico o coltivare il suo talento come mangaka. C’è una segreta connessione che unisce queste due attività, a prima vista così diverse? Cosa l’ha spinta a orientarsi verso la professione di scrittore/illustratore?

Junji Ito: Ai tempi delle scuole medie non avevo la minima intenzione di diventare mangaka e una mia zia che abitava con noi mi ha consigliato di diventare odontotecnico, per via della mia predisposizione alla manualità artigianale. Io ero d’accordo e così sono entrato in una scuola specializzata. Dopo due anni ho superato gli esami e sono diventato odontotecnico. Il lavoro era molto duro, si lavorava durante la notte per consegnare il giorno dopo, ma mi piaceva come lavoro creativo e manuale. Poi ho cominciato a seguire una rivista che pubblicava manga shojo a tema horror, che era una novità per me, Monthly Halloween dell'editore Asahi Sonorama. Un giorno hanno indetto un concorso intitolato a Kazuo Umezu, che era il mio mangaka preferito, e siccome mi piaceva disegnare a tema horror, ho mandato le mie tavole nella speranza che il maestro Umezu le leggesse. In quell’occasione ho vinto la menzione d’onore e ho cominciato a lavorare anche come mangaka, oltre che come odontotecnico. Questa situazione è durata tre anni. Dopo sei anni di lavoro come odontotecnico avevo acquisito una certa esperienza e mi è dispiaciuto lasciarla, ma come mangaka mi diverto molto e non mi manca il vecchio lavoro.

AnimeClick.it: Cosa la spinge a scrivere storie macabre? Ha mai pensato di cimentarsi in un genere letterario diverso dall’horror?

Junji Ito: Non saprei dire bene il perché, ho seguito il genere horror fin da bambino quindi è una cosa che mi viene molto naturale. Oltre ai manga horror ne ho fatti anche a tematica sociale, ad esempio Yuukoku no Rasputin e Lo squalificato. In futuro mi piacerebbe provare altro, anche una love comedy.

AnimeClick.it: Può raccontarci quando ha scoperto Kazuo Umezu e cosa l’ha colpita di più di quest’autore?

Junji Ito: Ho conosciuto Kazuo Umezu da bambino, grazie a mia sorella. In particolare sono rimasto colpito da un’opera dal titolo Dalì no otoko (L’uomo di Dalì) e sono rimasto affascinato dai disegni cosi dettagliati da sembrare reali, inoltre la storia era davvero ben scritta. Il protagonista è un uomo bruttissimo con la faccia storta che si innamora di una donna bellissima. Questa si trasferisce nella sua casa, che è storta come il suo viso, e durante la convivenza anche lei comincia a trasformarsi e il finale è davvero shockante.

AnimeClick.it: Oltre a Kazuo Umezu, quali altri autori e opere l’hanno influenzata nella definizione del suo stile grafico e narrativo?

Junji Ito: Nel campo dei manga i maestri Shinichi Koga, Hideshi Hino e Katsuhiro Otomo. Nel campo della letteratura di fantascienza Yasutaka Tsutsui e H.P. Lovecraft.
 

 

AnimeClick.it: Cosa ha ispirato la strana e terrificante storia di Tomie?

Junji Ito: Per creare Tomie ho preso spunto dalla lucertola: anche se perde la coda, questa gli ricresce. Poi ho pensato che una donna morta con un bel viso che torna in vita potesse essere un'idea molto sinistra e spaventosa.

AnimeClick.it: Le sue storie più famose, come Uzumaki e Tomie, sono diventate film live action, ai quali ha anche partecipato come sceneggiatore. Altri racconti brevi invece, come la raccolta Junji Ito Collection, sono stati trasposti in serie animate. Cosa pensa degli adattamenti cinematografici e animati del suo lavoro?

Junji Ito: Sono due adattamenti abbastanza diversi, uno è più fedele all’originale, l’altro è un’interpretazione più libera. Il film diventa in qualche modo del regista, che interpreta la storia secondo una sua visione, quindi non è più la mia opera ma l’opera del regista, che vorrei si esprimesse a modo suo. Il regista dell'anime Junji Ito Collection invece ama molto le mie opere quindi ha cercato di essere il più fedele possibile all'originale. Ho avuto modo di apprezzare la sua passione per il mio lavoro. Alcuni episodi hanno addirittura superato l’originale, per via del valore aggiunto dalle musiche e dal doppiaggio di alta qualità.

AnimeClick.it: La copertina di Fragments of horror è un omaggio a un famoso dipinto di Edvard Munch. Quali sono i suoi artisti preferiti della storia dell’arte?

Junji Ito: L'idea iniziale per la cover di Fragments of horror era L'ultima cena di Leonardo Da Vinci, ma poi ho pensato che Tomio (il personaggio in copertina) in una scena si tiene la testa tra le mani per trattenerla sul collo che si sta staccando, e mi ha ricordato L'urlo di Munch. Tra gli artisti occidentali mi piacciono molto gli impressionisti francesi, come Degas e Monet, e poi l’olandese Vermeer.

AnimeClick.it: Manga e anime sono diventati molto popolari in Italia negli ultimi anni. Cosa vorrebbe dire ai suoi fan italiani?

Junji Ito: L'italia è un paese ricco di arte, il mio lavoro consiste proprio nel portare ad altri la mia arte, quindi sono molto felice che le mie opere siano apprezzate in un paese cosi "artistico". Vi ringrazio molto, d’ora in poi mi impegnerò ancora di più.

AnimeClick.it: Che consiglio può dare ai giovani fumettisti che si affacciano per la prima volta sul mercato odierno?

Junji Ito: Consiglio di leggere molto, non solo manga ma anche libri, e di godere dell'arte in tutte le sue forme, cinema, pittura, così da poterla assorbire e imprimere nei vostri manga.

AnimeClick.it: Può parlarci dei suoi progetti in cantiere e di cosa possiamo aspettarci in futuro?

Junji Ito: Attualmente sto pubblicando un racconto breve su rivista, in futuro ho in progetto di creare un altro manga di ispirazione letteraria, come per Lo squalificato.
 


Showcase

Sabato 3, ore 17:00, Sala Tobino


Cristian Posocco: Maestro, lei è specializzato nell’arte di far paura alle persone, c’è qualcosa che le fa particolarmente paura?

Junji Ito: Ci sono fin troppe cose che mi fanno paura, per esempio gli spettri, ma non ci credo ovviamente, però a volte anche mia moglie mi fa paura.

Cristian Posocco: Una domanda per il signor Kato (editor). È più spaventoso per lei lavorare per Junji Ito o per Junji Ito lavorare per il signor Kato?

Kato: Come penso sappiate bene, il maestro Ito sa fare dei disegni veramente fantastici. Ogni volta che pubblico le sue storie sulle mie riviste ricevo sempre uno shock dalla bellezza dei suoi disegni. Ultimamente sto pubblicando sulla mia rivista Lo squalificato. Mi sono rimaste vividamente nella memoria le tavole che riguardano il protagonista, Oba Yozo, quando viene ricoverato in un ospedale psichiatrico a causa della sua dipendenza da marijuana. In particolare quando lui cerca di fuggire dall’ospedale. In generale si può dire che il maestro riesce sempre ad andare oltre l’immaginazione, qualcosa che va oltre i confini della creatività. È questo che mi spaventa di più del maestro.

Cristian Posocco: Invece il maestro da cosa è spaventato del signor Kato?

Junji Ito: Un po la sua aria da persona molto pura all’apparenza. Però una volta che iniziate a parlarci vi rendete conto che è veramente una persona squisita e che non c’è niente da temere, è una persona che mi aiuta veramente tanto nel mio lavoro, sempre.

Cristian Posocco: Cosa sta disegnando in questo momento e che tecnica sta usando?

Junji Ito: Il soggetto è tratto da Uzumaki, sono alla fase finale. É una ragazza la cui fronte si sta incavando verso l’interno e la spirale che si sta aprendo all’interno della sua testa si sta espandendo fino a consumarle completamente il corpo. Come tecnica sto usando una penna. Ultimamente sto utilizzando molto la tavoletta elettronica. Era da un po che non toccavo carta. Tornando a disegnare su carta sto usando la penna stilografica. In Giappone questo tipo di penna si chiama “a punta G” perché ha una forma che richiama molto la lettera G dell’alfabeto. Invece quest’attrezzo (mostra una piccola pinza) lo utilizzavo quando ero ancora un odontotecnico per installare gli impianti dentali nella bocca dei pazienti. Ora lo uso per torcere la parte finale della penna, che normalmente è dritta, aiutandomi nella tecnica di disegno. Bisogna fare molta attenzione altrimenti si rischia di romperla.

Cristian Posocco: Come cambia l professione del disegnatore dopo l’avvento delle tecnologie digitali?

Junji Ito: Personalmente non posso dare una risposta soddisfacente. Faccio molto uso dell’inchiostro su carta e del retino, un lavoro che richiede molto tempo. Per fare un buon uso del retino ci metto molta cura nel tagliarlo nell’applicarlo alle tavole uso questo strumento (mostra uno speciale taglierino a doppia punta). Ho scoperto che si può sfruttare efficacemente il retino tagliandolo con una punta e spalmandolo poi con l’altra punta, Mi ci trovo molto bene e posso dire di averlo inventato io. Ormai tutto sta diventando digitale. Con il digitale basta un tocco per applicare il nero e il retino e lo strumento che avete visto prima diventa non più necessario.

Cristian Posocco: Ho avuto la fortuna di ascoltare alcuni dialoghi tra il maestro e il suo editor il signor Kato e parlavano di vari argomenti tra cui letteratura e cinema. È il loro modo di lavorare per far nascere nuove idee. Quanto il signor Kato si sente arricchito da questi colloqui con il maestro?

Kato: Siamo due personalità molto in contatto l’uno con l’altro. Lavorando nel mondo dell’arte è normale che ci appassioniamo anche ad altre forme d’arte rispetto al fumetto. Per esempio l’altro giorno ci siamo ritrovati a discutere di un film che abbiamo visto entrambi, Il terzo uomo (di Orson Wells, n.d.r.) e ci siamo confrontati a lungo scambiandoci le nostre opinioni, soprattutto abbiamo costruito diverse ipotesi su come era stato girato, sulle conclusioni. Questo tipo di confronti ci stimola e arricchisce maggiormente. Cerchiamo di metterci nei panni del regista e di chiunque abbia contribuito alla creazione dell’opera e ci chiediamo come avremmo fatto noi stessi nei panni del regista o di altri elementi dello staff. Questa è una cosa che ci stimola creativamente.

Cristian Posocco: In questi giorni abbiamo avuto modo di conoscere il maestro come una persona davvero cordiale, alla mano, come se fosse uno di famiglia. Nel panel di ieri non si è tirato indietro nel raccontare aneddoti su aneddoti anche molto personali sulla sua vita privata e professionale. È veramente una persona straordinaria. Ha qualche aneddoto spaventoso, qualcosa che l’ha terrorizzata riguardo il suo mestiere?

Junji Ito: È un po di tempo che passo le notti in bianco. Quando non riesco a prendere sonno continuo imperterrito a disegnare. A un certo punto mi sento mancare i sensi e mi infilzo un dito. Potete notare delle macchie di inchiostro sotto pelle. Quando mi sono infilzato con la penna è come se mi fossi fatto un tatuaggio. Ho saputo anche che un altro grandissimo maestro del manga, Kazuo Umezu, ha gli stessi tipi di tatuaggi Questo è uno degli episodi più terrificanti che mi siano captati. Può darsi che mi sia capitato qualcos’altro ma adesso non mi viene in mente.

Cristian Posocco: Ricordo che il maestro, diversamente dalla maggior parte di altri mangaka, non ha assistenti e lavora da solo. Sempre in tema spavento, ci può dire cosa la terrorizza di più dell’Italia?

Junji Ito: È successo ieri. Siamo andati in visita al museo della tortura ed erano esposti moltissimi strumenti con illustrazioni sul modo in cui venivano usati. Ho fatto dei confronti con gli strumenti e le illustrazioni ed ho immaginato che venissero impiegati sul mio corpo, punte acuminate e spine che mi trafiggevano il costato, lastre che mi schiacciavano etc.. Sono dei veri strumenti di tortura usati realmente, una cosa da brividi. Le parti in metallo erano arrugginite e il legno molto vecchio, dev’essere stato molto doloroso per chi vi è stato sottoposto. È stata la cosa più terrificante dell’Italia.

Cristian Posocco: L’evento di domani non la spaventa?

Junji Ito: Sì, ma quella è un’altra cosa. Il 31 novembre ci siamo riuniti con altri artisti, Dave McKean, Ruggero Deodato e Alberto Dal Lago (rispettivamente disegnatore DC Comics, regista di Cannibal Holocaust e illustratore, n.d.r.), Ognuno di noi ha quindi messo su carta un disegno a tema Frankenstein. Ci siamo rifatti a come il romanzo è stato concepito. L’autrice, Mary Shelley, insieme a suo marito, il poeta Percy Bysshe Shelley, e ad altri artisti, decisero di riunirsi in una villa isolata in montagna. Sorpresi da una tempesta furono costretti a rinchiudersi per un certo periodo e per cercare di ingannare il tempo in maniera creativa si misero a discutere di horror e tirarono fuori ciascuno un’opera orrorifica. Fu così che nacque Frankenstein. L’evento è nato da questa cosa. Come Mary Shelley anche noi ci siamo chiusi in una villa per creare qualcosa di orrorifico. Dave McKean e Ruggiero Deodato sono persone dotate di grande talento e disegnano meravigliosamente. Domani dovremo presentare pubblicamente le nostre opere (al Teatro del Giglio alle 12:00), sento un po di pressione e la cosa mi spaventa: riuscirò ad eguagliare le opere degli altri maestri?
 

 

Cristian Posocco: Chissà se da questa avventura italiana il maestro non trarrà ispirazione per qualcuno dei suoi lavori.

Junji Ito: Potrebbe essere... magari un manga incentrato sulla tortura.

Cristian Posocco: C’è qualcosa dell’Italia che gli piacerebbe portarsi in Giappone?

Junji Ito: Per esempio questo edificio (il Palazzo Ducale), è magnifico. In generale tutti gli edifici storici italiani riflettono una magnificenza simile. È spazioso e vi invidio tanto. La mia casa è un po stretta e la mia stanza dove dormo e lavoro è molto piccola. Lavoro sotto il mio letto a castello e quando finisco salgo le scale e dormo. A volte il postino suona il campanello, mi sveglio e sono costretto a scendere in fretta rischiando di cadere. È piuttosto pericoloso, quindi i piacerebbe molto vivere e lavorare in un posto del genere. È un edificio meraviglioso e poi anche voi siete fantastici! (Applauso) Mi piacerebbe avere un viso come il vostro. Anche l’italiano mi sembra una lingua meravigliosa, conosco giusto due parole. Quando ho visto le sculture di Michelangelo che si rifanno alle statue greche dell’antichità sono riuscito a scorgere la bellezza ideale dell’uomo. L’Italia è un paese che da un punto di vista artistico copre davvero tutto e mi piacerebbe portare a casa questo tutto.

Cristian Posocco: C’è qualche genere, a parte l’horror, in cui gli piacerebbe cimentarsi?

Junji Ito: Una commedia d’amore molto dolce e dai toni pacati, ma ho l’impressione che non ce la farei a disegnarla, so già che capiterebbero degli incidenti molto sinistri e inquietanti. Anche il maestro Kazuo Umezu disegna delle storie d’amore, in cui i personaggi si innamorano prendendo delle pasticche, e com’è tipico del maestro, anche se cominciano come storie d’amore finiscono sempre per diventare delle storie horror.

Pubblico: Il personaggio di Asami (Uzumaki), che sta disegnando in questo momento, è forse il più iconico. È il suo preferito o ce ne sono altri?

Junji Ito: In Uzumaki è effettivamente la mia preferita, un po una femme fatale, una donna diabolica. I personaggi di Uzumaki hanno tutti dei vizi o dei difetti, mi piacciono molto i personaggi così, sono molto affascinanti. La protagonista, Kirie, è una persona che ha un forte senso di giustizia, nella vita reale sarebbe bello avere una persona come lei. Ma nei manga il mondo si ribalta e diventa una presenza poco desiderabile e fastidiosa. La scena che ritrae la piccola Asami è la mia preferita di Uzumaki.

Pubblico: Nella sua vita si è mai sentito inghiottito o consumato da una spirale?

Junji Ito: Personalmente non riesco mai a dire di no e spesso mi ritrovo coinvolto in una marea di situazioni. Per esempio, mi è capitato varie volte di comprare degli oggetti inutili dai venditori porta a porta.
 


Masters Of Horror

Domenica 4, ore 11:00, Teatro del Giglio

La Villa Diodati del terzo millennio: Junji Ito, Dave McKean, Alberto Dal Lago e il regista Ruggero Deodato (accompagnato dall'artista spagnolo Miguel Angel Martin), sono stati protagonisti di Masters of Horror, un evento speciale di Lucca 2018 per celebrare, all'insegna della creatività e dell'eccellenza, il bicentenario della pubblicazione di Frankenstein. Un incontro al crepuscolo della notte di Halloween in cui artisti straordinari si sono ispirati a vicenda, creando nuovi contenuti nella splendida cornice di Lucca.

In particolare Junji Ito ha creato una sua personale interpretazione della creatura di Mary Shelley, presentandola al grande pubblico durante il talk di domenica, 4 novembre, al Teatro del Giglio.

 

 

Dave McKean, le sue opere affascinano, emozionano, sono state spesso definite fantastiche, vorrei che ce ne parlasse un po più nel dettaglio.

Dave McKean: In effetti l'aspetto sognante delle mie opere e il fantastico sono due cose molto diverse. Quello che sta accadendo qua, ora, in questo evento, è reale, esiste davvero, ma tra un po' acquisterà un'altra dimensione e quando sarà passato noi cominceremo a ricordarlo in maniera diversa nella nostra testa, acquisterà altre caratteristiche in base a ciò che ricordiamo. Sono interessato al funzionamento della mente, voglio esplorare per capire cosa ci colpisce e cosa resta nella testa, come noi viviamo la realtà, la vita di tutti i giorni.

Perché Frankenstein è ancora così attuale ai giorni nostri?

Dave McKean: Perché è così potente, perché ci parla ancora oggi, perché parla della paura della morte, perché parla del nostro desiderio, come uomini e come mortali, di controllare la morte e di controllare la vita, e perché parla anche della scienza in chiave sia positiva e sia negativa, ce ne mostra i pro e i contro i pregi e difetti. Inoltre, un'altra delle ragioni, probabilmente, e che è stato scritto da una donna, in un’epoca in cui era più labile il confine tra vita e morte, soprattutto nel momento della nascita. Mary Shelley, all'epoca in cui scrisse Frankenstein, aveva già avuto un bambino e l'aveva perso. Frankenstein è un cocktail potente, proprio per questo oggi siamo sempre più vicini alla possibilità di sentirci come degli dei, siamo vicini al momento in cui potremmo forse superare i limiti del nostro corpo, questo fa sì che questa fascinazione nei confronti di Frankenstein non passa e resta potente com'era all'epoca.

Maestro Ruggero Deodato, Cannibal holocaust è un film che viene continuamente riscoperto da un pubblico nuovo. Potresti raccontare come sei arrivato a fare un film che è stato così seminale nella storia del cinema? Penso allo stile documentaristico che all'epoca era rivoluzionario, alla censura, al fatto che ancora oggi continua ad essere propositivo per chi fa cinema.

Ruggero Deodato: Cominciamo dall'inizio. Io amavo molto i film della trilogia Mondo cane, Africa addio e Addio zio Tom. Quello che mi piaceva erano le immagini, molto eleganti. Però contestavo il fatto che questi documentari facevano delle cose terribili, come riprendere delle vere fucilazioni, scegliendo con cura le location per i set, per avere un effetto estetico migliore. Invece di farle in carcere, dove sarebbe stato opportuno, le facevano su una collina, al tramonto. È da qui che partiva la mia contestazione, pur amandoli, perché le immagini erano straordinarie, la musica altrettanto di qualità. Allora decisi di fare un film contro questi documentaristi, volevo anche fare un film sgangherato, non troppo elegante, alla Mondo cane, perché volevo che mostrasse la verità nella falsità della finzione. La cosa paradossale era che i film di Gualtiero Jacopetti erano “veri”, i miei erano “falsi”. Il mio però ha resistito per 40 anni, i suoi si sono persi nel nulla, con tutto che sono stupendi. Per cui, quando adesso mi chiamano “monsieur le cannibale”, mi sento quasi come se fossi entrato nella storia in un certo senso. È un film nato per la mia curiosità. I telegiornali dell'epoca erano pieni di morti ammazzati, in TV avevano la possibilità di fare tutto mentre nel cinema il film te lo tagliavano, te lo censuravano, te lo sequestravano. Poi l'appetito vien mangiando, ogni volta che mandavo i pezzi al Mifed di Milano, riuscivano a venderli molto bene, allora ho continuato a girare. Il produttore mi diceva: “ammazza chi ti pare!”, nella finzione chiaramente.

È vero che hai dato delle indicazioni agli attori, di sparire per un po' per far credere di essere davvero morti?

Ruggero Deodato: Questo fa parte della mia pazzia dell'epoca, perché non c'era internet, non c'erano i media che ci sono oggi, non era sviluppato il sistema delle comunicazioni. Si trattava di allievi dell’Actor Studio e io gli intimai di non lavorare a nessun altro film nell'immediato. Il film ha avuto successo negli anni tramite un passaparola un po' taciturno, ad esempio quando è uscito The Blair Witch Project, filmetto fatto da dei ragazzi americani che avuto un successo incredibile, perché ha avuto una buona campagna pubblicitaria in rete. Quando è stato proiettato nelle sale, gli addetti ai lavori hanno tutti esclamato: “ma questo film l'ha già fatto Ruggero Deodato 20 anni fa!”. Da lì è esploso un po' il fenomeno Cannibal holocaust, che vissuto una seconda giovinezza.

Vorrei chiedere a Miguel Angel Martin: tu hai lavorato a Cannibal holocaust 2, il trattamento originale di Ruggero Deodato, quello che sarebbe stato Il sequel di Cannibal holocaust, di cui tu hai realizzato le illustrazioni e dove si nota il tuo tratto caratteristico. Quanto avete lavorato insieme?

Miguel Angel Martin: Ovviamente non posso raccontare troppo della storia. Secondo me Ruggero ha avuto l'intelligenza di usare il senso dell'umorismo nel primo film. Praticamente la fine di Cannibal holocaust 2 è un'idea bellissima di Ruggiero. Sin dal primo momento era chiaro che non volevo fare un lavoro tipo National Geographic, con dei paesaggi, foreste, animali, ma un libro con violenza, sesso e molta azione, e un po' di senso dell'umorismo del primo film. Quindi tutte le illustrazioni sono incentrate su questo, sono circa 30 sequenze. All'inizio avevo pensato di fare un disegno a sequenza, poi mi sono reso conto che alcune sequenze erano abbastanza lunghe e ho fatto tre quattro disegni in base alla lunghezza di ogni sequenza.

L'opera del maestro Junji Ito si nota per il suo stile unico e inconfondibile, che l'ha fatto conoscere in tutto il mondo. Penso al ritmo narrativo all'interno dei suoi fumetti, che cresce in maniera originale verso un finale che prende di sorpresa lo spettatore, alla capacità di creare sempre almeno un'immagine chiave che resta nel cuore, al di là dell'esperienza di lettura del fumetto. Penso all'Enigma di Amigara, ad Uzumaki. Come è arrivato a sviluppare il suo stile così particolare nella realizzazione delle sue storie?

Junji Ito: All'inizio della mia carriera mi sono dedicato a realizzare solo storie auto conclusive. Poi la rivista che pubblicava le mie storie ha chiuso. Poi mi è stato proposto di continuare a serializzare le mie opere su una rivista a cadenza settimanale. Il mio editore dell'epoca non prediligeva tanto i racconti auto conclusivi ma piuttosto le opere lunghe, con una certa continuità, che non fossero caratterizzate da una serie di episodi a sé stanti. Personalmente non ero molto pratico di storie lunghe e come primo consiglio ricevetti quello di scegliere in modo chiaro quale fosse il tema su cui incentrare le mie storie. Come tema mi venne in mente una città molto particolare, diversa dalle altre, in cui avvengono tutta una serie di eventi strani e bizzarri, inspiegabili. Per rendere la stranezza ancora più particolare decisi di creare una casa lunghissima, come una grande muraglia. Poi però capii che potevo renderla meglio come una casa che si attorciglia su se stessa a forma di spirale, e così ho deciso di inserire il motivo della spirale come ricorrente in tutta la storia. Nelle storie disegnate fino a quel momento il tema della spirale non era venuto fuori spesso, quindi avevo un po' paura a cimentarmi per la prima volta e ho pensato ad una città che viene maledetta dalle spirali.
 


Una domanda ad Alberto Del Lago: abbiamo parlato di stile, abbiamo parlato di caratteristiche, di voci autoriali però la fuori c'è il mercato e quindi l'autore freelance vive in questo spazio, in questo equilibrio, fra le richieste del committente e la propria voce, il proprio stile. Qual è la tua esperienza in questo campo?

Alberto Del Lago: Io sono un esecutore del mio lavoro. Quando si tratta di illustrare copertine di libri fantasy, la domanda è: come faccio a risolvere il problema del mio cliente? In questo caso la risposta è: condensare con una singola immagine quello che è il contenuto di un libro, o un altro tipo di immagine contenuta in qualche altro prodotto che può essere una scatola di un gioco da tavolo o un'illustrazione. Questo vuol dire che a livello tecnico bisogna essere abili nell’ottenere un buon risultato, un'immagine del genere deve essere leggibile anche da distante, come quando si entra in libreria, quindi qualcosa che deve tenere conto di alcuni alcuni aspetti tecnici. Pur tuttavia, a me piace illustrare Fantasy, quindi non c’è alcun problema. Io sono un grande appassionato di horror credo che abbia una sua stratificazione nelle persone su vari livelli. Ho sempre subito questo fascino da quando ero bambino, c'è questa famosa sospensione dell'incredulità, forse ne avete sentito parlare, se continui in questa sospensione siamo disposti a credere a quello che vediamo, a farci suggestionare, quindi quel tipo di peso è continuato nel corso degli anni, una parte di me, quella più vicina è rimasta un po' nascosta, ogni tanto viene fuori, quindi ho bisogno di esternare quello che ritengo siano le paure o le le suggestioni visive che all'epoca mi avevano veramente un po' spaventato e un po' affascinato.

Volevo chiedere a Dave McKean: puoi parlarci del tuo libro uscito in occasione di Lucca?

Dave McKean: Questo libro raccoglie l'equivalente di 25/30 anni di lavoro, quando ho selezionato le immagini che vi sono all'interno mi sono accorto che, messe vicine le une alle altre, un po' soffrivo a guardarle, nel senso che rimbalzavano un po' le une sulle altre acquistavano nuovi significati, lavoravano in sintonia, in armonia, invece di essere indipendenti e completamente scollegate. Il titolo, Apophenia, è un fenomeno che avviene quando elementi contrastanti, giustapposti l'uno all'altro, grazie a loro accostamento fanno emergere un nuovo significato. Sono affascinato dall'esplorazione della mente, dal suo funzionamento, perché la nostra mente tende a sviluppare degli schemi, dei pattern, quindi intendiamo sviluppare delle storie, siamo narratori per definizione, è una delle cose che ha consentito alla nostra specie di svilupparsi, di crescere, ed oggi è una delle cose che potrebbe rischiare di farci cadere. Facendo un collegamento molto concreto alla vita reale, una delle cause di questa nostra capacità di essere narratori è che abbiamo a che fare con fenomeni negativi come le fake news, crediamo a tutto quello che vediamo là fuori, anche se non necessariamente è vero.

Ruggero Deodato, ti va di parlarci dei tuoi nuovi progetti di cinema?

Ruggero Deodato: Per caso ho letto il libro di Melville e mi sono detto “peccato che non l’ho letto subito dopo Canibal holocaust, perché potevo fare un seguito perfetto! È la storia di una baleniera che si reca nelle Isole Marchesi, dove scaricano dei marinai che andrebbero impiccati sulla spiaggia. Tra questi, due riescono a scappare, fuggono nella foresta, vanno su una roccia e quando la barca riparte. loro si sentono liberi e vanno in giro per l'isola. A un certo punto si scopre che sull’isola ci sono due tribù, di cui una di cannibali. Un’ottimo inizio per un thriller! Loro sono capitati in una tribù cannibali o no? Questa è stata scritta nel 1827 quindi ha un ulteriore fascino, i critici non mi avrebbero mai detto niente perché stavo adattando Melville. Che poi sarebbe anche una storia reale ripresa da Melville.

Le storie molto potenti attraversano gli anni e le generazioni, e continuano a parlarci ancora oggi anche se sono state scritte secoli fa. I classici tendono a trascendere e le mode e a parlare di ciò che è vero e di ciò che ci fa paura, torniamo sempre lì.

Volevo chiedere al maestro Ito, se ha qualcosa con sé che vorrebbe condividere con noi, perché so che in questi giorni ha lavorato a una piccola sorpresa, vuole dirci come mai ha deciso di fare questo disegno per noi oggi?

Junji Ito: Mi sono impegnato molto per realizzarlo. Vorrei un attimo riprendere quello che è successo qualche giorno fa, quando ci siamo riuniti, noi quattro artisti, e abbiamo pensato consultarsi tra di noi, di scambiarci delle idee e di disegnare delle opere basandoci su quelle idee, venute fuori dalle nostre conversazioni. Nell’approcciare questo rendez vous fra autori ci siamo rifatti a quello che Mary Shelley e gli altri autori fecero quando fu concepito Frankenstein. Come ben sapete, furono colti da una tempesta durante un soggiorno in montagna, e per cercare di trascorrere il tempo in maniera costruttiva decisero di scambiarsi delle idee sull’horror per produrre delle opere d’arte. Abbiamo cercato di ripetere l’esperienza sulle orme di Mary Shelley, riunendoci in una villa. Nella mia opera ho scelto proprio il tema di Frankenstein e siccome sono anche un grandissimo fan di Lovecraft, e in particolare uno dei racconti che più mi è rimasto impresso è quello della Maschera di Innsmouth, ho pensato di concepire un’opera che sintetizzasse entrambi i temi, sia quello di Innsmouth (che vede l’ibridazione fra personaggi umani e personaggi abitatori degli abissi, a forma di pesce) e sia quello della creatura che Frankenstein assembla. A Innsmouth vivono persone dall’aspetto metà pesce e metà umano. Ho pensato a come la creatura viene concepita nell’opera originale ed unendo le due idee ho pensato di disegnare una creatura alla Frankenstein in cui i pezzi non sono solo umani ma anche di creature marine.

Dave McKean, lei ha dichiarato che il lavoro dell’artista ha un certo impatto con la società, con l’empatia e i sentimenti umani. Cosa intende esattamente quando dice che l’artista può avere un ruolo importante nella società?

Dave McKean: L’arte ha molti scopi ma uno dei più importanti, nella sua semplicità, è che ci permette di vedere il mondo da altri occhi, da altre prospettive, e mai come oggi questo è stato fondamentale, oggi che viviamo in un epoca frantumata, ridotta in pezzi, in cui abbiamo accesso a così tante informazioni ma non abbiamo una conoscenza approfondita, abbiamo accesso a moltissime cose ma non sembriamo capaci di dargli un senso. Vedo dell’arte in giro, vedo delle immagini, e delle storie che sembrano parlare un po solo di sé stesse, raccontare solo altre versioni delle stesse storie, un po fini a sé stesse, quando invece sarebbe importante per gli artisti cercare di dare un senso al mondo in cui viviamo, perché nessun altro lo sta facendo anzi, quasi nessun altro. Di sicuro non lo stanno facendo i politici, lo stanno facendo gli scienziati. Quindi le due colonne sui cui sarebbe bene contare sono la scienza e l’arte.


La spirale della mente, l'inferno della carne

31 ottobre - 4 novembre, Palazzo Ducale

(A seguire, brani dell’intervista tratta dal catalogo della mostra) 


Molti mi definiscono lo stile delle tue storie come body horror. E, in effetti, è impossibile non notare come deformazioni del corpo e aberrazioni fisiche siano una delle principali costanti della tua produzione, al pari di personaggi preda di comportamenti ossessivo compulsivi.

In realtà non conoscevo il termine body horror, quando l'ho cercato su internet, in un elenco di opere notevoli di questo sottogenere ho scoperto che venivo citato anch'io! Così ci ho riflettuto: “body horror, eh?”. Pensandoci bene, mi sono reso conto che, in effetti, le opere che creo sono sempre in qualche modo collegate con il corpo umano, come Uzumaki, dove la deformazione del corpo è un elemento fondamentale. In generale, a me fa paura tutto ciò che riguarda gli esseri umani, sia a livello fisico che interiore, e, inconsciamente, ho finito col realizzare opere body horror. Le deformazioni fisiche sono un qualcosa che mi disturba e mi spaventa molto, e parlando di horror penso siano molto d'impatto, sia esteticamente che concettualmente.
Riguardo invece ai personaggi con comportamenti ossessivo compulsivi, è vero che ne faccio un ampio uso, ma, se devo essere sincero, è più che altro una scelta di comodo, in quanto mi facilitano la creazione delle storie! Una persona intelligente, calata in una situazione di racconto horror, sarebbe in grado di scappare prima che sia troppo tardi. Nella creazione di queste opere è necessario che i protagonisti si impantanino in situazioni estreme, e utilizzare personaggi in preda di stati psicotici rende molto più semplice e agevole far proseguire la trama. Alla fine è per questo che spesso tendo ad impostarli così.

Quanto è importante la tua formazione medica, e quindi la conoscenza approfondita dell'anatomia umana, nella approcciare un genere come il body horror?

Ho frequentato una scuola professionale per odontotecnici, e ricordo che al corso di anatomia ci facevano addirittura imparare a memoria tutti i nomi degli organi del corpo umano in latino! Dal momento che spesso disegno opere appartenenti al cosiddetto filone body horror, tengo alcuni libri di anatomia da usare come riferimento, dai quali ho imparato la forma del fegato o il fatto che i reni siano posizionati vicino alla schiena, eccetera. Diciamo che a forza di lavorare ho finito con la acquisire delle discrete conoscenze. In passato c'è stato un boom del genere splatter, e dato che cominciai a disegnare manga proprio nel periodo successivo a tale boom, mi sono capitate diverse occasioni di disegnare gli intestini (risata)! Poi posseggo anche un pesante tomo che spiega le malattie. Ritengo sia essenziale prestare attenzione a non risultare offensivi verso chi soffre di una qualche malattia, ma, allo stesso tempo, il tema della malattia è inscindibile del genere horror: è per questo che ho sempre cercato di documentarmi quanto più minuziosamente possibile mentre realizzo le mie storie.

Un altro dei tuoi tòpoi sembra essere il rappresentare personaggi maschili inetti e impotenti in balia di mostri o allucinazioni dalle sembianze femminili, o di donne tentatrici, misteriose e nefaste.

Lo scopo di un fumetto horror è spaventare i lettori: se il protagonista fosse un tipo macho e prestante, non ci sarebbe molto di cui aver paura. Confesso che io stesso, in passato, soffrivo di ginecofobia, e forse per questo motivo provo empatia per questo tipo di personaggi, che si spaventano anche solo se una donna li guarda dritto negli occhi! Poi, dato che pubblicavo su riviste per un target femminile, probabilmente cercavo intenzionalmente di creare personaggi femminili forti ma, fondamentalmente, si può dire che io abbia sempre creato ciò che volevo.


Ci sono dei fumettisti che ti hanno influenzato a livello contenutistico e narrativo? E a livello grafico?

Ci Sono principalmente quattro autori che mi hanno influenzato in maniera particolare: i maestri Kazuo Umezu, Shinichi Koga, Hideshi Hino e Katsuhiro Otomo. Il maestro Umezu mi ha influenzato sotto ogni aspetto, sia contenutistico che grafico. Del maestro Koga mi piace molto l'atmosfera che si percepisce nei disegni. Il maestro Hino mi ha sempre colpito per le sue espressioni scioccanti e crudeli. Il maestro Otomo invece ha creato opere straordinarie, in cui si percepisce chiaramente una profondità artistica sconfinata: è un pioniere che ha rivoluzionato totalmente il concetto di manga, allargandone le possibilità espressive e ridisegnandone i confini. Da ragazzino disegnavo fumetti per svago, ma poi, al liceo, avevo smesso. Entrare a contatto con le opere del maestro Otomo fu la scintilla che riaccese in me la voglia di disegnare.

Espandendo lo sguardo su altri media e altre forme di espressione artistica (pittura, letteratura, cinema), ci sono opere e/o autori che ritieni ti abbiano influenzato o ispirato?

In campo letterario, i maestri Yasutaka Tsutsui e Taku Mayumura. In campo fantascientifico hanno espresso idee molto originali che mi hanno influenzato molto. Lo stesso si può dire di Lovecraft. In campo cinematografico, invece, un film che mi ha profondamente influenzato è stato La casa di Sam Raimi: i richiami sono particolarmente evidenti in Tomie, come ad esempio i volti con gli occhi bianchi, la zombie dalle ciglia lunghe e il corpo attorcigliato eccetera. Ah, poi non posso non citare L'esorcista e Alien: mi piace molto il design dell'artista svizzero H.R. Giger, le sue opere mi hanno impressionato molto e la sua influenza è particolarmente visibile in Gyo, per esempio.

Quali ritieni che siano, invece, le peculiarità e unicità che caratterizzano il tuo personale linguaggio artistico?

Non saprei, è difficile analizzarsi da soli! forse le deformazioni dei corpi, o forse una certa particolarità nel modo di deformarli? Io cerco di disegnare con uno stile molto realistico, Nonostante i contenuti delle mie opere siano assurdi e impossibili, e probabilmente i miei fan apprezzano questo realismo grafico. Al riguardo, comunque, non posso non citare il maestro Umezu come mio principale ispiratore.

Ci sono elementi o aspetti autobiografici nel tuo linguaggio artistico, nelle tue tematiche, e di conseguenza, nelle tue opere?

Sì soprattutto nella saga di Soichi! Anch'io, da bambino, ero un tipo poco docile è un po' lugubre. Per il resto, è difficile scendere nel nello specifico ma penso che in ogni mio personaggio ci sia qualcosa di me, in una qualche misura. Poi ci sono anche degli episodi che ho creato basandomi sui miei sogni notturni, che ho cercato di riportare su carta tali e quali a come li ricordavo, ma non credo siano venuti molto bene (risata)! Quando ti sei appena svegliato da un incubo, tutto ti sembra incredibilmente reale e spaventoso, ma se li trasformi in un'opera, alla fine ti accorgi che non facevano poi così paura. Ad esempio, per l'episodio sullo stagno di Toru Oshikiri (personaggio ricorrente di alcune storie), l'ispirazione mi è venuta da un sogno in cui un mio compagno del liceo scivolava in acqua e moriva. Però devo dire che questa storia non mi è venuta particolarmente bene, purtroppo. Anche Kubitsuri kikyu è basato su un sogno che feci da bambino: mi trovavo in un luogo molto spazioso, tipo un aeroporto, e c'era una testa di donna in terracotta che volava e si avvicinava a me. Poi nella mia opera ho immaginato di trasformare la testa di tutti i personaggi. Ecco, questo credo sia uno dei pochi esempi di successo (risata).
 


In molti paragonano il nichilismo delle tue opere a quello del famoso romanziere americano H.P. Lovecraft.

Mi piace molto Lovecraft: è lo scrittore che mi ha fatto capire come il concetto di paura possa essere espanso a livello dell'intero universo. Prima di leggere le sue opere, pensavo che horror fosse, ad esempio, la presenza di un fantasma qui e ora, in questa stanza. Lovecraft mi ha fatto capire come la paura possa abbracciare esistenze lontanissime, provenienti da altri tempi e altri pianeti, e mi ha insegnato che l'essere umano è un insignificante granello di sabbia, se rapportato all’immensità dell'universo. Sono stato molto influenzato dalla lettura delle sue opere.

Come è maturata la scelta di lasciare una professione sicura e prestigiosa come l'odontotecnico per dedicarsi totalmente al fumetto?

Non so se anche oggi sia così, ma 40 anni fa quello dell'odontotecnico era un lavoro davvero molto duro, e mi capitava spesso di dover restare alzato a lavorare anche tutta la notte. Era comunque un lavoro che mi piaceva, perché, molto semplicemente, trovavo divertente creare dei denti. Tuttavia, ho sempre desiderato provare a fare il fumettista. Per un certo periodo ho fatto entrambe le cose contemporaneamente, disegnavo fumetti mentre continuavo a esercitare come odontotecnico, Più che altro perché non sono un tipo particolarmente coraggioso, e non mi sarei mai buttato a tempo pieno nei manga, se non avessi percepito una ragionevole speranza di potercela fare. Portare avanti entrambe le attività diventava sempre più impegnativo, al punto da convincermi che se avessi continuato così ci avrei rimesso le penne! Così, dal momento che si vive una volta sola, ho deciso di dedicarmi anima e corpo ai fumetti, e quando lo comunicai al mio redattore di allora, lui subito mi assegnò una serializzazione regolare sul rivista.

Oltre che nel fumetto, sei stato attivo anche nel mondo del cinema. Puoi raccontarci qualcosa delle tue esperienza in questo campo?

Ero stato inviato dal maestro I, un fumettista horror, a partecipare a un progetto cinematografico, cui successivamente si è aggiunto un altro fumettista autorevole come il maestro Shinichi Koga. Abbiamo dato così vita a un progetto a basso budget chiamato “Kojuncha” (dall'unione delle sillabe ko di Koga, jun di Junji e cha di Ochazukenori). L’idea iniziale era creare un film collettivo composto di tre episodi di circa mezz'ora, ma alla fine abbiamo tutti sforato i tempi, e finito col realizzare dei mediometraggi di un'ora. Mentre gli altri maestri hanno adattato dei loro fumetti, io ho dovuto scrivere una sceneggiatura totalmente inedita, dal momento che Tomie, l'opera su cui inizialmente mi avevano chiesto di basare il mio film, era già vincolato ad un altro progetto cinematografico. Nonostante io sia accreditato come il regista, in realtà ho girato solo per un paio di giorni, e del resto se ne è occupato interamente l'aiuto regista, insomma, non so quanto io possa realmente accreditarmi alla regia del film! E comunque è stata un'occasione interessante per provare nuove esperienze, come salutare il pubblico da un palco, dare le indicazioni di inizio e fine è ripresa, cose così. Allo stesso tempo, però, mi sono reso conto di come, per me, fosse decisamente meglio concentrarmi sui fumetti. Il cinema è un arte sintetica, che coinvolge uno staff numeroso, tra attori, operatori, tecnici, direttori della fotografia eccetera, e trovo che coordinare tutti sia davvero molto difficile. Invece, con i fumetti posso permettermi di fare tutto a modo mio! Faccio davvero tutto da solo, e non ho neanche un assistente. Trovo questo modo di lavorare decisamente più adatto a me.
 


Conosci personalmente Guillermo Del Toro e Hideo Kojima?

Conosco il maestro Kojima da circa vent'anni, anche se non abbiamo mai avuto modo di vederci spesso. Un giorno lui mi chiama e mi dice di raggiungerlo alla Kojima Production perché il maestro Del Toro, di cui è molto amico, vuole assolutamente incontrare Junji Ito! Si trattava di lavorare insieme a un progetto nell'ambito dei videogames, ed è stata in quella occasione che ci siamo conosciuti. Siamo anche andati insieme al karaoke, ma io sono dovuto andare via prima perché avevo il mal di pancia! Il maestro Del Toro dice di essere un mio fan ma in realtà sono molto più un suo fan io!

C’è un film di Del Toro che hai amato o che ti ha ispirato in modo particolare?

Sì, Mimic, quello degli scarafaggi giganti: l'ho trovato davvero divertente! C'è una sorta di scarafaggio gigante che assume le sembianze degli esseri umani, e gli effetti visivi sono realizzati magnificamente. Trovo eccezionali anche Il labirinto del fauno, Pacific Rim e Hellboy. Hellboy ha un cast di personaggi davvero molto belli, probabilmente il regista stesso ne ha curato il design, e tutta l'opera ha un atmosfera molto particolare. Davvero magnifico! Anche mia moglie è una sua grande fan. Quando il maestro Del Toro è tornato in Giappone in occasione dell'uscita della sua opera più recente, La forma dell'acqua, mi ha invitato a un party esclusivo, e io ci sono andato con mia moglie così da ingraziarmela un po'. Era talmente esclusivo che, alla fine, eravamo meno di 10! Da quella volta ho l'impressione che mia moglie abbia iniziato a trattarmi effettivamente meglio (risata).

Sei molto popolare all'estero, non solo in Asia, ma anche in occidente, dove sei stato invitato praticamente in tutti i più importanti festival del settore. Come stai vivendo la crescita della tua fama a livello mondiale?

Agli inizi della mia carriera, 30 anni fa, non avrei mai immaginato la situazione attuale. Il pensiero che le mie opere siano lette e apprezzate anche oltreoceano mi riempie di profonda gratitudine.

L'arte e la passione per i mostri e per i gatti sembrano essere una caratteristica di famiglia, dal momento che anche tua moglie è un’affermata illustratrice, specializzata nel ritrarre i felini e creature soprannaturali. Com'è la vita quotidiana di una coppia di artisti così particolare? Avete qualche progetto in comune, o avete mai pensato di svilupparne uno?

A vederci nel quotidiano non si direbbe affatto che siamo degli artisti, anzi, siamo assolutamente nella norma delle coppie con oltre dieci anni di matrimonio alle spalle. Però, ad esempio, mia moglie conosce il maestro Natsuhiko Kyogoku, scrittore mystery molto famoso in Giappone, che ogni tanto viene a trovarla alle sue mostre, lasciandomi di stucco. Episodi analoghi a volte accadono a me, cose come queste forse non capitano tutti i giorni alle coppie normali. Anche le nostre figlie sembrano portate per le arti. Quando le vedo disegnare le riempio sempre di complimenti, e se un giorno vorranno optare per una professione nel campo creativo è mio desiderio sopportarle. Per quanto riguarda progetti comuni, una volta io e mia moglie abbiamo collaborato insieme alla grafica di una t-shirt per un sito (il portale Hobo Nichi di Shigetaka Itoi). 
Abbiamo due gatti in casa, e abbiamo realizzato un'illustrazione che raffigura due gatti Uniti da un unico muso: ognuno di noi ha realizzato il corpo di un gatto e il relativo mezzo muso. Abbiamo collaborato solo in quell'occasione. Quando qualcuno ci sottopone un progetto in comune, mia moglie declina prontamente, e a essere sincero nemmeno a me andrebbe molto! È vero che mia moglie ogni tanto realizza delle illustrazioni in stile manga, e devo ammettere che la trovo molto talentuosa, ma preferisco evitare di lavorare a un fumetto insieme... Più che altro per scongiurare i litigi (risata)!

 

Junji Itō nasce nella prefettura di Gifu nel 1963. Il suo debutto, avvenuto nel 1986 fra le pagine della rivista Monthly Halloween dell'editore Asahi Sonorama, gli vale la menzione d’onore alla prima edizione del Premio Umezz.
Tra le sue opere più conosciute troviamo Tomie, Uzumaki, Gyo, Kubitsuri kikyu, Nagai yume, Amigara dansou no kai, Shibito no koiwazurai, Itō Junji no neko nikki - Yon & Mu. La sua opera più recente pubblicata in Italia è Ningen shikkaku (Lo squalificato), basato sull'omonimo romanzo di Osamu Dazai.
Da gennaio 2018 viene trasmessa in Giappone la serie animata Junji Ittō Collection.