In un mercato anime che dà sempre più spazio a franchise che hanno uno zoccolo duro di fan affiatati, trovare degli anime original è sempre più difficile. Ogni stagione sono gli adattamenti a farla da padrone: tutto ciò che non è collaudato è rischioso, quasi un azzardo sperimentale. In un certo senso lo è stato anche Goodbye, Lara, anime realizzato da Cinema Kitrus e distribuito da Crunchyroll privo di opere alle spalle, se non quel richiamo a "La sirenetta" di Hans Christian Andersen. Una fiaba comunque molto nota, che rende familiare ciò che si sta per vedere a chiunque; tuttavia non si tratta di un adattamento bensì di una rivisitazione che mira a una certa freschezza, a uno svecchiamento.
Il concept di base del cartone è la ricerca spasmodica del vero amore da parte di Lara al fine di salvare la famiglia. In questo modo la protagonista allontana sempre più ciò che prova veramente, i suoi reali obiettivi, la sua identità mentre insiste nel voler trovare la copia di quel principe che amò un tempo, sperando in un finale diverso. Questo comportamento è il cuore della sua evoluzione: la totale cecità a tutto ciò che le sta attorno, dato che ha occhi solo per il suo obiettivo, per questo "amore" fasullo, fittizio e forzato. Quando con sua grande gioia, Lara trova Luca, un ragazzo del tutto simile al suo principe, che si rivela strambo ma per nulla spaventato dalle sirene, lei si incaponisce per farsi amare e spezzare la maledizione. Ma quando giunge il momento della dichiarazione, Lara realizza di aver inseguito una chimera, un amore idealizzato, quello dei libri su principi e principesse, non il suo cuore. Guarda caso non è lui l'amore di Lara.
La serie è il viaggio di Lara per realizzare di non essere solo colei che deve spezzare la maledizione, ma molto di più. Importanti sono le piccole scene slice of life di intimità, di emozioni, di realizzazioni del personaggio, perché la sua vera missione è capire quale sia il suo posto nel mondo. Chi ci lascia vedere come sia Lara veramente, ovvero chi le apre davvero le porte della felicità e della libertà, è Mari, che le permette di essere curiosa, maldestra, impulsiva, goffa, di sbagliare, tentare e sbagliare ancora, e man mano esplorare, scoprire, comprendere i suoi errori e le sue verità.

Fondamentale dunque la comprimaria Mari, che diviene l'ancora di Lara per tutto il tempo. Lei le insegna che gli umani non sono bestie assassine, che il loro mondo è ricco di opportunità, di cose bellissime (e buonissime), di amicizia, di calore familiare e di amore, dato e ricevuto. La pugile è altrettanto ben costruita, un personaggio che pare stereotipato ma è profondamente ancorato alla narrazione: come Lara anche Mari è un'orfana di madre, che ricorda come la donna che le ha insegnato a non mostrare mai debolezza, a combattere per ciò che crede e le ha dato la possibilità di farlo anche sul ring. Mari, grazie a Lara, tornerà ad abbracciare le sue emozioni.
I personaggi secondari sono anch'essi ben pensati. Un esempio è Lisa, la sorella di Lara, che anela alla salvezza del suo popolo. Una sirena che cerca insistentemente un modo per salvare la sua gente e che, nel mondo umano, finisce per fare carriera accademica in biologia. Gli strumenti a sua disposizione sono quelli della scienza, e diventare una ricercatrice le permette di avere gli strumenti per sviluppare un siero per prolungare l'esistenza del popolo del mare sulla terra. Una cosa che lì per lì fa ridere, pare assurdo, eppure a ben pensarci non è una conclusione illogica.

Oppure non si può non citare il personaggio di Grace, la strega cattiva che nella nota storia maledice la sirenetta, ma che in Goodbye, Lara parte come antagonista e finisce come benevolo giudice delle nuove convinzioni e verità di Lara. Sorella della madre defunta della sirena protagonista, fu lei in primis a combattere per la libertà individuale del popolo del mare, costretto a ostracizzare tutto ciò che non era marino. Grace riflette su Lara le sue speranze e i suoi sogni, e la spinge ad agire per la propria libertà, non per quella del suo regno. Una posizione sicuramente stereotipica, molto telefonata. Eppure il suo ruolo di consigliera sotto forma di pesce è una trovata divertente e sui generis che strappa qualche sorriso e allontana il personaggio dalla macchietta.
L'estrema pecca di Goodbye, Lara, purtroppo, sta nella composizione della serie. Il primo episodio è una sorta di prologo in cui, in venti minuti, si condensa tutta la backstory della protagonista. Venti minuti lineari come le fiabe sanno fare, ma estremamente densi di avvenimenti che lasciano lo spettatore incerto su cosa andrà a vedere. Non riescono a creare una vera e propria aspettativa.
Le prime parti della serie costruiscono in maniera egregia il rapporto crescente tra Lara e il mondo degli umani tramite la sua convivenza con Mari, la scoperta delle piccole cose e la frequentazione di una famiglia non disfunzionale come la sua, senza regole imposte. Poi, dopo una serie di puntate puramente slice of life, il finale decolla negli ultimi due episodi, portando a compimento una trama che vede poco lavoro strutturale su due versanti fondamentali: l'approfondimento specifico del rapporto tra Lara e Mari, attorno al quale ruota tutta la risoluzione della vicenda, e un uso solido dei simbolismi sui quali si regge la serie.

Il finale è in qualche modo speculare all'episodio iniziale, che si presenta come una storia ermetica, slegata da ciò che accade dopo. Il salto tra la narrazione della serie e la conclusione, che sembra tranciare i legami con ciò che è successo, crea un terremoto narrativo fortissimo. Banalmente, se l'intera serie si svolge nel regno delle esperienze personali e dei fatti, del concreto insomma, il finale salta di piano e si erge esclusivamente su simbolismi e metafore. Simbolismi e metafore che sono stati soltanto in parte costruiti durante la serie. Infatti gli elementi che fanno presagire il tipo di rapporto che si svilupperà tra le protagoniste sono presenti sin dal secondo episodio grazie a una visione registica molto forte e oculata di cui parleremo tra poco. Rimandi visivi e visual storytelling sono fondamentali per questa serie, che brilla in questo senso cercando di usare massicciamente un tipo di narrazione più "metaforica" ormai quasi dimenticata. Per questi elementi, come la lattina di bibita, il pugnale che cala dal cielo, il bagliore del cuore di Lara, tutto viene costruito sin dall'inizio. Il piano delle metafore su cui si gioca l'arco finale (ad esempio il "volo" di Lara attraverso le spire dentate, i rovi, la pioggia di rose, il piede che varca la soglia della carrozza del treno), è fatto di elementi di una simbologia che non trova riscontro nella serie, bensì chiede allo spettatore di avere chiare altre opere animate. Una richiesta decisamente eccessiva. La risultante è un finale estremamente simbolico con poche fondamenta e che opera un salto brusco di ritmo e di livello di narrazione.
D'altro canto la conclusione di per sé può lasciare l'amaro in bocca per altri motivi. La dipartita di Lara che sceglie di esplorare il mondo al posto di rimanere con Mari, può provocare qualche malcontento. Vero è che sin dalle prime battute dell'anime era chiaro che il finale sarebbe stato questo: Lara vuole esplorare il mondo degli umani e trovare sé stessa, e tutta la narrazione supporta questa lettura. Forse la più coerente anche per quanto riguarda i comprimari: la storia del principe e di Himeko, ad esempio. Oppure pensiamo a quell'appiglio narrativo davvero mal mostrato di Mari che smette di vivere nel ricordo della madre (e ci si riferisce alla scena in cui la croce che porta al petto viene rotta): tutti questi elementi raccontano di una storia di emancipazione in cui l'amore di qualcun altro, che sia amicizia o romantico, è un mezzo per liberarsi da un certo tipo di catene. A essere totalmente fuori luogo è il tempismo con cui Lara e Mari si devono dire addio.
Tutto accade molto in fretta: il simbolismo e le analogie vengono usati non per spiegare ma per bruciare le tappe. Il messaggio è chiaro, la modalità di enunciazione anche, ma a essere sbagliata è la costruzione di questo messaggio, e l'uso massiccio e oculato delle metafore e simbolismi si ritrova talvolta privo di fondamenta. Queste figure retoriche visive sono elementi molto potenti nell'audiovisivo, ma è imprescindibile usarli con cognizione.
Dunque la sceneggiatura e la series composition sono le sezioni più deboli: si fa sentire l'inesperienza di Anna Kawahara al suo debutto in questo ruolo di grande responsabilità, che firma sia il primo che l'ultimo episodio. Ma non si vogliono attribuire colpe, soprattutto nella produzione di un anime che è di fatto un progetto estremamente corale. Il regista della serie, Takushi Koide, assistente alla regia del film di Made in Abyss, ma anche di Shojo☆Kageki Revue Starlight, è sicuramente un soggetto molto interessante dal punto di vista autoriale e ci arriveremo tra poco. Ma rimanendo sul tema della sceneggiatura e composizione, si deve fare i conti con il suo essersi formato su produzioni ben diverse, che lo hanno lasciato in balia dell'incertezza della gestione di una trama complessa senza l'uso dell'episodio autoconclusivo come fu Starlight. Il suo maestro, tra l'altro, un certo Tomohiro Furukawa, sempre durante questa stagione ha fatto parte del mostruoso staff di storyboarder dell'ultimo film uscito di Madoka Magica, che vedremo in Italia a inizio dicembre. Anche lui è stato a sua volta allievo di un regista particolarmente forte sul formato lungo.
Stiamo così delineando una tradizione narrativa molto prolissa che mal si incastra nel formato breve. E Goodbye, Lara ne porta i segni. Fortunatamente, per quanto abbia condotto a una risoluzione non particolarmente esaltante, questa eredità è rimasta ben salda ed efficace su ben altri versanti.
Goodbye, Lara è un piccolo diamante tecnico. La volontà di rifarsi agli anime dei primi anni Duemila ha portato lo staff a realizzare, ad esempio, alcuni cut della sigla di apertura in tecnica tradizionale su fogli di acetato. Limitarsi a ricopiare l'estetica, le texture, le ombreggiature non bastava: il lavoro è stato realizzato come si sarebbe fatto anni fa. Anche il design è fortemente reminiscente di quel tipo di animazione grazie alla mano magistrale di Shiori Tani. La character designer - e direttrice delle animazioni per molteplici episodi - ha dato vita a personaggi nettamente delineati in tutti i sensi. Linee estremamente precise ma semplicissime, campiture di colore caldo e netto: nessun pastello, nessuna sfumatura. Pochi colori ma decisi, chiari, e linee che ricordano quei design che ci fanno tornare indietro nel tempo, sino a incrociare un'opera come Doremì di Jun'ichi Sato.
Le animazioni di Goodbye, Lara sono vivide, precise, studiate nel minimo dettaglio. Gli incontri di boxe, ad esempio, sono estremamente realistici senza dover ricorrere a stratagemmi registici tipici di quella limited animation che rese celebre l'Ashita no Joe di Dezaki. Le forme animalesche e bestiali di Grace si muovono con la mostruosità che le contraddistingue e le lacrime e le espressioni di Lara e Mari valgono più di mille parole. Non solo le animazioni sono fortemente precise, ma anche lo storyboard costituisce l'anima del cartone, capace di mostrare e non dire. Con una confidenza nel farlo che, come abbiamo visto, finirà per crollare nel finale, ma riesce comunque a superare un numero interessante di tempeste.
La regia, unita allo storyboard degli episodi, riesce con successo a rendere chiari alcuni elementi visivi, estranei e quasi fantastici, che diventano fondamentali punti di storytelling, come il già citato pugnale che aleggia sul lago, la lattina o la croce di Mari. Relazioni, non detti, silenzi che vengono dotati di un significato da una semplice immagine o un'inquadratura, da un accostamento di colori o da una composizione interna della scena. Uno studio dell'immagine molto preciso che però cede sotto la volontà di aggiungere legna a un fuoco di parallelismi e metafore, ma anche di relazioni non troppo vagliate che, nelle ultime battute, esce dal braciere e sfugge al controllo.
Eppure la serie in generale è confezionata con amore e attenzione, sotto tutti gli altri aspetti. Menzioniamo anche i fondali, dettagliati, che portano ancora avanti quella filosofia della narrazione per immagini, mostrandosi estremamente densi di elementi che parlano al posto dei personaggi, li accolgono e li fanno sentire parte di un mondo vivo ed esistente. Reale. E le colonne sonore di Yuma Yamaguchi, artista dal forte eclettismo che ha musicato l'adattamento animato delle short stories di Fujimoto, sono quel giusto compromesso tra la nostalgia e il tentativo di svecchiamento della serie. Un equilibrio che possiamo considerare raggiunto.
Di cosa parla dunque Goodbye Lara? Lara è una principessa sirena: le sue sorelle e il padre, il Re del Mare, farebbero qualsiasi cosa per lei. Ma Lara, curiosa ed esploratrice, viene meno alle leggi della sua gente e si innamora di un umano. Il padre la minaccia: "una sirena e un umano non si possono amare: gli umani sono creature malvagie", ma a Lara poco importa e, per coronare il suo sogno d'amore, beve una pozione preparata dalla strega Grace, che la trasforma in umana. Il destino le è avverso perché il principe, scoperta la sua vera natura, cerca di ucciderla. Inizia così la maledizione che colpisce Lara e la sua famiglia, che cadono in un sonno profondo. 200 anni dopo, Lara si risveglia e ha una seconda possibilità. Per rimettere le cose a posto, dovrà trovare il vero amore con l'aiuto di Mari, una giovane pugile, e del suo sospetto pesciolino parlante.
Il concept di base del cartone è la ricerca spasmodica del vero amore da parte di Lara al fine di salvare la famiglia. In questo modo la protagonista allontana sempre più ciò che prova veramente, i suoi reali obiettivi, la sua identità mentre insiste nel voler trovare la copia di quel principe che amò un tempo, sperando in un finale diverso. Questo comportamento è il cuore della sua evoluzione: la totale cecità a tutto ciò che le sta attorno, dato che ha occhi solo per il suo obiettivo, per questo "amore" fasullo, fittizio e forzato. Quando con sua grande gioia, Lara trova Luca, un ragazzo del tutto simile al suo principe, che si rivela strambo ma per nulla spaventato dalle sirene, lei si incaponisce per farsi amare e spezzare la maledizione. Ma quando giunge il momento della dichiarazione, Lara realizza di aver inseguito una chimera, un amore idealizzato, quello dei libri su principi e principesse, non il suo cuore. Guarda caso non è lui l'amore di Lara.
La serie è il viaggio di Lara per realizzare di non essere solo colei che deve spezzare la maledizione, ma molto di più. Importanti sono le piccole scene slice of life di intimità, di emozioni, di realizzazioni del personaggio, perché la sua vera missione è capire quale sia il suo posto nel mondo. Chi ci lascia vedere come sia Lara veramente, ovvero chi le apre davvero le porte della felicità e della libertà, è Mari, che le permette di essere curiosa, maldestra, impulsiva, goffa, di sbagliare, tentare e sbagliare ancora, e man mano esplorare, scoprire, comprendere i suoi errori e le sue verità.

Fondamentale dunque la comprimaria Mari, che diviene l'ancora di Lara per tutto il tempo. Lei le insegna che gli umani non sono bestie assassine, che il loro mondo è ricco di opportunità, di cose bellissime (e buonissime), di amicizia, di calore familiare e di amore, dato e ricevuto. La pugile è altrettanto ben costruita, un personaggio che pare stereotipato ma è profondamente ancorato alla narrazione: come Lara anche Mari è un'orfana di madre, che ricorda come la donna che le ha insegnato a non mostrare mai debolezza, a combattere per ciò che crede e le ha dato la possibilità di farlo anche sul ring. Mari, grazie a Lara, tornerà ad abbracciare le sue emozioni.
I personaggi secondari sono anch'essi ben pensati. Un esempio è Lisa, la sorella di Lara, che anela alla salvezza del suo popolo. Una sirena che cerca insistentemente un modo per salvare la sua gente e che, nel mondo umano, finisce per fare carriera accademica in biologia. Gli strumenti a sua disposizione sono quelli della scienza, e diventare una ricercatrice le permette di avere gli strumenti per sviluppare un siero per prolungare l'esistenza del popolo del mare sulla terra. Una cosa che lì per lì fa ridere, pare assurdo, eppure a ben pensarci non è una conclusione illogica.

Oppure non si può non citare il personaggio di Grace, la strega cattiva che nella nota storia maledice la sirenetta, ma che in Goodbye, Lara parte come antagonista e finisce come benevolo giudice delle nuove convinzioni e verità di Lara. Sorella della madre defunta della sirena protagonista, fu lei in primis a combattere per la libertà individuale del popolo del mare, costretto a ostracizzare tutto ciò che non era marino. Grace riflette su Lara le sue speranze e i suoi sogni, e la spinge ad agire per la propria libertà, non per quella del suo regno. Una posizione sicuramente stereotipica, molto telefonata. Eppure il suo ruolo di consigliera sotto forma di pesce è una trovata divertente e sui generis che strappa qualche sorriso e allontana il personaggio dalla macchietta.
L'estrema pecca di Goodbye, Lara, purtroppo, sta nella composizione della serie. Il primo episodio è una sorta di prologo in cui, in venti minuti, si condensa tutta la backstory della protagonista. Venti minuti lineari come le fiabe sanno fare, ma estremamente densi di avvenimenti che lasciano lo spettatore incerto su cosa andrà a vedere. Non riescono a creare una vera e propria aspettativa.
Le prime parti della serie costruiscono in maniera egregia il rapporto crescente tra Lara e il mondo degli umani tramite la sua convivenza con Mari, la scoperta delle piccole cose e la frequentazione di una famiglia non disfunzionale come la sua, senza regole imposte. Poi, dopo una serie di puntate puramente slice of life, il finale decolla negli ultimi due episodi, portando a compimento una trama che vede poco lavoro strutturale su due versanti fondamentali: l'approfondimento specifico del rapporto tra Lara e Mari, attorno al quale ruota tutta la risoluzione della vicenda, e un uso solido dei simbolismi sui quali si regge la serie.

Il finale è in qualche modo speculare all'episodio iniziale, che si presenta come una storia ermetica, slegata da ciò che accade dopo. Il salto tra la narrazione della serie e la conclusione, che sembra tranciare i legami con ciò che è successo, crea un terremoto narrativo fortissimo. Banalmente, se l'intera serie si svolge nel regno delle esperienze personali e dei fatti, del concreto insomma, il finale salta di piano e si erge esclusivamente su simbolismi e metafore. Simbolismi e metafore che sono stati soltanto in parte costruiti durante la serie. Infatti gli elementi che fanno presagire il tipo di rapporto che si svilupperà tra le protagoniste sono presenti sin dal secondo episodio grazie a una visione registica molto forte e oculata di cui parleremo tra poco. Rimandi visivi e visual storytelling sono fondamentali per questa serie, che brilla in questo senso cercando di usare massicciamente un tipo di narrazione più "metaforica" ormai quasi dimenticata. Per questi elementi, come la lattina di bibita, il pugnale che cala dal cielo, il bagliore del cuore di Lara, tutto viene costruito sin dall'inizio. Il piano delle metafore su cui si gioca l'arco finale (ad esempio il "volo" di Lara attraverso le spire dentate, i rovi, la pioggia di rose, il piede che varca la soglia della carrozza del treno), è fatto di elementi di una simbologia che non trova riscontro nella serie, bensì chiede allo spettatore di avere chiare altre opere animate. Una richiesta decisamente eccessiva. La risultante è un finale estremamente simbolico con poche fondamenta e che opera un salto brusco di ritmo e di livello di narrazione.
D'altro canto la conclusione di per sé può lasciare l'amaro in bocca per altri motivi. La dipartita di Lara che sceglie di esplorare il mondo al posto di rimanere con Mari, può provocare qualche malcontento. Vero è che sin dalle prime battute dell'anime era chiaro che il finale sarebbe stato questo: Lara vuole esplorare il mondo degli umani e trovare sé stessa, e tutta la narrazione supporta questa lettura. Forse la più coerente anche per quanto riguarda i comprimari: la storia del principe e di Himeko, ad esempio. Oppure pensiamo a quell'appiglio narrativo davvero mal mostrato di Mari che smette di vivere nel ricordo della madre (e ci si riferisce alla scena in cui la croce che porta al petto viene rotta): tutti questi elementi raccontano di una storia di emancipazione in cui l'amore di qualcun altro, che sia amicizia o romantico, è un mezzo per liberarsi da un certo tipo di catene. A essere totalmente fuori luogo è il tempismo con cui Lara e Mari si devono dire addio.
Tutto accade molto in fretta: il simbolismo e le analogie vengono usati non per spiegare ma per bruciare le tappe. Il messaggio è chiaro, la modalità di enunciazione anche, ma a essere sbagliata è la costruzione di questo messaggio, e l'uso massiccio e oculato delle metafore e simbolismi si ritrova talvolta privo di fondamenta. Queste figure retoriche visive sono elementi molto potenti nell'audiovisivo, ma è imprescindibile usarli con cognizione.
Dunque la sceneggiatura e la series composition sono le sezioni più deboli: si fa sentire l'inesperienza di Anna Kawahara al suo debutto in questo ruolo di grande responsabilità, che firma sia il primo che l'ultimo episodio. Ma non si vogliono attribuire colpe, soprattutto nella produzione di un anime che è di fatto un progetto estremamente corale. Il regista della serie, Takushi Koide, assistente alla regia del film di Made in Abyss, ma anche di Shojo☆Kageki Revue Starlight, è sicuramente un soggetto molto interessante dal punto di vista autoriale e ci arriveremo tra poco. Ma rimanendo sul tema della sceneggiatura e composizione, si deve fare i conti con il suo essersi formato su produzioni ben diverse, che lo hanno lasciato in balia dell'incertezza della gestione di una trama complessa senza l'uso dell'episodio autoconclusivo come fu Starlight. Il suo maestro, tra l'altro, un certo Tomohiro Furukawa, sempre durante questa stagione ha fatto parte del mostruoso staff di storyboarder dell'ultimo film uscito di Madoka Magica, che vedremo in Italia a inizio dicembre. Anche lui è stato a sua volta allievo di un regista particolarmente forte sul formato lungo.
Stiamo così delineando una tradizione narrativa molto prolissa che mal si incastra nel formato breve. E Goodbye, Lara ne porta i segni. Fortunatamente, per quanto abbia condotto a una risoluzione non particolarmente esaltante, questa eredità è rimasta ben salda ed efficace su ben altri versanti.
Goodbye, Lara è un piccolo diamante tecnico. La volontà di rifarsi agli anime dei primi anni Duemila ha portato lo staff a realizzare, ad esempio, alcuni cut della sigla di apertura in tecnica tradizionale su fogli di acetato. Limitarsi a ricopiare l'estetica, le texture, le ombreggiature non bastava: il lavoro è stato realizzato come si sarebbe fatto anni fa. Anche il design è fortemente reminiscente di quel tipo di animazione grazie alla mano magistrale di Shiori Tani. La character designer - e direttrice delle animazioni per molteplici episodi - ha dato vita a personaggi nettamente delineati in tutti i sensi. Linee estremamente precise ma semplicissime, campiture di colore caldo e netto: nessun pastello, nessuna sfumatura. Pochi colori ma decisi, chiari, e linee che ricordano quei design che ci fanno tornare indietro nel tempo, sino a incrociare un'opera come Doremì di Jun'ichi Sato.
Le animazioni di Goodbye, Lara sono vivide, precise, studiate nel minimo dettaglio. Gli incontri di boxe, ad esempio, sono estremamente realistici senza dover ricorrere a stratagemmi registici tipici di quella limited animation che rese celebre l'Ashita no Joe di Dezaki. Le forme animalesche e bestiali di Grace si muovono con la mostruosità che le contraddistingue e le lacrime e le espressioni di Lara e Mari valgono più di mille parole. Non solo le animazioni sono fortemente precise, ma anche lo storyboard costituisce l'anima del cartone, capace di mostrare e non dire. Con una confidenza nel farlo che, come abbiamo visto, finirà per crollare nel finale, ma riesce comunque a superare un numero interessante di tempeste.
La regia, unita allo storyboard degli episodi, riesce con successo a rendere chiari alcuni elementi visivi, estranei e quasi fantastici, che diventano fondamentali punti di storytelling, come il già citato pugnale che aleggia sul lago, la lattina o la croce di Mari. Relazioni, non detti, silenzi che vengono dotati di un significato da una semplice immagine o un'inquadratura, da un accostamento di colori o da una composizione interna della scena. Uno studio dell'immagine molto preciso che però cede sotto la volontà di aggiungere legna a un fuoco di parallelismi e metafore, ma anche di relazioni non troppo vagliate che, nelle ultime battute, esce dal braciere e sfugge al controllo.
Eppure la serie in generale è confezionata con amore e attenzione, sotto tutti gli altri aspetti. Menzioniamo anche i fondali, dettagliati, che portano ancora avanti quella filosofia della narrazione per immagini, mostrandosi estremamente densi di elementi che parlano al posto dei personaggi, li accolgono e li fanno sentire parte di un mondo vivo ed esistente. Reale. E le colonne sonore di Yuma Yamaguchi, artista dal forte eclettismo che ha musicato l'adattamento animato delle short stories di Fujimoto, sono quel giusto compromesso tra la nostalgia e il tentativo di svecchiamento della serie. Un equilibrio che possiamo considerare raggiunto.
Insomma, Goodbye, Lara è un progetto dal cuore puro, battente, che si fa amare lungo il viaggio, ci fa piangere con i personaggi, ma che sul finale realizza quanto le sue strutture non fossero così solide: vira, scavalca in maniera esagerata quello che si era cercato di costruire fino a quel momento, giocando su un piano e con temi a cui non tutti gli spettatori avevano avuto accesso, senza una vera e propria continuità. Fare simbolismo, ma senza renderlo consistente con reiterazioni e la creazione di un pattern comprensibile, non è facile. Un peccato, vista la tendenza all'estremo didascalismo delle serie attuali, dove per evitare di incappare in questi problemi ogni cosa che non viene spiegata almeno due volte per filo e per segno viene completamente esiliata dall'orizzonte narrativo. Le metafore e le analogie, nonché i parallelismi figli dello show, don't tell, sono oggi chimere e animali mitologici. Goodbye, Lara ci prova, ma verso il fondo precipita. Eppure il viaggio è piacevole, e la vita che sprizza dai personaggi è quasi tangibile.
La serie è oggi paradossalmente da considerarsi sperimentale, nella sua manifattura e nelle sue scelte narrative, e per quanto l'obiettivo sia stato mancato, a Lara e Mari, qualsiasi sia stato il loro epilogo, ma soprattutto al suo staff, in fondo, si finisce per voler bene.
La serie è oggi paradossalmente da considerarsi sperimentale, nella sua manifattura e nelle sue scelte narrative, e per quanto l'obiettivo sia stato mancato, a Lara e Mari, qualsiasi sia stato il loro epilogo, ma soprattutto al suo staff, in fondo, si finisce per voler bene.
I prezzi indicati sono stati rilevati alle 20:50 del 08/10/2026.
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Pro
- Visual storytelling
- Regia e storyboard
- Forte empatia con i personaggi
- Modalità di narrazione che accetta la sfida della metafora
Contro
- Composition della serie
- Mancata struttura simbolica, che dà riferimenti per scontati
This.
Hai visto la serie sbagliata. Non c’è mai stata la possibilità che lo fosse.
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