Recensione
Recensione di PolverediCenere
-
Un burattino di ferro mascherato da legno: il cortocircuito narrativo del Pinocchio del 1971
Il lungometraggio animato "Un burattino di nome Pinocchio" (1971), diretto da Giuliano Cenci, viene spesso celebrato per la sua pedissequa fedeltà al testo ottocentesco di Carlo Collodi. Tuttavia, se analizzato con gli occhi della moderna critica cinematografica, il film rivela un impianto strutturale rigido, ripetitivo e gravato da una sceneggiatura che si limita a compilare una "lista della spesa" degli eventi del libro, senza mai riuscire a tradurli in vero linguaggio visivo.
Questa pellicola, in ultima analisi, rappresenta un perfetto e paradossale fallimento dello "show, don't tell" (un fallimento dello show che si riduce a mero tell).
Il film fallisce nel suo obiettivo primario in tre macro-aree strutturali: l'incoerenza biologica dei superpoteri del protagonista, l'avanzamento ridotto a un utilizzo di Deus ex machina (la Fata Turchina in primis) con personaggi secondari ridotti a meri "usa e getta" e l'adozione di un ritmo narrativo ciclico e privo di reali conseguenze evolutive.
1) Il paradosso del corpo di legno: perché essere un burattino è "una figata"
Il primo grande cortocircuito della storia risiede nel desiderio espresso a parole da Pinocchio: diventare un bambino vero. La narrazione e la voce fuori campo insistono sul fatto che la condizione di burattino sia una condanna, una limitazione o una punizione/fardello. Le immagini, tuttavia, mostrano l'esatto contrario. Lo spettatore assiste alle avventure di un cyborg ottocentesco immune a qualsiasi legge della fisica e della biologia.
Indistruttibilità e immortalità: Quando Pinocchio incontra gli Assassini (il Gatto e la Volpe travestiti), questi non possono accoltellarlo perché i loro pugnali non funzionerebbero contro di lui (è fatto di legno). Poco dopo, lo acciuffano e decidono di impiccarlo al ramo più alto di una quercia e viene lasciato penzolare al vento in una lunga agonia: un essere umano sarebbe morto per asfissia in pochissimi minuti, ma Pinocchio, privo di polmoni e di un apparato biologico fragile, sopravvive al cappio senza subire alcun danno permanente. Il film tenta maldestramente di metterci una pezza nella scena successiva, mostrando la Fata Turchina che costringe il burattino a prendere una medicina amara per guarire dalla febbre.
Questa trovata si rivela una giustificazione posticcia e totalmente priva di credibilità per tre motivi:
1. Assurdità biologica: Un pezzo di legno non ha un sistema immunitario, non ha vasi sanguigni e non può sviluppare una risposta infiammatoria sistemica (la febbre). Iniettare una logica biologica umana a intermittenza – solo quando serve alla trama – distrugge la coerenza del mondo narrativo.
2. Incoerenza con i traumi precedenti: Se una corda al collo per ore gli causa solo una banale influenza curabile senza problemi con uno sciroppo, viene ribadito ancora una volta che il suo corpo di legno è un guscio indistruttibile. La medicina amara non serve a salvargli la vita, ma è solo un pretesto pedagogico per farlo litigare con i medici-animali e introdurre la gag dei becchini
3. Il ricatto morale dei conigli neri: Pinocchio accetta di bere la medicina solo quando vede arrivare i conigli neri con la bara per portarlo via. Questo dimostra che il film usa la "malattia" e la "cura" non come reali conseguenze fisiche del cappio, ma come strumenti di terrorismo psicologico per piegare l'ostinazione del burattino. La gravità e il trauma del tentato omicidio da parte degli Assassini viene così ridotta a una ridicola messinscena clinica.
L'autogol dei rovi e delle schegge: Durante la lunga ed estenuante fuga di Pinocchio dagli Assassini attraverso i boschi e i campi aspri e tortuosi, interviene il narratore che recita testualmente: «I rovi, penserà qualcuno, graffiavano le gambe di Pinocchio... e invece no: le scheggiavano, perché ricordiamocelo una volta per sempre che Pinocchio è fatto di legno» . Questo passaggio, pensato come fredda nota di colore, è la prova definitiva del vantaggio corporale del protagonista. Un bambino umano, correndo a gambe nude tra i rovi per chilometri, si sarebbe squarciato la carne, avrebbe perso sangue e avrebbe rischiato infezioni gravissime o la cancrena se non curato per ore. Pinocchio, invece, rimedia al massimo qualche scheggiatura superficiale che non ne compromette minimamente la mobilità.
Immunità termica e patologica: Nella scena successiva alla fuga dalla pancia del Pescecane, il contrasto visivo è quasi comico. Geppetto ne esce visibilmente provato, ammalato e indebolito. Pinocchio, al contrario, registra uno zero assoluto sulla scala dei danni: non prende polmoniti, non soffre di ipotermia e ha immediatamente la forza muscolare per spaccarsi la schiena girando il bindolo del pozzo per cento secchi d'acqua e lavorare per mantenere entrambi.
Il dilemma dell'invecchiamento: Un dettaglio biologico che la storia evita accuratamente di affrontare è che il legno non invecchia. Se Pinocchio fosse rimasto un burattino, sarebbe stato potenzialmente eterno, immune al decadimento cellulare, alle rughe e alle malattie cardiovascolari. Diventando un bambino in carne e ossa nel finale, il protagonista compie un pessimo affare commerciale: scambia l'immortalità, l'invulnerabilità e la capacità di galleggiare come una zattera salvavita con un corpo umano fragile, deperibile e a tempo determinato.
Il film commette il peccato imperdonabile di non mostrarci mai cosa significhi soffrire per essere un burattino. Non c'è un risvolto psicologico, né tantomeno sociale: sarebbe bastato anche un solo episodio a scuola in cui Pinocchio veniva bullizzato, emarginato o trattato come un oggetto inanimato dagli altri bambini per giustificare il suo trauma. Invece, l'intera questione rimane un concetto puramente astratto che la Fata gli impone come premio massimo, senza che lo spettatore ne capisca il vero motivo logico.
2) L'ipocrisia della Fata Turchina e i personaggi "usa e getta"
Il film si regge su un utilizzo smodato e pigro di Deus ex machina, in particolare quello incarnato da una Fata Turchina la cui morale rasenta il sadismo psicologico. La Fata conosce perfettamente i precedenti di Pinocchio e la sua cronica ingenuità. Nonostante questo, lo lascia marcire nel Paese dei Balocchi per cinque mesi senza muovere un dito per avvertirlo o fermarlo . Assiste passivamente alla sua dolorosa metamorfosi in asino, alla sua umiliazione nel circo e al suo successivo infortunio. Interviene solo in extremis, quando Pinocchio sta letteralmente per essere scuoiato da un fabbricante di tamburi.
Questa gestione del personaggio toglie dignità all'azione: Pinocchio non si salva mai da solo usando l'astuzia, ma subisce un "reset magico" esterno e paternalistico, che azzera la gravità degli eventi precedenti per permettere alla storia di passare al capitolo successivo.
Questa stessa fretta di "spuntare le caselle" del libro si riflette anche nella sfilata di personaggi usa e getta.
Il macabro addio a Lucignolo: La gestione dell'amico di Pinocchio è l'emblema del fallimento drammatico del film. All'inizio ci viene detto a parole che è una persona importantissima per il protagonista, ma non vediamo mai un briciolo di questo legame sullo schermo; Lucignolo assolve semplicemente al ruolo di "tentatore" per il Paese dei Balocchi e null'altro. Il vero disastro narrativo avviene però verso la fine: Pinocchio sta lavorando duramente per un contadino per guadagnare il bicchiere di latte quotidiano necessario a guarire Geppetto. In quella stalla, Pinocchio scopre che l'asino moribondo acquistato dal padrone è proprio Lucignolo. Davanti all'asino che esala l'ultimo respiro, il contadino, vedendo il burattino parlare con l'animale, chiede con scherno: "Ma tu parli agli asini?". Pinocchio risponde con sincero dolore: "Lui era mio amico, un mio compagno di scuola". A quel punto, il contadino scoppia in una risata fragorosa e insensibile: "Ahahaha, tu avevi dei somari come compagni di scuola! Immagino che grandi studi tu debba aver fatto!".
Il vuoto emotivo del "reset": In una storia scritta con criterio, una scena così drammatica provocherebbe una reazione: Pinocchio dovrebbe rimproverare il contadino per la sua totale mancanza di empatia, o quantomeno portarsi dentro il trauma della morte cinica del suo migliore amico. Invece, la sceneggiatura cancella tutto all'istante con un colpo di spugna. Nella scena immediatamente successiva, Pinocchio è felice e sorridente solo perché ha ottenuto il suo secchio di latte. Di Lucignolo non si saprà mai più nulla, non verrà mai più nominato e il tempo scorre dritto verso il lieto fine. Questa sequenza è la definizione perfetta di un elemento "usa e getta": se gli sceneggiatori avessero rimosso completamente la rivelazione che quell'asino moribondo era Lucignolo, lasciando un somaro qualsiasi, la storia, l'evoluzione di Pinocchio e la continuity del finale sarebbero rimaste esattamente identiche.
Alidoro e il Pescatore Verde: Costituiscono un altro blocco narrativo altrettanto sterile e frettoloso. Pinocchio salva il cane poliziotto che lo stava inseguendo dall'annegamento; gli promette che gli deve un favore e immediatamente nella scena successiva, senza neanche lasciare allo spettatore un minimo di respiro a livello di trama, Pinocchio viene catturato da un pescatore così grottescamente stupido da scambiare un burattino antropomorfo per un pesce; un secondo dopo ancora il cane arriva lì (attratto dall’odore delle padelle del pescatore…lasciamo stare) e interviene per saldare il debito di gratitudine. Anche in questo caso, rimuovendo l'intero blocco, la macro-trama del film non subisce alcuna variazione.
Il difetto più imperdonabile di Un burattino di nome Pinocchio (1971) risiede in questa sua sfilata di personaggi "usa e getta", i quali vengono sistematicamente gettati via e abbandonati al loro destino non appena hanno esaurito la loro funzione didattica o utilitaristica. In una scrittura organica, un autore non si sbarazza mai di una figura chiave inserendola in un vicolo cieco narrativo. Se un personaggio compie un'azione cruciale o subisce una tragedia drammatica, quel momento deve avere un'eco, un peso e una ripercussione sulle vicende e sulla coscienza del protagonista. Deve generare un arco di conseguenze, portando magari a un confronto finale o una frase rivelatrice del tipo "Tutto è andato secondo i piani", che chiuda il cerchio dimostrando la centralità di ogni singola pedina sulla scacchiera. Il modus operandi del film invece non funziona così e ciò rompe l'illusione cinematografica: i comprimari smettono di sembrare esseri viventi all'interno di un mondo dinamico e si rivelano per ciò che sono in questa pellicola, ovvero semplici sagome di cartone che recitano la propria battuta per poi essere gettate nel cestino della sceneggiatura.
3) La struttura a Loop e la trappola della truffa improvvisata
Nelle storie scritte con criterio (si pensi alla narrativa contemporanea ben strutturata o alla coerenza millimetrica di un seinen moderno come Tracce di Sangue o Made in Abyss), vige una regola aurea: nulla si crea dal nulla e nulla viene dimenticato. Ogni dettaglio è un tassello fondamentale; un dialogo accennato distrattamente all'inizio si rivela la chiave di volta della fine, uno sguardo apparentemente casuale acquista significato a distanza di capitoli, e ogni trauma modifica la psicologia e l'arco del personaggio in modo permanente, lasciando cicatrici visibili nel tempo. Nelle grandi storie i personaggi secondari non sono semplici comparse di passaggio, ma ingranaggi attivi di un meccanismo perfetto in cui tutto torna sempre.
In Un burattino di nome Pinocchio, invece, assistiamo a un loop ripetitivo frustrante:
1. Pinocchio commette una monelleria accecato dall'ingenuità.
2. Rischia la vita o danneggia Geppetto.
3. Si dispera, piange, promette solennemente di fare il bravo e giura di aver capito la lezione.
4. Alla prima tentazione successiva, subisce un totale reset mentale, dimentica i traumi passati e ricomincia da capo con la stessa stupidità del primo giorno.
Persino la gestione delle truffe subite evidenzia la pigrizia della scrittura. Poco prima di andare all'Osteria del Gambero Rosso, il Gatto e la Volpe strutturano una bugia complessa, parlando di sotterrare e annaffiare le monete per poi metterci sopra del sale e aspettare una notte intera per dare credibilità al rituale. Quando lo incontrano per la seconda volta, colti dalla fretta di arraffare il bottino prima che intervenga la Fata, i due criminali da strapazzo cambiano le regole in corsa: dicono a Pinocchio che bastano 20 minuti di attesa senza più la necessità di innaffiare o di mettere il sale. Un protagonista minimamente caratterizzato noterebbe la discrepanza; Pinocchio, ridotto a un solo e unico tratto psicologico (l'ingenuità cieca), non si pone domande, sotterra i soldi e permette ai due cialtroni di compiere una rapina lampo.
Altri punti degni di nota:
4) Il viaggio suicida di Geppetto: l'apoteosi del nonsense logico
Un altro esempio emblematico di come il film compili una "lista della spesa" di eventi senza curarsi della loro coerenza interna è la partenza di Geppetto in barca verso l'oceano. Quando Pinocchio scompare nel nulla, Geppetto – invece di fare la cosa più logica, ossia ripercorrere le ultime possibili e stimate tappe del figlio, fare domande in paese o cercarlo sulla terraferma (magari ipotizzando una fuga verso il Paese dei Balocchi) – compie un’azione totalmente casuale, bizzarra e slegata da ogni indizio: costruisce una minuscola barchetta e si lancia in mezzo a un mare in tempesta.
Non c'è una mappa, non c'è una pista, non c'è un motivo al mondo per cui il burattino debba trovarsi in mezzo all'oceano, eppure il vecchio falegname decide che la terraferma non merita indagini. La scena tocca il picco del ridicolo involontario quando Geppetto, già a bordo della sua imbarcazione improvvisata, sente la voce di Pinocchio in lontananza provenire dalla riva. In quel momento, accorgendosi che suo figlio è letteralmente sulla terraferma, a pochi metri da lui, cosa fa? Invece di girare la barca e tornare a prenderselo, urla un rassegnato e assurdo "Addio Pinocchio!" e continua a navigare dritto verso la tempesta, andando incontro a morte quasi certa.
In una sceneggiatura scritta con criterio, un comportamento del genere potrebbe essere giustificato solo in un modo: la follia clinica. Il dolore logorante per la perdita del figlio avrebbe dovuto far perdere il senno a Geppetto, spingendolo ad allucinazioni o a un delirio autodistruttivo. Il problema è che nel film non vediamo mai Geppetto scendere nella follia, successivamente, una volta incontrato tempo dopo nella pancia del Pescecane, vediamo che sta bene ed è sano di mente: visivamente ci viene mostrato come un vecchietto perfettamente lucido, triste ma assennato, il che rende le sue decisioni totalmente inspiegabili e demenziali.
Ancora una volta, la pellicola rifiuta di "mostrare" il dramma psicologico (show) e si limita a rincorrere gli eventi del libro (tell), forzando Geppetto a salire su quella barca solo perché la trama ha disperatamente bisogno che lui venga inghiottito dal Pescecane, preparando il terreno per il ricongiungimento finale. Un intero blocco narrativo retto non dalla logica dei personaggi, ma da una totale e forzata follia di scrittura.
5) Il sacrificio della casacca: quando il melodramma scade nella stupidità:
La tendenza della sceneggiatura a forzare la mano pur di strappare un'emozione facile emerge in modo lampante in un'altra sequenza iniziale: il baratto della casacca di Geppetto per comprare l'abbecedario. Per dimostrare allo spettatore quanto il falegname sia un padre modello pronto al sacrificio totale, il film ci mostra il vecchio che esce di casa durante una gelida serata di piena tempesta di neve per andare a scambiare la sua unica giacca con il libro scolastico. La scena di ritorno lo vede percorrere tutta la strada fino a casa al freddo, tremando in maniche di camicia sotto la bufera.
L'intento registico vorrebbe suscitare un moto di profonda commozione ("Guarda cosa fa per suo figlio!"), ma la realtà della scrittura rivela un'idiozia strutturale disarmante. Geppetto non aveva alcun bisogno logico di uscire proprio in quella notte da tregenda. La scuola non apriva cinque minuti dopo; Pinocchio non aveva scadenze vitali legate a quell'abbecedario. Un essere umano dotato di un minimo di buonsenso avrebbe semplicemente aspettato il giorno successivo, o un momento in cui il tempo fosse un minimo migliore, per andare a fare lo scambio senza rischiare di morire di broncopolmonite sulla via del ritorno.
Questa scelta non mostra la grandezza del personaggio, ma la pigrizia degli sceneggiatori, che scambiano la stupidità pura con l'altruismo. Pur di creare l'inquadratura d'impatto del vecchio che trema sotto la neve, il film priva Geppetto di qualsiasi coerenza intellettiva, trattandolo non come un padre reale, ma come una pedina da melodramma forzato. Il film punta tutto sull'effetto "WOW" del sacrificio, ma se analizzi l'azione ti rendi conto che il comportamento in questione non è eroico, è semplicemente privo di senso.
6) Il ruolo del Grillo Parlante:
Un altro dei punti più critici risiede nella gestione del Grillo Parlante, una scelta narrativa che compie il peccato più grave per una storia che pretende di essere "educativa": annullare completamente il peso delle conseguenze. A inizio pellicola, Pinocchio compie l'atto più violento e irrimediabile di tutti: si arrabbia, scaglia un pesante martello contro l'insetto innocente che gli stava solo facendo un rimprovero didattico a fin di bene, uccidendolo sul colpo. Eppure, a fine storia, il Grillo ricompare magicamente all'interno della sua capanna, vivo, vegeto e in perfetta salute, senza che venga fornita la minima spiegazione logica o diegetica a schermo.
Questa scelta distrugge la tenuta della storia su più livelli:
Azioni senza peso e morale ipocrita: Il film passa tutto il tempo a criticare Pinocchio, dicendogli che le sue disobbedienze portano alla rovina e alla tragedia. Però, di fronte a un omicidio materiale, la storia fa un colpo di spugna e resetta tutto. Se ogni danno può essere riparato retroattivamente dal destino o dalla pigrizia degli sceneggiatori, Pinocchio non sta davvero imparando a vivere nel mondo reale: sta solo giocando a un videogioco dotato di "continua" infiniti.
La totale reversibilità del danno: quando un personaggio compie un gesto estremo o causa una morte, quell'evento lo schiaccia per sempre, diventando il motore del suo cambiamento o della sua discesa nella follia. In Pinocchio, il ritorno in vita del Grillo lancia un messaggio disarmante ed educativo al contrario: "Tranquillo, puoi anche spaccare la testa a qualcuno con un martello, tanto alla fine la trama lo farà tornare vivo e felice nella sua capanna" Gli sceneggiatori pretendono la scena forte e scioccante all'inizio e il lieto fine rassicurante alla fine, togliendo ogni reale catarsi emotiva e riducendo il percorso del burattino a una farsa ipocrita.
Come se non bastasse quanto appena detto, il Grillo Parlante subisce lo stesso identico trattamento sciatto riservato al resto dei secondari già citati. È a tutti gli effetti un personaggio senza alcuna profondità, un ingranaggio "usa e getta" travestito da guida spirituale.
Se lo si analizza freddamente, il Grillo non ha un’anima, un’evoluzione o un ruolo strutturato all'interno della continuity.
Il ruolo da "altoparlante della morale": All'inizio del film non si presenta come un vero personaggio con i suoi desideri o le sue debolezze. Arriva, fa la sua predica pedante a Pinocchio, viene ucciso con un martello e scompare.
Lo spettro e il reset corporeo: Ricompare brevemente come spirito nel bosco per ripetere la stessa identica ammonizione, e infine resuscita dal nulla con un corpo solido nella capanna del finale chiudendo il sipario.
Il film lo usa come un semplice "interruttore della colpa". Gli sceneggiatori lo accendono quando devono fare la lavata di capo a Pinocchio e lo spengono (o lo ammazzano) quando la trama deve andare avanti verso la sventura successiva. Non c'è un vero legame affettivo tra lui e il burattino: la sua totale mancanza di peso emotivo è dimostrata dal fatto che Pinocchio non soffre minimamente per averlo ucciso, e il Grillo non prova alcun rancore per essere stato spiaccicato con un martello.
Anche in questo caso, se rimuovessimo il Grillo e lo sostituissimo con una voce fuori campo o con un cartello con scritto "disobbedire è sbagliato", la sostanza del film rimarrebbe identica. È l'ennesima dimostrazione di come questa pellicola metta in fila sagome di cartone bidimensionali anziché creare vera tridimensionalità.
7) Il più grande buco nero del film è Pinocchio: Il Pinocchio del 1971 non funziona come personaggio perché unisce i peggiori difetti possibili in una scrittura: è colpevole della sua stessa sfortuna, logorante da ascoltare, psicologicamente piatto e totalmente passivo nell'evoluzione della trama. Non è un protagonista per cui emozionarsi, ma un ostacolo alla fluidità del racconto. Normalmente, se un protagonista subisce una tragedia o si caccia nei guai, l'autore fa in modo che il pubblico provi empatia per lui. Pinocchio, invece, sabota da solo la sua stessa capacità di attrarre il pubblico. Poiché i suoi guai nascono sempre da una sua decisione deliberatamente stupida e testarda (come vendere il libro per andare a vedere i burattini o dare retta a due palesi truffatori per strada), lo spettatore non prova pena per lui. Quando scatta la fase del piagnisteo continuo, il fastidio si amplifica. Vedere un personaggio che urla e si dispera con una voce stridula, lamentandosi del proprio destino, risulta insopportabile perché lo spettatore sa che se la è cercata da solo. Il passaggio repentino dall'arroganza sfacciata al vittimismo piagnucoloso crea un personaggio privo di dignità: non è un eroe tragico, è solo un ragazzino viziato che non vuole assumersi la responsabilità delle proprie azioni e pretende che gli altri si muovano per risolvergli i problemi. Inoltre, la sua introspezione psicologica è pari a zero: il protagonista è affetto da una parlantina logorante ed egocentrica: deve verbalizzare ad alta voce ogni singolo pensiero, ogni minima paura e ogni capriccio astratto. La lunghissima sequenza in cui rifiuta la medicina della Fata ne è l'emblema: non c'è una reale rappresentazione della paura della morte, ma solo un bisticcio infantile e petulante basato sulla pura ostinazione, privandolo di spessore e riducendolo a un fastidioso rumore di fondo. Nella teoria della sceneggiatura esiste un concetto fondamentale chiamato Agency (l'azione intenzionale). Un protagonista funziona quando è il motore degli eventi, quando usa le sue capacità per uscire da una situazione difficile. Pinocchio, che a parole dovrebbe essere un "monello" (figura storicamente dotata di una spiccata furbizia di strada), nel film si dimostra totalmente privo di carisma e di acume tattico.
Non inventa mai un piano, non inganna mai i suoi aguzzini e non ha mai un momento di lucidità o di riscatto intellettuale. È un soggetto puramente passivo che subisce le azioni degli altri: viene raggirato, si lascia trascinare dagli eventi e, quando tocca il fondo, si limita a piangere finché un Deus ex machina (la Fata Turchina) non arriva a resettare il tabellone e a salvargli la vita. Lo spettatore smette di fare il tifo per lui perché Pinocchio non fa nulla per meritarsi la salvezza. È solo un ammasso di legno logorante che va avanti per inerzia. E No. L'atto finale di lavorare per comprare il latte a Geppetto non basta a salvare il personaggio, perché arriva troppo tardi, in modo improvviso e incoerente con tutto ciò che abbiamo visto prima: non cambia gradualmente ma passa dall'essere un completo sfaticato nel Paese dei Balocchi a un lavoratore modello non che santo martire dall'oggi al domani. La regia si limita quindi a girare un interruttore comportamentale per pura comodità di sceneggiatura.
8) La farsa di Mangiafuoco: legna introvabile e montone crudo
L'idea che Mangiafuoco, un famosissimo direttore di un grande teatro di burattini, che gira il mondo con carri e carovane, non avesse con sé della banalissima legna da ardere o della boscaglia qualsiasi per cucinare la cena è di una stupidità disarmante. Decidere di distruggere e bruciare i suoi stessi burattini (che sono i suoi strumenti di lavoro e la sua fonte di guadagno) solo perché è pigro, è un controsenso economico e logico che distrugge qualsiasi sospetto di scrittura seria.
La sofferenza annullata (Conclusione a "Tarallucci e vino"): Questa scena viene costruita dal regista con toni tragici ed epici, ma si risolve in una farsa zuccherosa in meno di due minuti. Mangiafuoco starnutisce (espediente per dire che si è mosso a compassione), Pinocchio fa il santarellino offrendosi al posto del compagno, e Mangiafuoco improvvisamente si trasforma in un pezzo di pane, e, baciato da Pinocchio, dichiara: «Pazienza, per stasera mangerò il montone crudo!»
Il fallimento del dramma: Se il pericolo di essere bruciato vivo svanisce all'istante perché il "mostro" preferisce mangiare carne cruda piuttosto che farti un graffio, lo spettatore capisce il trucco. Non c'è vera sofferenza, non c'è reale percezione del pericolo di essere fatti di legno combustibile. È solo l'ennesimo dramma forzato che si sgonfia da solo senza lasciare traumi o conseguenze emotive nel protagonista, il quale un secondo dopo saluta felice i burattini e se ne va con cinque monete in tasca
9) Il valore del comparto tecnico e artistico
Per onestà intellettuale ed evitare di scivolare in una stroncatura cieca, è doveroso riconoscere che il film possiede tre grandi pregi oggettivi che ne salvano l'estetica e che rappresentano il meglio dell'artigianato dell'animazione italiana dell'epoca:
1. I disegni e la fedeltà visiva: Il character design e i disegni dei personaggi sono di alto livello. Cenci è riuscito a dare vita alle storiche illustrazioni originali di Attilio Mussino (il più celebre illustratore di Pinocchio), regalando un impatto visivo squisito e geometricamente pulito, nettamente superiore alla media delle produzioni europee del periodo.
2. Gli sfondi e le scenografie: I fondali e le ambientazioni della campagna toscana sono curati nei minimi dettagli. La ricostruzione delle atmosfere rurali, dei vicoli dei paesi e degli interni (come la povera stanza di Geppetto o la stalla) mostra uno studio cromatico e una direzione artistica eccezionale, calda e ricca di fascino storico.
3. Il doppiaggio e le musiche: Il comparto sonoro è superbo. La colonna sonora (curata da Vito Tommaso) accompagna le scene con melodie azzeccate, e il cast di doppiatori dell'epoca (con la voce del narratore profonda e le interpretazioni dei singoli personaggi) svolge un lavoro professionale e carismatico che purtroppo deve farsi carico di dialoghi e spiegazioni fin troppo didascalici
Questo trittico di eccellenze dimostra che il fallimento della pellicola non è da imputare ai disegnatori, ai background artist o ai doppiatori — che hanno svolto un lavoro eccellente — ma risiede interamente nella pigrizia di una regia e di una sceneggiatura incapaci di dare flessibilità alla storia.
9) Conclusione
La narrativa e il mondo vivono di elasticità, ma il film del 1971 si incastra in un meccanismo rigido e didascalico. Rifiutando la regola aurea dello show, don't tell, affida lo sviluppo emotivo alla voce asettica del narratore e dei dialoghi morali. Visivamente, l'opera smentisce la sua stessa tesi: ci dice che Pinocchio soffre e vuole essere umano, ma ci mostra un burattino dotato di superpoteri che gestisce la realtà molto meglio di qualunque fragile essere umano di carne e ossa. Un'opera storicamente importante per l'animazione italiana, ma cinematograficamente fragile e drammaticamente piatta.
Il lungometraggio animato "Un burattino di nome Pinocchio" (1971), diretto da Giuliano Cenci, viene spesso celebrato per la sua pedissequa fedeltà al testo ottocentesco di Carlo Collodi. Tuttavia, se analizzato con gli occhi della moderna critica cinematografica, il film rivela un impianto strutturale rigido, ripetitivo e gravato da una sceneggiatura che si limita a compilare una "lista della spesa" degli eventi del libro, senza mai riuscire a tradurli in vero linguaggio visivo.
Questa pellicola, in ultima analisi, rappresenta un perfetto e paradossale fallimento dello "show, don't tell" (un fallimento dello show che si riduce a mero tell).
Il film fallisce nel suo obiettivo primario in tre macro-aree strutturali: l'incoerenza biologica dei superpoteri del protagonista, l'avanzamento ridotto a un utilizzo di Deus ex machina (la Fata Turchina in primis) con personaggi secondari ridotti a meri "usa e getta" e l'adozione di un ritmo narrativo ciclico e privo di reali conseguenze evolutive.
1) Il paradosso del corpo di legno: perché essere un burattino è "una figata"
Il primo grande cortocircuito della storia risiede nel desiderio espresso a parole da Pinocchio: diventare un bambino vero. La narrazione e la voce fuori campo insistono sul fatto che la condizione di burattino sia una condanna, una limitazione o una punizione/fardello. Le immagini, tuttavia, mostrano l'esatto contrario. Lo spettatore assiste alle avventure di un cyborg ottocentesco immune a qualsiasi legge della fisica e della biologia.
Indistruttibilità e immortalità: Quando Pinocchio incontra gli Assassini (il Gatto e la Volpe travestiti), questi non possono accoltellarlo perché i loro pugnali non funzionerebbero contro di lui (è fatto di legno). Poco dopo, lo acciuffano e decidono di impiccarlo al ramo più alto di una quercia e viene lasciato penzolare al vento in una lunga agonia: un essere umano sarebbe morto per asfissia in pochissimi minuti, ma Pinocchio, privo di polmoni e di un apparato biologico fragile, sopravvive al cappio senza subire alcun danno permanente. Il film tenta maldestramente di metterci una pezza nella scena successiva, mostrando la Fata Turchina che costringe il burattino a prendere una medicina amara per guarire dalla febbre.
Questa trovata si rivela una giustificazione posticcia e totalmente priva di credibilità per tre motivi:
1. Assurdità biologica: Un pezzo di legno non ha un sistema immunitario, non ha vasi sanguigni e non può sviluppare una risposta infiammatoria sistemica (la febbre). Iniettare una logica biologica umana a intermittenza – solo quando serve alla trama – distrugge la coerenza del mondo narrativo.
2. Incoerenza con i traumi precedenti: Se una corda al collo per ore gli causa solo una banale influenza curabile senza problemi con uno sciroppo, viene ribadito ancora una volta che il suo corpo di legno è un guscio indistruttibile. La medicina amara non serve a salvargli la vita, ma è solo un pretesto pedagogico per farlo litigare con i medici-animali e introdurre la gag dei becchini
3. Il ricatto morale dei conigli neri: Pinocchio accetta di bere la medicina solo quando vede arrivare i conigli neri con la bara per portarlo via. Questo dimostra che il film usa la "malattia" e la "cura" non come reali conseguenze fisiche del cappio, ma come strumenti di terrorismo psicologico per piegare l'ostinazione del burattino. La gravità e il trauma del tentato omicidio da parte degli Assassini viene così ridotta a una ridicola messinscena clinica.
L'autogol dei rovi e delle schegge: Durante la lunga ed estenuante fuga di Pinocchio dagli Assassini attraverso i boschi e i campi aspri e tortuosi, interviene il narratore che recita testualmente: «I rovi, penserà qualcuno, graffiavano le gambe di Pinocchio... e invece no: le scheggiavano, perché ricordiamocelo una volta per sempre che Pinocchio è fatto di legno» . Questo passaggio, pensato come fredda nota di colore, è la prova definitiva del vantaggio corporale del protagonista. Un bambino umano, correndo a gambe nude tra i rovi per chilometri, si sarebbe squarciato la carne, avrebbe perso sangue e avrebbe rischiato infezioni gravissime o la cancrena se non curato per ore. Pinocchio, invece, rimedia al massimo qualche scheggiatura superficiale che non ne compromette minimamente la mobilità.
Immunità termica e patologica: Nella scena successiva alla fuga dalla pancia del Pescecane, il contrasto visivo è quasi comico. Geppetto ne esce visibilmente provato, ammalato e indebolito. Pinocchio, al contrario, registra uno zero assoluto sulla scala dei danni: non prende polmoniti, non soffre di ipotermia e ha immediatamente la forza muscolare per spaccarsi la schiena girando il bindolo del pozzo per cento secchi d'acqua e lavorare per mantenere entrambi.
Il dilemma dell'invecchiamento: Un dettaglio biologico che la storia evita accuratamente di affrontare è che il legno non invecchia. Se Pinocchio fosse rimasto un burattino, sarebbe stato potenzialmente eterno, immune al decadimento cellulare, alle rughe e alle malattie cardiovascolari. Diventando un bambino in carne e ossa nel finale, il protagonista compie un pessimo affare commerciale: scambia l'immortalità, l'invulnerabilità e la capacità di galleggiare come una zattera salvavita con un corpo umano fragile, deperibile e a tempo determinato.
Il film commette il peccato imperdonabile di non mostrarci mai cosa significhi soffrire per essere un burattino. Non c'è un risvolto psicologico, né tantomeno sociale: sarebbe bastato anche un solo episodio a scuola in cui Pinocchio veniva bullizzato, emarginato o trattato come un oggetto inanimato dagli altri bambini per giustificare il suo trauma. Invece, l'intera questione rimane un concetto puramente astratto che la Fata gli impone come premio massimo, senza che lo spettatore ne capisca il vero motivo logico.
2) L'ipocrisia della Fata Turchina e i personaggi "usa e getta"
Il film si regge su un utilizzo smodato e pigro di Deus ex machina, in particolare quello incarnato da una Fata Turchina la cui morale rasenta il sadismo psicologico. La Fata conosce perfettamente i precedenti di Pinocchio e la sua cronica ingenuità. Nonostante questo, lo lascia marcire nel Paese dei Balocchi per cinque mesi senza muovere un dito per avvertirlo o fermarlo . Assiste passivamente alla sua dolorosa metamorfosi in asino, alla sua umiliazione nel circo e al suo successivo infortunio. Interviene solo in extremis, quando Pinocchio sta letteralmente per essere scuoiato da un fabbricante di tamburi.
Questa gestione del personaggio toglie dignità all'azione: Pinocchio non si salva mai da solo usando l'astuzia, ma subisce un "reset magico" esterno e paternalistico, che azzera la gravità degli eventi precedenti per permettere alla storia di passare al capitolo successivo.
Questa stessa fretta di "spuntare le caselle" del libro si riflette anche nella sfilata di personaggi usa e getta.
Il macabro addio a Lucignolo: La gestione dell'amico di Pinocchio è l'emblema del fallimento drammatico del film. All'inizio ci viene detto a parole che è una persona importantissima per il protagonista, ma non vediamo mai un briciolo di questo legame sullo schermo; Lucignolo assolve semplicemente al ruolo di "tentatore" per il Paese dei Balocchi e null'altro. Il vero disastro narrativo avviene però verso la fine: Pinocchio sta lavorando duramente per un contadino per guadagnare il bicchiere di latte quotidiano necessario a guarire Geppetto. In quella stalla, Pinocchio scopre che l'asino moribondo acquistato dal padrone è proprio Lucignolo. Davanti all'asino che esala l'ultimo respiro, il contadino, vedendo il burattino parlare con l'animale, chiede con scherno: "Ma tu parli agli asini?". Pinocchio risponde con sincero dolore: "Lui era mio amico, un mio compagno di scuola". A quel punto, il contadino scoppia in una risata fragorosa e insensibile: "Ahahaha, tu avevi dei somari come compagni di scuola! Immagino che grandi studi tu debba aver fatto!".
Il vuoto emotivo del "reset": In una storia scritta con criterio, una scena così drammatica provocherebbe una reazione: Pinocchio dovrebbe rimproverare il contadino per la sua totale mancanza di empatia, o quantomeno portarsi dentro il trauma della morte cinica del suo migliore amico. Invece, la sceneggiatura cancella tutto all'istante con un colpo di spugna. Nella scena immediatamente successiva, Pinocchio è felice e sorridente solo perché ha ottenuto il suo secchio di latte. Di Lucignolo non si saprà mai più nulla, non verrà mai più nominato e il tempo scorre dritto verso il lieto fine. Questa sequenza è la definizione perfetta di un elemento "usa e getta": se gli sceneggiatori avessero rimosso completamente la rivelazione che quell'asino moribondo era Lucignolo, lasciando un somaro qualsiasi, la storia, l'evoluzione di Pinocchio e la continuity del finale sarebbero rimaste esattamente identiche.
Alidoro e il Pescatore Verde: Costituiscono un altro blocco narrativo altrettanto sterile e frettoloso. Pinocchio salva il cane poliziotto che lo stava inseguendo dall'annegamento; gli promette che gli deve un favore e immediatamente nella scena successiva, senza neanche lasciare allo spettatore un minimo di respiro a livello di trama, Pinocchio viene catturato da un pescatore così grottescamente stupido da scambiare un burattino antropomorfo per un pesce; un secondo dopo ancora il cane arriva lì (attratto dall’odore delle padelle del pescatore…lasciamo stare) e interviene per saldare il debito di gratitudine. Anche in questo caso, rimuovendo l'intero blocco, la macro-trama del film non subisce alcuna variazione.
Il difetto più imperdonabile di Un burattino di nome Pinocchio (1971) risiede in questa sua sfilata di personaggi "usa e getta", i quali vengono sistematicamente gettati via e abbandonati al loro destino non appena hanno esaurito la loro funzione didattica o utilitaristica. In una scrittura organica, un autore non si sbarazza mai di una figura chiave inserendola in un vicolo cieco narrativo. Se un personaggio compie un'azione cruciale o subisce una tragedia drammatica, quel momento deve avere un'eco, un peso e una ripercussione sulle vicende e sulla coscienza del protagonista. Deve generare un arco di conseguenze, portando magari a un confronto finale o una frase rivelatrice del tipo "Tutto è andato secondo i piani", che chiuda il cerchio dimostrando la centralità di ogni singola pedina sulla scacchiera. Il modus operandi del film invece non funziona così e ciò rompe l'illusione cinematografica: i comprimari smettono di sembrare esseri viventi all'interno di un mondo dinamico e si rivelano per ciò che sono in questa pellicola, ovvero semplici sagome di cartone che recitano la propria battuta per poi essere gettate nel cestino della sceneggiatura.
3) La struttura a Loop e la trappola della truffa improvvisata
Nelle storie scritte con criterio (si pensi alla narrativa contemporanea ben strutturata o alla coerenza millimetrica di un seinen moderno come Tracce di Sangue o Made in Abyss), vige una regola aurea: nulla si crea dal nulla e nulla viene dimenticato. Ogni dettaglio è un tassello fondamentale; un dialogo accennato distrattamente all'inizio si rivela la chiave di volta della fine, uno sguardo apparentemente casuale acquista significato a distanza di capitoli, e ogni trauma modifica la psicologia e l'arco del personaggio in modo permanente, lasciando cicatrici visibili nel tempo. Nelle grandi storie i personaggi secondari non sono semplici comparse di passaggio, ma ingranaggi attivi di un meccanismo perfetto in cui tutto torna sempre.
In Un burattino di nome Pinocchio, invece, assistiamo a un loop ripetitivo frustrante:
1. Pinocchio commette una monelleria accecato dall'ingenuità.
2. Rischia la vita o danneggia Geppetto.
3. Si dispera, piange, promette solennemente di fare il bravo e giura di aver capito la lezione.
4. Alla prima tentazione successiva, subisce un totale reset mentale, dimentica i traumi passati e ricomincia da capo con la stessa stupidità del primo giorno.
Persino la gestione delle truffe subite evidenzia la pigrizia della scrittura. Poco prima di andare all'Osteria del Gambero Rosso, il Gatto e la Volpe strutturano una bugia complessa, parlando di sotterrare e annaffiare le monete per poi metterci sopra del sale e aspettare una notte intera per dare credibilità al rituale. Quando lo incontrano per la seconda volta, colti dalla fretta di arraffare il bottino prima che intervenga la Fata, i due criminali da strapazzo cambiano le regole in corsa: dicono a Pinocchio che bastano 20 minuti di attesa senza più la necessità di innaffiare o di mettere il sale. Un protagonista minimamente caratterizzato noterebbe la discrepanza; Pinocchio, ridotto a un solo e unico tratto psicologico (l'ingenuità cieca), non si pone domande, sotterra i soldi e permette ai due cialtroni di compiere una rapina lampo.
Altri punti degni di nota:
4) Il viaggio suicida di Geppetto: l'apoteosi del nonsense logico
Un altro esempio emblematico di come il film compili una "lista della spesa" di eventi senza curarsi della loro coerenza interna è la partenza di Geppetto in barca verso l'oceano. Quando Pinocchio scompare nel nulla, Geppetto – invece di fare la cosa più logica, ossia ripercorrere le ultime possibili e stimate tappe del figlio, fare domande in paese o cercarlo sulla terraferma (magari ipotizzando una fuga verso il Paese dei Balocchi) – compie un’azione totalmente casuale, bizzarra e slegata da ogni indizio: costruisce una minuscola barchetta e si lancia in mezzo a un mare in tempesta.
Non c'è una mappa, non c'è una pista, non c'è un motivo al mondo per cui il burattino debba trovarsi in mezzo all'oceano, eppure il vecchio falegname decide che la terraferma non merita indagini. La scena tocca il picco del ridicolo involontario quando Geppetto, già a bordo della sua imbarcazione improvvisata, sente la voce di Pinocchio in lontananza provenire dalla riva. In quel momento, accorgendosi che suo figlio è letteralmente sulla terraferma, a pochi metri da lui, cosa fa? Invece di girare la barca e tornare a prenderselo, urla un rassegnato e assurdo "Addio Pinocchio!" e continua a navigare dritto verso la tempesta, andando incontro a morte quasi certa.
In una sceneggiatura scritta con criterio, un comportamento del genere potrebbe essere giustificato solo in un modo: la follia clinica. Il dolore logorante per la perdita del figlio avrebbe dovuto far perdere il senno a Geppetto, spingendolo ad allucinazioni o a un delirio autodistruttivo. Il problema è che nel film non vediamo mai Geppetto scendere nella follia, successivamente, una volta incontrato tempo dopo nella pancia del Pescecane, vediamo che sta bene ed è sano di mente: visivamente ci viene mostrato come un vecchietto perfettamente lucido, triste ma assennato, il che rende le sue decisioni totalmente inspiegabili e demenziali.
Ancora una volta, la pellicola rifiuta di "mostrare" il dramma psicologico (show) e si limita a rincorrere gli eventi del libro (tell), forzando Geppetto a salire su quella barca solo perché la trama ha disperatamente bisogno che lui venga inghiottito dal Pescecane, preparando il terreno per il ricongiungimento finale. Un intero blocco narrativo retto non dalla logica dei personaggi, ma da una totale e forzata follia di scrittura.
5) Il sacrificio della casacca: quando il melodramma scade nella stupidità:
La tendenza della sceneggiatura a forzare la mano pur di strappare un'emozione facile emerge in modo lampante in un'altra sequenza iniziale: il baratto della casacca di Geppetto per comprare l'abbecedario. Per dimostrare allo spettatore quanto il falegname sia un padre modello pronto al sacrificio totale, il film ci mostra il vecchio che esce di casa durante una gelida serata di piena tempesta di neve per andare a scambiare la sua unica giacca con il libro scolastico. La scena di ritorno lo vede percorrere tutta la strada fino a casa al freddo, tremando in maniche di camicia sotto la bufera.
L'intento registico vorrebbe suscitare un moto di profonda commozione ("Guarda cosa fa per suo figlio!"), ma la realtà della scrittura rivela un'idiozia strutturale disarmante. Geppetto non aveva alcun bisogno logico di uscire proprio in quella notte da tregenda. La scuola non apriva cinque minuti dopo; Pinocchio non aveva scadenze vitali legate a quell'abbecedario. Un essere umano dotato di un minimo di buonsenso avrebbe semplicemente aspettato il giorno successivo, o un momento in cui il tempo fosse un minimo migliore, per andare a fare lo scambio senza rischiare di morire di broncopolmonite sulla via del ritorno.
Questa scelta non mostra la grandezza del personaggio, ma la pigrizia degli sceneggiatori, che scambiano la stupidità pura con l'altruismo. Pur di creare l'inquadratura d'impatto del vecchio che trema sotto la neve, il film priva Geppetto di qualsiasi coerenza intellettiva, trattandolo non come un padre reale, ma come una pedina da melodramma forzato. Il film punta tutto sull'effetto "WOW" del sacrificio, ma se analizzi l'azione ti rendi conto che il comportamento in questione non è eroico, è semplicemente privo di senso.
6) Il ruolo del Grillo Parlante:
Un altro dei punti più critici risiede nella gestione del Grillo Parlante, una scelta narrativa che compie il peccato più grave per una storia che pretende di essere "educativa": annullare completamente il peso delle conseguenze. A inizio pellicola, Pinocchio compie l'atto più violento e irrimediabile di tutti: si arrabbia, scaglia un pesante martello contro l'insetto innocente che gli stava solo facendo un rimprovero didattico a fin di bene, uccidendolo sul colpo. Eppure, a fine storia, il Grillo ricompare magicamente all'interno della sua capanna, vivo, vegeto e in perfetta salute, senza che venga fornita la minima spiegazione logica o diegetica a schermo.
Questa scelta distrugge la tenuta della storia su più livelli:
Azioni senza peso e morale ipocrita: Il film passa tutto il tempo a criticare Pinocchio, dicendogli che le sue disobbedienze portano alla rovina e alla tragedia. Però, di fronte a un omicidio materiale, la storia fa un colpo di spugna e resetta tutto. Se ogni danno può essere riparato retroattivamente dal destino o dalla pigrizia degli sceneggiatori, Pinocchio non sta davvero imparando a vivere nel mondo reale: sta solo giocando a un videogioco dotato di "continua" infiniti.
La totale reversibilità del danno: quando un personaggio compie un gesto estremo o causa una morte, quell'evento lo schiaccia per sempre, diventando il motore del suo cambiamento o della sua discesa nella follia. In Pinocchio, il ritorno in vita del Grillo lancia un messaggio disarmante ed educativo al contrario: "Tranquillo, puoi anche spaccare la testa a qualcuno con un martello, tanto alla fine la trama lo farà tornare vivo e felice nella sua capanna" Gli sceneggiatori pretendono la scena forte e scioccante all'inizio e il lieto fine rassicurante alla fine, togliendo ogni reale catarsi emotiva e riducendo il percorso del burattino a una farsa ipocrita.
Come se non bastasse quanto appena detto, il Grillo Parlante subisce lo stesso identico trattamento sciatto riservato al resto dei secondari già citati. È a tutti gli effetti un personaggio senza alcuna profondità, un ingranaggio "usa e getta" travestito da guida spirituale.
Se lo si analizza freddamente, il Grillo non ha un’anima, un’evoluzione o un ruolo strutturato all'interno della continuity.
Il ruolo da "altoparlante della morale": All'inizio del film non si presenta come un vero personaggio con i suoi desideri o le sue debolezze. Arriva, fa la sua predica pedante a Pinocchio, viene ucciso con un martello e scompare.
Lo spettro e il reset corporeo: Ricompare brevemente come spirito nel bosco per ripetere la stessa identica ammonizione, e infine resuscita dal nulla con un corpo solido nella capanna del finale chiudendo il sipario.
Il film lo usa come un semplice "interruttore della colpa". Gli sceneggiatori lo accendono quando devono fare la lavata di capo a Pinocchio e lo spengono (o lo ammazzano) quando la trama deve andare avanti verso la sventura successiva. Non c'è un vero legame affettivo tra lui e il burattino: la sua totale mancanza di peso emotivo è dimostrata dal fatto che Pinocchio non soffre minimamente per averlo ucciso, e il Grillo non prova alcun rancore per essere stato spiaccicato con un martello.
Anche in questo caso, se rimuovessimo il Grillo e lo sostituissimo con una voce fuori campo o con un cartello con scritto "disobbedire è sbagliato", la sostanza del film rimarrebbe identica. È l'ennesima dimostrazione di come questa pellicola metta in fila sagome di cartone bidimensionali anziché creare vera tridimensionalità.
7) Il più grande buco nero del film è Pinocchio: Il Pinocchio del 1971 non funziona come personaggio perché unisce i peggiori difetti possibili in una scrittura: è colpevole della sua stessa sfortuna, logorante da ascoltare, psicologicamente piatto e totalmente passivo nell'evoluzione della trama. Non è un protagonista per cui emozionarsi, ma un ostacolo alla fluidità del racconto. Normalmente, se un protagonista subisce una tragedia o si caccia nei guai, l'autore fa in modo che il pubblico provi empatia per lui. Pinocchio, invece, sabota da solo la sua stessa capacità di attrarre il pubblico. Poiché i suoi guai nascono sempre da una sua decisione deliberatamente stupida e testarda (come vendere il libro per andare a vedere i burattini o dare retta a due palesi truffatori per strada), lo spettatore non prova pena per lui. Quando scatta la fase del piagnisteo continuo, il fastidio si amplifica. Vedere un personaggio che urla e si dispera con una voce stridula, lamentandosi del proprio destino, risulta insopportabile perché lo spettatore sa che se la è cercata da solo. Il passaggio repentino dall'arroganza sfacciata al vittimismo piagnucoloso crea un personaggio privo di dignità: non è un eroe tragico, è solo un ragazzino viziato che non vuole assumersi la responsabilità delle proprie azioni e pretende che gli altri si muovano per risolvergli i problemi. Inoltre, la sua introspezione psicologica è pari a zero: il protagonista è affetto da una parlantina logorante ed egocentrica: deve verbalizzare ad alta voce ogni singolo pensiero, ogni minima paura e ogni capriccio astratto. La lunghissima sequenza in cui rifiuta la medicina della Fata ne è l'emblema: non c'è una reale rappresentazione della paura della morte, ma solo un bisticcio infantile e petulante basato sulla pura ostinazione, privandolo di spessore e riducendolo a un fastidioso rumore di fondo. Nella teoria della sceneggiatura esiste un concetto fondamentale chiamato Agency (l'azione intenzionale). Un protagonista funziona quando è il motore degli eventi, quando usa le sue capacità per uscire da una situazione difficile. Pinocchio, che a parole dovrebbe essere un "monello" (figura storicamente dotata di una spiccata furbizia di strada), nel film si dimostra totalmente privo di carisma e di acume tattico.
Non inventa mai un piano, non inganna mai i suoi aguzzini e non ha mai un momento di lucidità o di riscatto intellettuale. È un soggetto puramente passivo che subisce le azioni degli altri: viene raggirato, si lascia trascinare dagli eventi e, quando tocca il fondo, si limita a piangere finché un Deus ex machina (la Fata Turchina) non arriva a resettare il tabellone e a salvargli la vita. Lo spettatore smette di fare il tifo per lui perché Pinocchio non fa nulla per meritarsi la salvezza. È solo un ammasso di legno logorante che va avanti per inerzia. E No. L'atto finale di lavorare per comprare il latte a Geppetto non basta a salvare il personaggio, perché arriva troppo tardi, in modo improvviso e incoerente con tutto ciò che abbiamo visto prima: non cambia gradualmente ma passa dall'essere un completo sfaticato nel Paese dei Balocchi a un lavoratore modello non che santo martire dall'oggi al domani. La regia si limita quindi a girare un interruttore comportamentale per pura comodità di sceneggiatura.
8) La farsa di Mangiafuoco: legna introvabile e montone crudo
L'idea che Mangiafuoco, un famosissimo direttore di un grande teatro di burattini, che gira il mondo con carri e carovane, non avesse con sé della banalissima legna da ardere o della boscaglia qualsiasi per cucinare la cena è di una stupidità disarmante. Decidere di distruggere e bruciare i suoi stessi burattini (che sono i suoi strumenti di lavoro e la sua fonte di guadagno) solo perché è pigro, è un controsenso economico e logico che distrugge qualsiasi sospetto di scrittura seria.
La sofferenza annullata (Conclusione a "Tarallucci e vino"): Questa scena viene costruita dal regista con toni tragici ed epici, ma si risolve in una farsa zuccherosa in meno di due minuti. Mangiafuoco starnutisce (espediente per dire che si è mosso a compassione), Pinocchio fa il santarellino offrendosi al posto del compagno, e Mangiafuoco improvvisamente si trasforma in un pezzo di pane, e, baciato da Pinocchio, dichiara: «Pazienza, per stasera mangerò il montone crudo!»
Il fallimento del dramma: Se il pericolo di essere bruciato vivo svanisce all'istante perché il "mostro" preferisce mangiare carne cruda piuttosto che farti un graffio, lo spettatore capisce il trucco. Non c'è vera sofferenza, non c'è reale percezione del pericolo di essere fatti di legno combustibile. È solo l'ennesimo dramma forzato che si sgonfia da solo senza lasciare traumi o conseguenze emotive nel protagonista, il quale un secondo dopo saluta felice i burattini e se ne va con cinque monete in tasca
9) Il valore del comparto tecnico e artistico
Per onestà intellettuale ed evitare di scivolare in una stroncatura cieca, è doveroso riconoscere che il film possiede tre grandi pregi oggettivi che ne salvano l'estetica e che rappresentano il meglio dell'artigianato dell'animazione italiana dell'epoca:
1. I disegni e la fedeltà visiva: Il character design e i disegni dei personaggi sono di alto livello. Cenci è riuscito a dare vita alle storiche illustrazioni originali di Attilio Mussino (il più celebre illustratore di Pinocchio), regalando un impatto visivo squisito e geometricamente pulito, nettamente superiore alla media delle produzioni europee del periodo.
2. Gli sfondi e le scenografie: I fondali e le ambientazioni della campagna toscana sono curati nei minimi dettagli. La ricostruzione delle atmosfere rurali, dei vicoli dei paesi e degli interni (come la povera stanza di Geppetto o la stalla) mostra uno studio cromatico e una direzione artistica eccezionale, calda e ricca di fascino storico.
3. Il doppiaggio e le musiche: Il comparto sonoro è superbo. La colonna sonora (curata da Vito Tommaso) accompagna le scene con melodie azzeccate, e il cast di doppiatori dell'epoca (con la voce del narratore profonda e le interpretazioni dei singoli personaggi) svolge un lavoro professionale e carismatico che purtroppo deve farsi carico di dialoghi e spiegazioni fin troppo didascalici
Questo trittico di eccellenze dimostra che il fallimento della pellicola non è da imputare ai disegnatori, ai background artist o ai doppiatori — che hanno svolto un lavoro eccellente — ma risiede interamente nella pigrizia di una regia e di una sceneggiatura incapaci di dare flessibilità alla storia.
9) Conclusione
La narrativa e il mondo vivono di elasticità, ma il film del 1971 si incastra in un meccanismo rigido e didascalico. Rifiutando la regola aurea dello show, don't tell, affida lo sviluppo emotivo alla voce asettica del narratore e dei dialoghi morali. Visivamente, l'opera smentisce la sua stessa tesi: ci dice che Pinocchio soffre e vuole essere umano, ma ci mostra un burattino dotato di superpoteri che gestisce la realtà molto meglio di qualunque fragile essere umano di carne e ossa. Un'opera storicamente importante per l'animazione italiana, ma cinematograficamente fragile e drammaticamente piatta.