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MARTEDÌ 15 SETTEMBRE 2026

Recensione


5.0/10
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«La scienza ha levato all’umanità il buio. E ha strappato le zanne alle belve. Buio e terrore sono rimasti solamente tra gli stessi uomini.»

Un misterioso virus chiamato Medusa sta decimando l’umanità, trasformando gli infetti in pietra. Per sfuggire alla malattia, 160 persone vengono sottoposte al sonno criogenico, in attesa che la scienza trovi una cura. Tra loro c’è Kasumi, una ragazza separata dalla sorella gemella Shizuku, anch’essa contagiata ma esclusa dal programma.
Quando Kasumi si risveglia, però, il centro di ibernazione è ormai irriconoscibile: dei 160 pazienti, soltanto sette sono sopravvissuti e l’edificio è invaso da enormi rovi e creature mostruose simili a dinosauri. Quanto a lungo i superstiti sono rimasti ibernati? Che cosa è accaduto al mondo durante il loro sonno?

Con un incipit che, per certi versi, anticipa “Dr. Stone”, contaminazioni a metà tra “Dino Crisis” e “Resident Evil” e una struttura vagamente survival che rievoca “Battle Royale”, l’opera di Yūji Iwahara mescola fantascienza, horror e azione in un’avventura dal ritmo serrato che presenta tutti i crismi del manga di buon successo commerciale. È proprio l’aspetto mainstream, però, a far emergere i principali problemi di “King of Thorn”: personaggi eccessivamente stereotipati, un impianto narrativo colmo di cliché e una risoluzione piuttosto scontata, seppur non priva di qualche spunto interessante.

Il manga parte abbastanza bene, con una trama avvincente che si ingarbuglia dopo il terzo volume, lasciando spazio a spiegazioni fin troppo didascaliche che rallentano la storia, per poi riaccelerare bruscamente fino alla virata fantasy che conduce a un finale scialbo e sbrigativo.

Il vero tallone d’Achille è però il villain, un antagonista talmente anonimo e mal costruito da risultare quasi imbarazzante. Le sue motivazioni sono risibili, il suo piano procede senza una logica convincente e la sua presunta minacciosità si sgonfia scena dopo scena. Più che un villain, sembra un espediente narrativo inserito dall’autore in corso d’opera per condurre la storia verso una conclusione che, altrimenti, non saprebbe come raggiungere. Sarebbe stato preferibile che l’antagonista fosse uno dei membri del gruppo dei superstiti, magari approfondendo il tradimento di Peter, oppure rendendo Marco Owen un personaggio più sfumato, anziché il classico scorbutico dal passato tormentato destinato a trasformarsi in eroe.

L’ambientazione, invece, un castello britannico trasformato in laboratorio, è uno dei punti di forza del manga: un intricato dedalo di rovi, passaggi nascosti e camere segrete sotterranee che contribuiscono a creare un’atmosfera misteriosa e claustrofobica. Il tutto è realizzato con cura e attenzione ai dettagli, valorizzando una scenografia tanto suggestiva quanto funzionale alla narrazione.
Il tratto di Yūji Iwahara viaggia su discreti standard, con un chara funzionale ma non così incisivo da lasciare il segno; le scene d’azione, inoltre, risultano caotiche e spesso poco leggibili, penalizzando la fluidità della lettura e rendendo talvolta difficile seguire con chiarezza lo sviluppo degli scontri, che non brillano certo per originalità nelle soluzioni adottate.

“King of Thorn” è un’opera che guarda dichiaratamente ai B-movie, senza rinunciare a una certa componente trash che gli ha permesso di far presa soprattutto sul pubblico americano. Una lettura rapida e scorrevole, che punta principalmente sull’intrattenimento e sulla spettacolarità, ma che, al netto delle buone premesse, finisce per rivelarsi piuttosto superficiale sul piano narrativo.