Ci sono anime che si riconoscono a prima vista come opere fuori dal comune, e Jaadugar: A Witch in Mongolia è uno di questi. Già dalle prime immagini promozionali, il character design di Kenichi Yoshida, formato alla Ghibli e già character designer di titoli aprezzati come Eureka Seven , segnala qualcosa di diverso: linee semplici, corpi stilizzati, volti che strizzano l'occhio ad un tipo di chara nostalgico più che agli standard dell'animazione contemporanea. Una scelta che potrebbe inizialmente disorientare o persino respingere chi si aspetta le anatomie curatissime tipiche della produzione anime moderna, ma che si rivela invece perfettamente coerente con lo spirito del manga originale di Tomato Soup da cui la serie è tratta, e soprattutto funzionale a un tipo di narrazione che mette le emozioni dei personaggi davanti a tutto il resto. Bastano pochi episodi per capire che quelle linee apparentemente scarne sanno comunicare con straordinaria efficacia: uno sguardo, una smorfia, un momento di tensione trattenuta dicono più di quanto molti anime riescano a fare con disegni dieci volte più elaborati.

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La storia è ambientata nel XIII secolo, in Persia. Sitara è una bambina venduta come schiava a una famiglia di studiosi nella città di Tus, nel pieno dell'Epoca d'oro islamica. Pur cercando inizialmente di fuggire, la ragazza impara da quella famiglia il valore della conoscenza, che diventa per lei prima uno strumento di sopravvivenza e poi di potere. Il legame con Muhammad, figlio della padrona Fatima, è quello che accende in lei la passione per lo studio: matematica, astronomia, retorica. In una società che non lascia molto spazio alle donne e ancora meno alle schiave, Sitara costruisce pezzo per pezzo una forma di libertà interiore che nessuno le può togliere, anche quando tutto il resto le viene strappato via.

E questo succede. Quando i Mongoli di Tolui, figlio di Gengis Khan e comandante delle forze militari più temute dell'impero, invadono Tus e la radono al suolo, Sitara perde in un colpo solo la sua famiglia adottiva, la biblioteca che amava e la città che era diventata la sua casa. Trascinata alla corte mongola, assume il nome della sua padrona, Fatima, e comincia a tessere in silenzio la trama della propria vendetta. La conoscenza accumulata negli anni di studio diventa la sua arma principale: impara la lingua dei suoi oppressori, ne studia i costumi, ne identifica le debolezze, e scala lentamente la gerarchia di corte con la pazienza di chi sa che la vendetta è un piatto che si serve freddo e dopo molto tempo.

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Il personaggio di Sitara è costruito con una sottigliezza rara: non è un'eroina nel senso convenzionale del termine, non ha poteri soprannaturali né una profezia che la riguarda. È una persona ferita e furiosa che tiene la rabbia sotto controllo con uno sforzo costante e visibile, perché sa che mostrarla la distruggerebbe. Quella tensione tra ciò che prova e ciò che mostra è il cuore pulsante della serie, e l'animazione la restituisce con una precisione che lascia senza parole: bastano gli occhi di Sitara, il modo in cui stringe le labbra o abbassa lo sguardo un secondo prima del dovuto, per capire tutto quello che non dice.

Al suo fianco, o meglio in parallelo, cresce la figura di Töregene, sesta moglie del principe Ögedei e personaggio che entra in scena relativamente tardi ma che da subito si rivela centrale nell'architettura della storia. Töregene è una donna del popolo Naiman, ceduta come tributo ai Merkit e poi catturata dai Mongoli durante la conquista del suo clan. La sua storia, raccontata in un episodio di flashback che è tra i momenti più intensi dell'intera stagione, svela una traiettoria di dolore, adattamento e odio tenuto a bada per anni, identica nella sostanza a quella di Sitara pur provenendo da un contesto completamente diverso. Quando le due si riconoscono, non attraverso le parole ma attraverso quello sguardo di calma furiosa che solo chi ha imparato a nascondere tutto sa fare, la serie trova il suo asse narrativo definitivo. La loro alleanza è il cuore della storia, e la prospettiva di vederla dispiegarsi nella prossima stagione è una delle ragioni più forti per continuare a seguire la serie.

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Intorno a loro si muovono altri personaggi degni di nota: Ögedei, successore di Gengis Khan, sorprendentemente mite e curioso rispetto all'immagine che ci si aspetterebbe di un figlio del Grande Khan; Tolui, il fratello militarmente più dotato, la cui complessità emerge lentamente nel corso degli episodi; Sorghaghtani, prima moglie di Tolui, che comprende meglio di chiunque altro che l'impero si consolida con la conoscenza oltre che con le spade; e Boraqchin, imperatrice rivale e antagonista politica di Töregene, interpretata con affilata complessità dalla veterana Kujira, già voce di Orochimaru in  Naruto 


Ed è proprio sui personaggi che si manifesta uno degli elementi più affascinanti e peculiari di Jaadugar: lo stridore tra la forma e il contenuto. Questi hanno un design volutamente pupazzoso, quasi cartoonesco, con corpi stilizzati, proporzioni semplificate e volti che sembrano usciti da un libro illustrato per ragazzi. Eppure quello che questi personaggi vivono è tutt'altro che adatto ai ragazzi: schiavitù, massacri, violenza di stato, misoginia sistematica, vendetta e lutto. La distanza tra il registro visivo e la durezza dei temi trattati non è una contraddizione, ma una scelta precisa e straordinariamente efficace. Quel character design apparentemente innocuo abbassa le difese dello spettatore, lo avvicina ai personaggi con una familiarità quasi infantile, e poi lo lascia del tutto impreparato all'impatto emotivo di ciò che accade loro. È lo stesso principio che rende certi film di animazione tra le esperienze visive più devastanti che esistano: la forma rassicurante amplifica, non attenua, il peso di ciò che racconta.

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Il team, guidato dalla supervisione alla regia di Naoko Yamada, già dietro titoli come La Forma della Voce e Liz e l'Uccellino Azzurro, e dalla regia episodica dello spagnolo Abel Góngora (DAN DA DAN , Scott Pilgrim: La serie ), ha effettuato un viaggio in Mongolia durante la pre-produzione, si è avvalso di consulenti culturali e ha lavorato con attori mongoli autentici per alcune voci, dettagli che non si vedono direttamente ma si sentono in ogni scena.

Il risultato è un anime che non ha paura di mostrare la schiavitù, la violenza della conquista, la misoginia e le differenze religiose come dati di fatto del mondo che racconta, senza bisogno di ammiccamenti al pubblico contemporaneo per rassicurarlo. La brutalità è presente, ma mai gratuita: serve a rendere comprensibile la rabbia di Sitara, e ancora di più quella di Töregene, il cui arco narrativo, raccontato in un episodio di flashback che è tra i momenti più intensi della stagione, aggiunge uno strato di complessità all'intera serie.

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Sul piano tecnico, Science Saru dimostra ancora una volta perché è uno degli studi più interessanti del panorama anime contemporaneo. La palette cromatica, ispirata alle miniature persiane e islamiche, alterna tonalità terrose e vintage a improvvisi bagliori di colore che accompagnano i passaggi emotivi dei personaggi. Le scene di vita quotidiana nella steppa mongola, gli ambienti della corte, i rituali religiosi vengono trattati con la stessa cura dei momenti drammatici. La colonna sonora di Kōshirō Hino è una corda emotiva tesa per tutta la serie, e la sigla di apertura interpretata dai Sekai no Owari e quella di chiusura firmata dai Queen Bee centrano entrambe il tono dell'opera con precisione.


I dietro le quinte della serie

Va detto con chiarezza che Jaadugar non è una serie per tutti. Il ritmo è lento e meditativo, i momenti di azione sono rari, e la prima stagione si chiude più come un prologo articolato che come una storia compiuta. Chi cerca adrenalina o colpi di scena a ogni episodio troverà la visione faticosa. Ma per chi ha la pazienza di seguire il percorso di Sitara e Töregene, quello che Jaadugar offre è qualcosa di raro nell'animazione seriale: la sensazione di trovarsi di fronte a un'opera che sa esattamente cosa vuole dire, e che lo dice con una voce propria, riconoscibile e difficile da confondere con qualunque altra cosa in circolazione. Disponibile in Italia su Crunchyroll, è adattamento del manga di Tomato Soup edito in Italia da J-POP Manga.